Fabio Anselmo, l’avvocato che difende le vittime dei “buoni”

Fabio Anselmo, l’avvocato che difende le vittime dei “buoni”

Intervista con Fabio Anselmo, legale delle famiglie di vittime di abusi in divisa, autore, per Fandango, di Federico, la storia del caso Aldrovandi

da Ferrara, Checchino Antonini*

Ferrara, una manifestazione per verità e giustizia del febbraio 2014. Da sinistra: Rudra Bianzino, Domenica Ferrulli, Lucia Uva, Claudia Budroni, Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo

«La storia di Federico ha rappresentato una svolta molto importante nella mia vita: ha cambiato il mio modo di concepire la professione. Prima avevo uno sguardo più cinico, finché non ero entrato in crisi per via di una vicenda molto personale, un caso di malasanità al momento della nascita del mio secondo figlio. Una situazione drammatica, all’uscita dalla quale avevo perso molte motivazioni rispetto alla voglia di fare l’avvocato. Fare bene un lavoro come il mio richiede un gran dispendio di energie emotive, intellettuali e anche fisiche. Ero in una fase di grande stanchezza quand’è arrivato Federico e mi ha restituito quella voglia che avevo perduto». Fabio Anselmo, sessant’anni, è probabilmente il più noto tra i legali che si occupano in Italia di casi di “malapolizia”, di abusi commessi da parte di persone che indossano una divisa contro persone per lo più inermi di cui dovrebbero garantire l’incolumità.

Federico è Aldrovandi, un diciottenne ucciso in un violentissimo “controllo di polizia”, all’alba del 25 settembre del 2005, da quattro agenti mentre tornava a casa, a Ferrara, dopo una notte con gli amici in discoteca a Bologna. Anselmo, poche ore dopo, conobbe Lino e Patrizia, padre e madre dell’Aldro, a cui era stato segnalato da un ispettore della digos, lo stesso a cui era toccato il compito di informare quei genitori su quello che era successo al parco dell’Ippodromo.

Quattordici anni e tre gradi di giudizio dopo, la «vera storia, vista da dentro» doveva essere raccontata, così è venuto fuori “Federico”, libro in uscita per Fandango, scritto proprio da Anselmo fino ad allora un avvocato “normale” conosciuto in città proprio per via di quella storia di malasanità per la quale, dopo la nascita di suo figlio, lo ha portato a non assumere più la difesa di medici. «Un avvocato di provincia, molto ambizioso – confessa a Left – io non sono figlio d’arte, mio padre è un pensionato statale. Lo studio l’ho creato io. Sognavo di poter mettere su uno studio importante per la città».

la copertina del libro appena uscito per Fandango

Ma gli esordi non sono stati facili, «Ferrara è una città chiusa verso l’esterno e io ero visto come “lo straniero”». Anselmo, infatti, è un cognome di Alcamo. Suo nonno era partito da lì a diciotto anni per andare a fare il maestro nel posto più lontano dalla Sicilia: Fiume dove avrebbe sposato una donna slovena. Suo papà, profugo di guerra, incontrerà a Pesaro sua moglie, triestina di madre marchigiana e padre di Lecce, profuga istriana come lui. Quando la famiglia Anselmo arriva a Ferrara, Fabio, che è nato a Bologna, è già in età di scuole medie. Poi la laurea nell’81 dopo quello che definisce il periodo più bello della sua vita, «la conquista dell’indipendenza, l’apertura alla vita dopo un’adolescenza difficile. Anni ’70 vissuti nell’inconsapevolezza politica. «Non li ho vissuti come hai fatto tu», dice al cronista di Left con il quale ha condiviso parecchi passaggi delle inchieste giudiziarie degli ultimi anni. «Dopo Federico è venuto Stefano e poi tutti gli altri», ricorda il legale dei familiari di Cucchi, Budroni, Magherini, Bergamini, Rasman, Uva, Bianzino, Ferrulli, Bifolco, Narducci, Isidro Diaz. Tutte storie di abusi, tortura, omicidi per strada, tra le mura di un commissariato, in carcere, e perfino dentro le aziende come il processo Noe/Niagara in cui Anselmo è riuscito a dimostrare la tentata concussione di due carabinieri e l’allora vicepresidente dell’Unione Industriali di Bologna ai danni di un imprenditore ferrarese. Poche ore prima di questa intervista la Cassazione ha confermato la condanna di Sergio Amatiello, il maresciallo che comandava i Noe dell’Emilia. Processi difficilissimi anche perché ogni volta si scatena la macchina del fango contro le vittime e a volte contro gli stessi legali, perché emergono legami tra settori di polizie, ambiti di magistratura e poteri forti. «Specie nelle città di provincia. La grande corruzione non è solo colpa dei politici».

