venerdì 14 dicembre 2018

Ancora denunce sul movimento No Tav che prepara l’8 dicembre

Ancora denunce sul movimento No Tav che prepara l’8 dicembre

No Tav, quindici denunce dopo la manifestazione di ieri in Valle. Il manifesto di Zero Calcare per l’8 dicembre. L’assemblea contro le grandi opere: a Roma il 23 marzo

Quindici attivisti No Tav saranno denunciati dalla Questura per gli episodi avvenuti durante la passeggiata di oggi in Valle di Susa. All’iniziativa hanno preso parte circa 200 persone, che hanno danneggiato una rete metallica che sbarrava il sentiero verso il cantiere di Chiomonte. La polizia ha utilizzato getti d’acqua da un idrante per disperdere i tentativi di creare un varco poi ne ha identificati 38 e denunciati 15 per danneggiamento o inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità. Quanto basta ad esponenti del centrodestra come Giorgio Mulè, deputato di Fi, per chiedere «alla sindaca o a un qualsiasi rappresentante del governo» una «parola di condanna ai violenti».

Ieri, l’assemblea nazionale contro le grandi opere inutili e imposte, che s’è tenuta a Venaus, nella borgata 8 dicembre, luogo simbolico per i notav perchè sorta al posto del primo cantiere per l’alta velocità, liberato dalla popolazione l’8 dicembre 2005. Per questo, tredici anni dopo (qui in alto il poster disegnato da ZeroCalcare), quella giornata sarà teatro del ritorno a Torino del movimento. Sarà una giornata di mobilitazione diffusa nei territori così come rilanciato da oltre 40 comitati territoriali provenienti da tutta Italia per discutere insieme sulle azioni da intraprendere per fermare l’avanzata della devastazione nei rispettivi territori. Una grande manifestazione nazionale a Roma si terrà a Roma il 23 marzo prossimo per rimettere al centro dell’azione la difesa e la messa in sicurezza dei territori, lo stop alle grandi opere inutili e la redistribuzione dei fondi pubblici, sprecati ad oggi per questi progetti, verso le priorità del Paese e del pianeta.

Dunque l’ennesima marcia dei No Tav in Valle di Susa sfocia in un’altra raffica di denunce da parte della Questura e rinfocola le polemiche a Torino in vista del corteo dell’8 dicembre. Sotto la Mole si scatena la bagarre intorno all’ipotesi, fatta deflagrare da un consigliere comunale M5S, Damiano Carretto, che la Città di Torino scenda in piazza mescolando il proprio gonfalone e i propri colori ufficiali alle bandiere del fronte del No. La sindaca, Chiara Appendino, assente quando il consiglio comunale ha votato la delibera no Tav, fa sapere che «oggi come oggi non ritengo di coinvolgere nella manifestazione simboli istituzionali». Parole che però il presidente del consiglio comunale, il pentastellato Fabio Versaci, dice di «non condividere». La sindaca, comunque, ribadisce di condividere netta la posizione No Tav assunta dalla maggioranza pentastellata.

In tutto questo batte un colpo anche l’altra grande opera piemontese, il cosiddetto Terzo Valico, con le dimissioni del commissario di governo, Iolanda Romano. Il ministero delle infrastrutture, nel comunicare la notizia, afferma che «il governo sta valutando le soluzioni per il successore, la cui scelta avverrà in tempi brevi». L’addio di Romano, che lascia anche l’incarico all’Osservatorio ambientale sui lavori, segue di pochi giorni la decadenza per decreto prefettizio (con qualche settimana di anticipo) di Marco Rettighieri da commissario del Cociv, il consorzio che si occupa della nuova linea ferroviaria tra la Liguria e l’Alessandrino. Anche questa tratta è al vaglio di un’analisi su costi e benefici, ma la realizzazione è in uno stadio più avanzato rispetto alla Torino-Lione: per il quinto lotto, esecutivo da luglio, si attende l’ok definitivo del Ministero.

