giovedì 14 Novembre 2019

Aulla, dove la normalità era l’abuso. 27 carabinieri rinviati a giudizio

Aulla, dove la normalità era l’abuso. 27 carabinieri rinviati a giudizio

Ci sarà un processo per i carabinieri finiti sotto inchiesta in Lunigiana per abusi in divisa soprattutto contro gli stranieri

27 carabinieri rinviati a giudizio, a Massa, per abusi in divisa: pestaggi, violenze sessuali, minacce anche a sfondo razziale. L’inchiesta su per 189 capi di imputazione, decollata a cavallo tra 2016 e 2017, bucò gli schermi nel giugno di quell’anno quando vennero eseguiti gli arresti di 4 militari, il divieto di dimora per altri 4 e la sospensione del servizio di un nono indagato appartenente sempre all’Arma, tutti in servizio in servizio alla caserma di Aulla e in quella di Albiano Magra. Disse allora il procuratore di Massa Carrara: «Quasi una normalità l’illegalità e l’abuso» spiegando che ciò che colpisce oltre alla «gravità dei fatti è la loro diffusività e normalità», con condotte irregolari verso chi era sottoposto a controlli, persone sia italiane che straniere, e anche «strumentalizzazioni a fini privati». L’inchiesta, condotta dal pm Alessia Iacopini, è partita sette mesi fa, dopo la denuncia di un italiano.

Si aprirà il 10 giugno 2019 il processo contro 27 carabinieri accusati, a vario titolo, di abusi e violenze dalla procura di Massa Carrara, reati che sarebbero stati compiuti dentro e fuori dalle caserme della Lunigiana. Lo ha deciso il gup Fabrizio Garofalo, al termine dell’udienza preliminare. Il giudice, come spiega una nota del procuratore capo di Massa Aldo Giubilaro, ha deciso il non luogo a procedere nei confronti di 5 imputati «ma soltanto in ordine ad alcuni reati loro contestati, come per altro già chiesto la Pm Alessia Iacopino, titolare dell’inchiesta. Le indagini erano partite nel giugno del 2017 dopo le denunce presentate da una decina di cittadini stranieri. Il gup ha dichiarato poi condannato per corruzione a un anno e 4 mesi di reclusione una cittadina marocchina, e ha assolto uno degli imputati dal reato di porto abusivo d’armi.

Fra i carabinieri coinvolti, il giudice ha disposto il non luogo a procedere nei confronti solo di Mario Mascia, 51 anni originario di Oristano, accusato di falsa testimonianza, così richiesto anche dal pubblico ministero Alessia Iacopini. Tutti gli altri indagati (27 carabinieri, residenti fra la Lunigiana, La Spezia e l’Umbria, e un 40enne marocchino) dovranno affrontare il processo davanti al collegio.

A far scattare le indagini furono le denunce presentate da alcuni stranieri fermati. Storie di insulti razzisti, anfibi sul volto di persone costrette a terra, canne di pistola infilate in bocca ai fermati, gente sbattuta al muro. I provvedimenti cautelari, nel frattempo, sono tutti rientrati o attenuati ma il rinvio a giudizio è stato chiesto per la quasi totalità dei militari indagati dalla procura apuana.

Nelle carte della Procura si parla anche di atti intimidatori e vessatori, soprattutto nei confronti di cittadini stranieri. «Se parli ti stacco la testa», «Ti spezzo le gambe». Si evidenziano inoltre lesioni personali e contusioni multiple per aver sbattuto la testa di un extracomunitario contro il citofono della caserma; colpi di manganello sulle mani appoggiate alle portiere delle auto durante i controlli; scariche elettriche prodotte da due storditori per costringere uno spacciatore (sempre straniero) a rivelare dove tenesse la droga. Contravvenzioni immotivate. E sevizie contro un giovane marocchino in caserma «costretto a subire atti sessuali senza ragione alcuna se non razziale». Secondo la Procura, è difficile pensare che i vertici non fossero a conoscenza del modus operandi della squadra della Lunigiana e anche per questo nel registro degli indagati sono finiti i due comandanti, quello provinciale e quello di stazione a Pontremoli con l’accusa di favoreggiamento. Il colonnello Liberatori è stato trasferito da Massa Carrara ma per vicende non legate, dissero dal comando provinciale, all’inchiesta giudiziaria.

