martedì 18 settembre 2018

Nicaragua: il rifiuto dell'”orteghismo”

Nicaragua: il rifiuto dell'”orteghismo”

Che sta succedendo in Nicaragua, nel paese di Sandino? Un contributo di Marcelo Colussi

Di Marcelo Colussi

Su quanto accaduto ad aprile in Nicaragua si è scritto e detto molto. Un po’ di tutto, dall’analisi serie e soppesate alle reazioni viscerali, alla focosa difesa del comandante della rivoluzione, Daniel Ortega. Personalmente non pretendo di dire qualcosa di nuovo ma vorrei, modestamente, cercare di fare un bilancio di quanto già espresso da molte persone, cercando qualche possibile conclusione.

Senza dubbio quanto accaduto ha smosso le passioni. E le ha smosse perché il Nicaragua continua ancora a risvegliare passioni. Di fatto, fuori da Cuba, è stato il primo paese in territorio latinoamericano a produrre un rivoluzione socialista. Quella del 19 luglio del 1979, lontano nel tempo – e purtroppo non solo nel tempo -, per molti continua ad essere un riferimento, una torcia che indica il cammino: la Rivoluzione Sandinista mostrò che è possibile scontrarsi con la dittatura, con l’impero statunitense… e vincere!

Ortega da sandinista a uomo d’affari

Tuttavia, per molti, anche quell’immagine gloriosa di un popolo in armi che costruisce il socialismo è il vergognoso promemoria di un tradimento. Il sandinismo vittorioso degli anni ‘80 del secolo, dopo aver lasciato il potere nel 1990 nel tempo si è trasformato, per mano dell’imprenditore Daniel Ortega e di sua moglie Rosario Murillo, in un tiepido riformismo, un capitalismo dal “volto umano”, gestito e a discrezione di questa coppia onnipotente. Questo è il motivo per cui molti membro storici del Frente Sandinista de Liberacion Nacional – FSNL – hanno iniziato a prendere le distanze dall’orteghismo e dal suo profilo che considerano una resa traditrice.

Personaggi come Ernesto Cardenal, Dora Marìa Téllez, Victor Hugo Tinoco, Mònica Baltodano, Jaime Wheelock, Alejandro Bendaña, Sergio Ramirez o Henry Ruiz, per nominarne alcuni, tutti impegnati col sandinismo rivoluzionario di quel momento epico, criticano aspramente l’attuale politica in Nicaragua. “L’attuale governo del Nicaragua certe volte fa discorsi di sinistra, uno stridore nella parola che nulla ha a che vedere con la pratica reale, molto distante da un progetto di sinistra. Al contrario, in Nicaragua si rafforzano e si arricchiscono i banchieri, l’oligarchia tradizionale, e gruppi economici di ex rivoluzionari che si sono trasformati in investitori, mercanti e speculatori. Si stanno rafforzando i settori più reazionari della gerarchia cattolica, si stanno eliminando i diritti umani fondamentali come quello dell’aborto terapeutico per le donne” questo ha dichiarato l’ex comandante guerrigliera Monica Baltodano riferendosi all’attuale governo nicaraguense.

Insieme a questa visione, certamente molto critica e ovviamente di sinistra, per la geopolitica degli Stati Uniti, ovviamente di destra, un governo non totalmente allineato con Washington è sempre una seccatura. L’attuale Nicaragua non è, neanche lontanamente, quel fastidio insopportabile rappresentato dal sandinismo rivoluzionario degli anni ‘80, con Ronald Reagan alla Casa Bianca e la sua ossessione anticomunista. Tuttavia non è neanche quell’amministrazione docile che si vorrebbe (come sono ora la gran parte dei paesi latinoamericani, con politiche disciplinatamente neoliberiste e obbedienza cieca ai dettami imperali). L’attuale amministrazione nicaraguense ha aperto la porta alla Repubblica Popolare Cinese con la costruzione del nuovo canale interoceanico, e fa parte dell’ALBA – Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra America -, risultando così un valido alleato del Venezuela (la nuova ossessione della geopolitica statunitense, un paese che possiede le maggior riserve petrolifere e che l’economia imperiale non ha nessuna intenzione di perdere).