I No Tav vogliono marciare nel centro storico per rispondere ai “30” mila di piazza Castello della manifestazione del Sì, per la questura che ha emesso un comunicato erano quasi un terzo di meno – come spiega un articolo su Left in edicola questa settimana -mentre per Repubblica e la Stampa, organi ufficiali del partito del Sì Tav si tratterebbe di una nuova marcia dei 40mila, con allusione a un’altra montatura di successo, quella del 1980.

Le madanine, intanto, le sette promotrici del comitato Torino va Avanti, ormai conosciute in tutta Italia, hanno declinato l’invito della sindaca Appendino – dovevano incontrarsi venerdì – perché puntavano al Quirinale che, invece, le ha ringraziate per l’attenzione ma ha detto che non le incontrerà. Mattarella, in una lettera, esprime apprezzamento per lo «spirito civico» che ha animato l’iniziativa ma evidenzia la necessità di astenersi «da qualunque comportamento che possa apparire come inserimento in decisioni che non competono al Presidente della Repubblica ma a Governo e Parlamento».

Le sette signore della Torino bene oggi hanno sfornato un documento con «Sette punti per dire Sì alla Torino-Lione». Si tratta delle solite banalità pro Tav che evitano i punti critici della tossicità della grande opera, dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nei cantieri, dell’inutilità di un tunnel del genere rispetto a stime diversissime da qulle del ’91. Il primo punto a favore del Tav – si legge – è «perché la Linea Alta Velocità Torino-Lione è destinata al trasporto di passeggeri e merci: ci avvicinerà alle altre città europee e sosterrà lo sviluppo della nostra economia. Inoltre non è possibile pensare di utilizzare ancora oggi il Tunnel del Frejus, voluto da Cavour e inaugurato nel 1871 (al vecchio tunnel del Frejus, costruito lungo un’unica galleria, mancano gli standard internazionali di sicurezza e di efficienza. Raddoppiarlo richiederebbe 15 anni e un investimento di quasi due miliardi senza alcun contributo dai fondi europei – dati Osservatorio tecnico Torino-Lione)». «Perché mi fido – è il secondo punto – delle leggi italiane e francesi oggi in vigore e dell’ultimo trattato internazionale, firmato nel marzo 2016 dal Presidente Sergio Mattarella. Otto diversi governi in Italia e in Francia hanno reputato che l’opera fosse indispensabile per i due Paesi attraverso sette analisi costi-benefici, con il sostegno dell’Unione Europea (La firma del trattato è relativa al vertice di Venezia di marzo 2016. Il trattato è stato ratificato per l’Italia con legge n. 1 del 5 gennaio 2017)». «Perché desidero rispettare – è il terzo punto – gli impegni assunti dall’Italia con la Francia e con la Comunità Economica Europea, che si fa carico del 40% dei costi del tunnel di base». Al numero quattro si legge che «fermare oggi la Torino-Lione costerebbe all’Italia più del completamento: circa 4 miliardi di euro. Proseguire i lavori, invece, comporterebbe un investimento di circa 2,9 miliardi e la linea sarebbe in funzione nel 2030». «Perché riconosco – è il quinto punto – il valore della competenza professionale di chi ha lavorato e lavora all’opera, un’importante opportunità di occupazione e di conoscenza». La sesta ragione è che «il treno è il mezzo di trasporto più ecologico in assoluto: ogni anno tra l’Italia e la Francia circolano tre milioni di Tir (il 92% delle merci viaggia su gomma); la Torino-Lione ne trasferirà un milione su ferrovia. I ministeri hanno condotto cinque Valutazioni di Impatto Ambientale, inoltre i cantieri sono costantemente monitorati e non hanno riscontrato criticità (Dal 2012 sono state effettuate 72.923 misurazioni, con la supervisione di ARPA Piemonte, su 135 parametri ambientali. L’Università di Torino ha esaminato dati sanitari e ha redatto una Valutazione di Impatto sulla Salute dei cittadini del cantiere di Chiomonte)». «Perché – è il settimo punto – costruire gallerie, ponti, strade e ferrovie favorisce l’amicizia e l’incontro fra i popoli. Conoscersi è una forma di scambio, di cultura, un valore in più, oltre alle opportunità commerciali, turistiche ed economiche che la linea rappresenta per l’Italia, la Francia e l’Europa».

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