giovedì 15 novembre 2018

Genova, un ponte per non fuggire

Genova, un ponte per non fuggire

Ci accontenteremo di un ponte o proveremo a scrivere parole nuove? Considerazioni dopo il corteo del 13 ottobre [da Genova, Mauro Baldassarri]

da Genova, Mauro Baldassarri,

Ponte SU-BI-TO! – Ponte SU-BI-TO!” si è messa a gridare a un certo punto la folla, durante una delle manifestazioni più ordinate e composte che la storia dell’articolo 18 della nostra costituzione ricordi.

Era il corteo del 13 ottobre, a Genova, fatto, promosso e partecipate da genovesi per la loro città. Persone comuni, lontane dalla ribalta politica, che hanno sfilato senza insegne.

Ponte SU-BI-TO!“, gridavano i genovesi, mentre le loro mani reggevano lunghi striscioni, alcuni rossi, altri bianchi, completamente vuoti. Non una scritta, non un simbolo; vuoti. Dovevano rappresentare i colori della città ma branditi così, come si portano gli striscioni in corteo, hanno assunto all’improvviso tutt’altra valenza e significato. È stato così che, mentre scattavo questa fotografia, a un certo punto li ho sentiti gridare, anche loro. Gridavano un silenzio assordante, il silenzio di una città che negli ultimi venti o trenta anni ha perso, in silenzio, tutto. Lavoro, welfare, infrastrutture, popolazione, cultura, socialità, economia, tutto inghiottito in un composto, ordinato e dignitoso silenzio. Un silenzio che il 13 ottobre si è messo a gridare, forte. C’è voluto il crollo del ponte Morandi, ci sono volute 43 vite spezzate, due mesi fa, perché si mettesse a gridare, ma all’improvviso lo ha fatto.

E ha scoperto che non sapeva cosa dire.

E allora ha gridato la cosa più semplice: “Ponte SU-BI-TO!

Come detto, Genova è in declino. Nessuno, che sia forza politica, operatore economico o finanziario, movimento dal basso o partito, è mai riuscito (o ha mai voluto veramente) provare a dare una scossa, a cambiare passo.

Adesso abbiamo la possibilità di provarci. Prima vengono ovviamente le esigenze di chi ha visto la sua vita ridotta in briciole, ma poi dobbiamo maturare la consapevolezza che se oggi ci accontentiamo di soluzioni emergenziali, domani continueremo a vivere nell’emergenza. Si, è vero, stiamo sprecando il nostro tempo in automobile fermi in coda, o in attesa di un mezzo pubblico, ma prima del crollo… com’era? Eravamo più felici? Perdevamo meno tempo? Sapevamo di poter contare su infrastrutture e servizi degni di una vera città moderna?

In questa immane tragedia, Genova ha la possibilità di uscire dall’asfissia che la riduce ad Acquario e Centrostorico, cantautori e mare, riviera e sobborgo bello di Milano. Abbiamo diritto a una città efficiente, vivibile, solidale, attiva e soprattutto moderna. Dove la modernità non sia inchinata servilmente alle leggi di un mercato incomprensibile ai più, ma sia davvero la manifestazione del fatto che una città possa essere un luogo dove sia desiderabile vivere, e non dal quale si voglia fuggire.

Per avere tutto questo servirà soprattutto tempo. E allora quegli striscioni che sembravano gridare il nulla hanno fatto sorgere una preoccupazione: saremo disposti ad aspettare? E quanto?

Ponte SU-BI-TO!” gridavano i genovesi.

Ci accontenteremo di un ponte e di tornare al 13 agosto 2018*, coi nostri striscioni muti? O proveremo, su quegli striscioni, a scrivere parole, sentimenti, politiche, welfare, economie, popoli e socialità nuovi? Sapremo aspettare o ci accontenteremo di tornare a fare, come prima, 30 minuti di coda in automobile anziché i 50 di adesso?

Ci accontenteremo di pane o esigeremo anche le rose?

 

 

 

* Il 14 agosto si è verificato il crollo del ponte Morandi

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