Daniel Ortega non è più il guerrigliero rivoluzionario che partecipò alla ribellione antisomozista. E’ un uomo d’affari, un “nuovo ricco” con un grande potere politico che ha negoziato tutto con ogni settore economico e che gestisce tutto (ricordate Somoza?). Epperò è anche un leader carismatico con una innegabile base sociale, con molti seguaci, che ha portato avanti una politica assistenziale che, senza dubbio, favorisce i settori più trascurati del paese. E’, in realtà, un esponente tra quei presidenti che, senza abbandonare il modello capitalista, hanno in questo ultimi anni governato le varie repubbliche latinoamericane con proposte in qualche modo popolari, assistenziali, clientelari. In fondo tutte brutte parole per la logica ultraconservatrice e neoliberista di Washington.

Che è successo allora in Nicaragua lo scorso aprile?

Il governo ha annunciato con sorpresa, con una decisione unilaterale non negoziati con alcun settore, un importante aumento dei contributi per Sicurezza Sociale (sistema pensionistico) del 3,5% per datori di lavoro (portando il contributo dal 19 al 22,5%) e dello 0,75% per i lavoratori (che passa dal 6,25 al 7%), riducendo le pensioni del 5% (perché, secondo il governo, i pensionati “sono quelli che contribuiscono di meno” e comunque in cambio avrebbe avuto una migliore copertura sanitaria, mentre le pensioni future diminuiranno all’incirca del 12%. La riforma delle pensioni è risultata esplosiva, tanto gli imprenditori quanto i lavoratori hanno avuto una reazione furiosa. Ma è qui che diventa complicata l’analisi.

Una “regia occulta” dietro le proteste?…

Per certi punti di vista, la reazione violenta, con una popolazione così infuriata nelle strade, barricate e la furibonda protesta popolare è stato un montaggio, una manipolazione. Senza dubbio è stata un riforma disgraziata, che lo stesso governo ha ritirato subito dopo le violente proteste appellandosi al dialogo “per mantenere a pace”. Secondo l’orteghismo e certi settori che hanno analizzato la situazione, anche fuori dal Nicaragua – lettura che indubbiamente è una presa in giro -, la furiosa esplosione popolare è stata preparata. Infatti viene paragonato alle “guarimbas” venezuelane del 2017, che finirono con un saldo di oltre 100 morti. E’ significativo (come accaduto in Venezuela) che, contemporaneamente e in forma coordinata, una protesta generalizzata abbia coinvolto tutte le principali città del paese. Ciò potrebbe far pensare ad una “mano occulta”, visto che l’opposizione politica dei partiti di destra non hanno un tale potere di convocazione, né logistico né organizzativo. In base alle denunce dei media ufficiali dell’orteghismo, molti degli studenti scesi in piazza non erano tali (proprio come accaduto in Venezuela), ma provocatori, agitatori pagati. La destra oligarchica – erede storica del somozismo – potrebbe approfittare della congiuntura, prendere le distanze da un governo che considera troppo “populista”.
E Washington si starà fregando le mani. Le “rivoluzione colorate” o “colpi di stato soft” (non tanto soft in questo caso contando i 30 morti), propiziate presumibilmente da una popolazione civile che “esercita i suoi diritti civili, da giovani studenti che protestano (però manovrati dalle fabbriche ideologiche-mediatiche dell’impero), sembrano star funzionando molto bene. Avere un nuovo “canale di Panama” nel cortile interno, sicuramente con una futura presenza militare cinese, è insopportabile per la geopolitica degli Stati Uniti. Lo slogan sarebbe “togliamo di mezzo una volta per tutte questo fastidio provocato da Venezuela, Bolivia, Nicaragua e, naturalmente, Cuba”. La via da seguire, secondo la loro perfida agenda, sarebbero queste presunte “rivolte popolare spontanee”. Insistere sulla corruzione come nuova piaga biblica da combattere è un efficace “cavallo di battaglia”. A proposito, secondo il comunicato del Frente Sandinista, “Vale la pena chiarire che le università più belligeranti sono state: l’Università Centroamericana (Uca), quella dei gesuiti, e l’Università Politecnica (Upoli), proprietà di una chiesa protestante con sede negli Stati Uniti”.

…O la messa in discussione dell’orteghismo?