Il difensore di alcuni dei 9 carabinieri è un potente avvocato della zona, sindaco di questa città al confine tra Toscana e Liguria, 12mila abitanti, finora nota solo per le bizzarrie di un suo vecchio sindaco socialista, Lucio Barani, che ha spaccato a metà una piazza per intitolarla a Craxi mentre il rimanente continua a chiamarsi Piazza Gramsci. Socialista, quindi, nel controverso significato assunto in Italia dopo gli anni della Milano da bere, agli albori del saccheggio liberista di risorse e diritti. Allora quel sindaco vietò l’ingresso in città a chiunque avesse a che fare con mani pulite proclamando Aulla «comune dedipetrizzato». Ora quel sindaco è senatore eletto con il Popolo della libertà e ha festeggiato l’elezione a sindaco di Roberto Valettini, del Pd che, giusto un mese prima di lanciarsi nella corsa alle amministrative, ha assunto la difesa dei militari coinvolti nell’inchiesta secondo un’impressionante lista di 104 reati ipotizzati dai pm. Era il mese di marzo 2017 e il Pd si fece carico di raccogliere i boatos della rete, la retorica agghiacciante di chi sta con le forze dell’ordine senza se e senza ma, promuovendo una manifestazione cittadina a sostegno dell’Arma in perfetto stile Coisp, il sindacatino di polizia famoso per le sue controverse dichiarazioni contro le vittime di malapolizia, contro i loro familiari e contro i giornalisti che osino fare cronaca e contro i migranti di fede islamica.

Il territorio fu tappezzato di manifesti mentre nei social circolavano post a sfondo razzista su una presunta emergenza sicurezza che questa città non ha mai vissuto. Nelle cronache recenti, piuttosto, si registrano episodi di vandalismo e bullismo commessi da rampolli giovanissimi di famiglie perbene e se di degrado si deve parlare va piuttosto riferito alle criminali e dissennate politiche urbanistiche che hanno consentito che si cementificasse l’impossibile finché il fiume Magra non ha detto stop con la spaventosa alluvione del 2011 che uccise due persone e cacciò di casa decine di famiglie delle case popolari costruite dove non doveva succedere. Da allora c’è un viavai di emissari di Striscia la notizia perché le scuole sono ancora ospitate nei container.

L’emergenza sicurezza, come spesso succede, anche ad Aulla si declina nel suo contrario: si è insicuri perché scorazzano militari e agenti che si sentono al di sopra della legge e commettono abusi come se l’illegalità fosse la normalità. E’ quello che scrivono i magistrati pur sottolineando che sarebbero solo mele marce, che la fiducia nell’Arma è intatta eccetera eccetera.

Quell’11 marzo 2017, il Pd portò decine di persone, complice anche il passaggio dal mercato settimanale, nella piazza del Comune e potrebbe farlo ancora dopo gli arresti di ieri. Allora furono distribuiti volantini di vicinanza all’Arma dando anche la possibilità ai passanti di lasciare un messaggio di solidarietà per i carabinieri, scrivendo un biglietto da inserire in una teca. «La Procura sta mal interpretando la realtà della strada – si leggeva su un volantino – penalizzando l’esecuzione della nostra sicurezza». «Conosciamo bene quei ragazzi in divisa – avevano spiegato alcuni nella piazza – e conosciamo anche coloro che li hanno accusati, sono quelli da cui ci proteggevano». Durante la manifestazione era stata fatta suonare anche una sirena simile a quella delle auto dei carabinieri in servizio, seguita da un lungo applauso e dal grido «Viva i nostri carabinieri». E in rete giravano frasi fatte come “Loro fanno tanto per noi, e noi per loro?“. Nessun dubbio, ad Aulla come a Roma, da parte del Pd, sui frutti avvelenati di un’emergenza sicurezza costruita ad arte proprio da chi ha governa i processi mostruosi dell’austerità e del neoliberismo.

La guerra dei penultimi contro gli ultimi è lo strumento più pratico per distrarre i poveri dalle responsabilità di chi li deruba di futuro. Il Pd non è solo il partito che difende i carabinieri di Aulla e Albiano Magra, ma è il partito dei decreti Minniti-Orlando, i suoi padri nobili – Napolitano e Veltroni – hanno inventato i “lager” per migranti e il primo pacchetto sicurezza. Non esisteva ancora ai tempi di Genova 2001 ma i suoi soci fondatori, Ds e Margherita, non hanno mai voluto una vera inchiesta parlamentare sulle violenze di quel luglio preparate dalla sanguinosa anteprima della mattanza di Napoli, il 17 marzo del 2001, dall’allora ministro degli Interni Enzo Bianco, oggi sindaco Pd a Catania. Dopo l’11 marzo, ad Aulla, anche Forza Italia volle fare un security day in una rincorsa che, anche a livello nazionale, vede impegnati i rispettivi partiti in gara a chi è più razzista, autoritario, sicuritario, anticostituzionale. Due anni dopo Pd e Fi sono ectoplasmi politici ma quelle idee sono al governo del paese grazie a una coalizione «per metà di fascisti e per metà di coglioni», per usare le parole di Gino Strada. Se Salvini salisse da quelle parti non avrebbe dubbi su quale giacca indossare.

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