Foto di Ilaria Cucchi

Tra quelli in corso è il caso Cucchi quello più conosciuto: «Il processo bis sta per entrare nel vivo – racconta – e finalmente vengono fuori le reali condizioni fisiche di Stefano. Prima abbiamo dovuto assistere a ematomi che diventavano eritemi e altri tentativi di minimizzare. Vedremo come andrà a finire, certo c’è il rischio di prescrizione per alcuni reati, come la calunnia, ma questa volta ci gratifica avere lo Stato a fianco, il pm Mussarò sta facendo un gran lavoro». Pochi giorni dopo questa intervista, l’udienza del processo ha registrato un colpo di scena notevole, con due dei carabinieri di turno quella notte che hanno ammesso che le annotazioni di servizio furono modificate per minimizzare le condizioni di salute gravissime di Cucchi.

Fondamentale, per la formazione di Anselmo, è stata l’esperienza di giudice onorario a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, «facevo il pretore, convalidavo gli arresti, presiedevo le udienze perché c’erano carenze di organico. E poi ho fatto anche il giudice a latere. E’ stato allora che ho scelto di non fare il concorso in magistratura, come sarebbe piaciuto a mio padre, e di fare il penalista. Un magistrato non ha la stessa libertà di un avvocato».

«Già sulla mia pelle avevo cominciato a capire che in certe situazioni può non funzionare la giustizia – riprende Anselmo – e quando ho incontrato Patrizia e Lino mi sono misurato con un dolore molto più grande del mio. E mi sono ritrovato di fronte agli stessi antagonisti: il procuratore capo e il capo della medicina legale». Per arrivare alla condanna di primo grado ci sono voluti quasi quattro anni mentre il resto del lavoro dello studio era portato avanti dalle sue socie. «I primi mesi sono stati un incubo», ricorda l’avvocato. L’inchiesta che non decollava, i depistaggi da parte di ambienti della questura, l’ostilità da parte della procura, il silenzio di chi aveva visto, fino a quando la lettera di Patrizia Moretti sul blog dedicato al figlio non oltrepassò le mura rinascimentali della città estense facendo esplodere il caso anche sulla stampa nazionale. Liberazione, il manifesto e “Chi l’ha visto?” iniziarono a fiancheggiare la controinchiesta di Anselmo e dei familiari di Federico. «E’ stata una rivoluzione nella mia vita professionale, mi sono trovato contro tutti: procura, questura, Viminale. Ti faccio un esempio recente che spiega bene quella situazione – dice – il padre di una bambina travolta e uccisa da un’ambulanza di fronte al vecchio ospedale mi ha detto “purtroppo noi siamo vittima di un buono“.

E Aldrovandi era una vittima dei buoni. Ed è terribile, perché se sei vittima di Igor, dei cattivi, hai tutta la solidarietà possibile ma se sei vittima dei “buoni” questo rappresenta un trauma per l’opinione pubblica, un trauma per i genitori, improvvisamente colpevolizzati per la morte del figlio stesso che si trova colpevolizzato della sua morte. Il morto diventa cattivo e la famiglia del morto pure». Vittimizzazione secondaria, la colpevolizzazione della vittima, avviene anche nei processi per stupro: c’è una direttiva europea del 2012 che prova a ridurne i rischi. «L’ho imparato con la storia di Federico, mi ha aperto un mondo», riprende Anselmo. «Il caso Aldrovandi l’ho vissuto come un fatto personale, la consapevolezza politica della problematica l’ho acquisita con il caso Cucchi. Nel primo caso mi ci sono gettato perché era la morte di un ragazzino di 18 anni della mia città, non era un G8. Non c’era nulla di politico. O quanto meno io non lo percepivo perché il processo ha dimostrato che c’era molto di politico. L’ho vissuto come una sorta di riscatto perché ero stato costretto a chiudere la mia personale vicenda giudiziaria accettando una transazione, senza nessuna condanna. Con Federico non è andata così. Con il caso Aldrovandi s’è inceppato il meccanismo che contrapponeva il buon nome di un’istituzione alla vita di un ragazzo che, in fondo, “se l’è cercata”. Se non ci fosse stata la mediatizzazione del caso, l’irruzione dell’opinione pubblica, sarebbe rimasto un caso di negata gustizia. Questo i giudici lo hanno riconosciuto nella sentenza. Ma ero convinto, nel mio piccolo, che quello fosse un caso eccezionale, unico nel suo genere… Io il G8 lo pensavo come un caso di scontri di piazza, di disordini, credevo a quello che dicevano la televisione, l’informazione dominante. Con Cucchi e con gli altri ho capito che avevamo un problema».