Tuttavia si può anche proporre un’altra lettura degli avvenimenti; l’orteghismo, come espressione estrema di un bonapartismo oltraggioso, nepotistico e corrotto, viene messo in discussione. La popolazione scesa in strada sarebbe la dimostrazione di un malcontento generalizzato dopo tanti anni di presidenzialismo e corruzione. La repressione violenta da parte della polizia e dell’esercito è un insulto ai valori rivoluzionari del sandinismo.

Un sandinista storico come Jaime Wheelock rivolgendosi al presidente Ortega con una lettera aperta ha detto: “Il decreto che ha riformato l’Inss [Istituto nicaraguense per la sicurezza sociale], per la sua forma e contenuto è stato un grave errore politico, tecnico e legale da parte del governo […] sono stati colpiti i diritti economici acquisiti e i risparmi di milioni di famiglie, senza dare una soluzione praticabile alla grave situazione finanziaria dell’Inss” chiedendo così l’immediata abrogazione del decreto.

Perché Ortega ha proposto questa riforma?

Il presidente nicaraguense, tramite un comunicato emesso dal FSLN, ha dato le sue ragioni: “L’ammontare dei benefici degli assicurati e la copertura di tali benefici per la popolazione, sono aumentati esponenzialmente con il ritorno del sandinismo al potere nel 2007. Ciò ha causato una situazione critica per l’Istituto nicaraguense per la sicurezza Sociale (INSS), che è l’istituzione statale che si occupa di questo tema. Davanti a tale situazione, il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’impresa privata organizzata nel COSEP (Consiglio superiore dell’impresa privata), hanno chiesto di applicare le tipiche misure neoliberiste su questo tema: elevare l’età per la pensione (in Nicaragua è di 60 anni) e la quantità di settimane necessarie per accedere alla stessa (750 per pensioni normali e 250 per chi in età pensionabile non abbia raggiunto la prima quantità, cosa che non esisteva prima del ritorno al potere del sandinismo nel 2007. Anche in questo caso l’approccio dei neoliberisti più radicali era quello di eliminare completamente la pensione). A questo il nostro governo ha risposto con un netto rifiuto tanto al FMI che al COSEP. Invece l’opzione scelta è stata quella di aumentare i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro e stabilire un contributo per i pensionati, compresi quelli che ricevono la pensione ridotta”.

Il progressismo (in Nicaragua e altrove) ha critica severamente l’aumento dei contributi, così come la repressione scatenata contro la popolazione che protestava. Ovvio che si deve condannare la violenza contro il popolo lavoratore: 30 morti rappresentano una catastrofe assolutamente intollerabile. Ma altrettanto ovviamente, analizzando tutti le eventi, alcune cose restano poco chiare. E’ evidente che questo Fronte Sandinista, gestito a discrezione di Daniel Ortega e Rosario Murillo, non innalza più la bandiera rivoluzionaria del passato. Citando il panamense Olmedo Beluche: “Qui è dove si evidenzia la vera faccia del cosiddetto ‘progressismo’ latinoamericano. Governi che si vantano di essere rivoluzionari e chiacchierano di ‘socialismo’ ma che nella pratica non anno oltre il sistema capitalista. La crisi del progressismo in tutto il continente è la crisi del riformismo borghese, incapace di vere misure socialiste in un momento di crisi sistemica e caduta dei prezzi delle materie prime”. Allo stesso tempo si può vedere il mostruoso avanzamento della destra e il retrocedere delle conquiste popolari che patisce il continente, o il mondo: un governo tiepidamente riformista, che lavora gomito a gomito con l’impresa privata e non si scontra con l’oligarchia conservatrice come l’attuale ‘orteghismo’, per la logica imperialista e vorace degli Stati Uniti non smette di essere “un sasso nella scarpa”. Parlare di giustizia sociale (che non è la stessa cosa che parlare di rivoluzione socialista), appartenere a una alleanza in cui non c’è Washington ma l’ALBA e aprire le porte alla Cina è quasi un “pericolo comunista” nel mondo neoliberista e ultraconservatore in cui viviamo.

Chi ha vinto e chi ha perso in questi giorni in Nicaragua? Le persone di sotto sicuramente non hanno vinto nulla.

Fonte: ALAInet
Traduzione di Marina Zenobio

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