foto di Ilaria Cucchi

Qual è il problema? «E’ culturale, è la tortura. E’ che abbiamo un modo di concepire la funzione di polizia che non sempre utilizza la violenza come estrema ratio ma spesso la utilizza per affermare la prerogativa del suo utilizzo esclusivo. E questo è la tortura. Non è solo una questione di mele marce, è un problema culturale». La cartina di tornasole è la solidarietà a priori che alcune sigle sindacali di polizia hanno offerto ai quattro condannati per l’omicidio Aldrovandi. Indimenticabile la standing ovation al congresso del Sap, la seconda sigla per numero di iscritti, nel 2014. Una reazione così violenta che ha scosso e disorientato Anselmo che ha iniziato a lavorare come avvocato del lavoro. «Cosa c’entravano i sindacati con un fatto criminale?». Già, i sindacati di polizia, gli stessi che si sono opposti a una legge decente contro la tortura. Doveva chiamarsi legge Cucchi dopo che in soli tre giorni Ilaria, la sorella di Stefano, aveva raccolto 250 mila firme in calce a una petizione on line. «Chi ha paura della legge sulla tortura perché ha paura?», si chiede Anselmo, uno dei primi a bocciare la norma sulla tortura varata dal governo Renzi nel 2017 dopo 30 anni di attesa. «Eppure il codice di procedura penale è bellissimo e l’uso della violenza è previsto solo come estrema ratio di una situazione contingente terminata la quale deve cessare, altrimenti diventa una condotta illecita. E allora perché non prevedere la tortura per questa ipotesi? Invece sono stati inseriti paletti, condizioni, distinguo per cercare di ridurre la portata dell’ambito della punizione. E’ un atto politico. Il codice penale militare di guerra punisce la tortura in maniera più ampia rispetto al codice penale del tempo di pace. Mi fa paura la paura di una legge efficace contro la tortura! Quando, durante il primo passaggio alla Camera, i sindacati di polizia dissero che così non sarebbero più riusciti a lavorare mi sarei aspettato una presa di posizione, invece il dibattito è stato segnato da quel pregiudizio, non successe nulla. C’è un movimento che considera quella legge un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. E’ come se le morti di Federico, di Stefano non fossero servite a nulla. In questi anni non è cambiato nulla, rispetto a dieci anni fa abbiamo perso l’indignazione, ci siamo assuefatti. Anzi, in nome dell’emergenza terrorismo/immigrazione è cresciuto addirittura il numero di chi pensa che magari la tortura possa essere utile. Non si capisce che chiunque può trovarsi nelle stesse condizioni».

E la cronaca recentissima, la violenza di due agenti motociclisti della Polizia di Napoli contro un giovane colpevole di avere eluso i controlli, dà ragione al legale. «Chi subisce, o chi assiste, quei comportamenti quale fiducia potrà avere nello Stato, nel diritto? E’ una degenerazione che può solo far male alle forze dell’ordine».

E la politica? Grillo lo definì l'”avvocato con la schiena dritta” candidandolo, nel 2014, al Csm. «E allora avevo ancora la tessera del Pd», dice Anselmo spiegando di essersi trovato in questi anni di fronte a «due partiti trasversali. C’è stato un sostegno, di Rifondazione, ad esempio, di Luigi Manconi del Pd, di Vittorio Ferraresi del M5S, che ci ha permesso di non essere isolati ma ora il paesaggio politico è desolante sui temi dei diritti umani, tutti parlano alla pancia e nessuno prova ad affrontare i problemi. Senza rispetto per i diritti umani non ci sarà alcuna stagione di riforme». E non hai mai pensato a candidarti? «Dico la verità?». Certo. «Non mi vuole nessuno, sono un pensatore libero». E la magistratura? «La sua parte sana è la nostra speranza solo che ha difficoltà a far pulizia al proprio interno».

*una versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 16 del settimanale Left del 20 aprile 2018

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1 Commento

  1. Pellerey Mario

    non possiamo demandare ad un Hidalgo la difesa dagli abusi, dobbiamo farcene carico noi …..no pasaran

    Rispondi

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