Netflix spaccia un Trotsky riletto da Putin: la narrazione è tossica

Netflix spaccia un Trotsky riletto da Putin: la narrazione è tossica

La fiction su Trotsky stravolge la storia della rivoluzione. L’appello dal Messico del nipote del fondatore dell’Armata Rossa e della Quarta Internazionale

E’ arrivata in questi giorni in Italia, dopo avere fatto il giro del mondo, la lettera-appello che denuncia “le falsità” raccontate nella fiction “Trotsky” realizzata da Rossiya 1, la principale rete russa, nel 2017 per il centenario della Rivoluzione d’ottobre e da qualche mese on demand sulla piattaforma americana Netflix.
La lettera ha come primo firmatario Esteban Volkov, nipote di Trotsky, che fa capo al Centro studi León Trotsky Argentina e Messico, a cui seguono le firme di professori, ricercatori di università e istituti di tutto il mondo, insieme ad associazioni e partiti politici della galassia della sinistra. 
«Trotsky è ritratto come una personalità egocentrica, messianica, autoritaria, disumano, invidioso – scrivono i firmatari dell’appello – caratteristiche che sarebbero legate alle sue origini ebraiche, costantemente richiamate nella serie. Durante la sua vecchiaia, soffre di allucinazioni, essendo mangiato dai rimorsi per i crimini commessi durante la rivoluzione». 
Un po’ di problemi sembrano esserci anche nella rievocazione di alcuni eventi storici: «nel corso dei negoziati Brest-Litovsk con l’Impero tedesco, Trotsky, nella serie, ha dato l’ordine di distribuire volantini sovversivi di provocare una rivolta contro il Kaiser, che avrebbe fallito e giustificato l’offensiva tedesca. I principali oppositori alla firma del trattato sono, ancora nella serie, gli ex generali zaristi e non, come in realtà, i socialisti rivoluzionari. Jacson accusa Trotsky di non aver difeso la Russia con i cosacchi. La serie dimentica che fu il Congresso dei Soviet che approvò il decreto sulla pace per porre fine alla guerra, una delle grandi richieste delle masse».
Una rilettura della storia che omette fatti e cambia le carte in tavola in modo definitivo: «Per la serie, la storia della rivoluzione si conclude con la morte di Lenin, dimenticando quanto successo agli oppositori dello stalinismo. Tutti i crimini sono attribuiti a Trotsky, inclusa l’esecuzione dei Romanov».
Che la serie non avesse pretese da documentario storico lo si evinceva già dalle prime dichiarazioni del produttore Konstantin Ernst: «Trotsky è stato una vera rock’n’roll star, non solo durante la Rivoluzione d’ottobre, ma per tutta la sua vita. Basta guardare la montatura ricercata dei suoi occhiali o la giacca di pelle… è un personaggio che oggi può essere capito e apprezzato dal pubblico più giovane».
Già dalla prima scena dell’episodio iniziale si capisce che il “taglio” non è proprio quello del genere storico classico: con un montaggio incrociato la regia alterna l’avanzata nella steppa innevata del treno armato della rivoluzione russa con Trotsky che in uno scompartimento è impegnato in uno dei molti amplessi che lo vedrà affaccendato lungo gli otto episodi della serie.
Un taglio molto pop, per una produzione a cui non si è badato a spese (leggi anche qui), con attori che rappresentano quanto di meglio si possa trovare nel panorama russo, Olga Sutulova, nella parte di Natalia Sedova e Konstantin Khabensky in quella del leader della rivoluzione) e che ha fatto incetta di premi di ogni tipo. La serie si sviluppa in otto episodi che sintetizzano gli anni delle due rivoluzioni russe (1905 e 1917) attraverso un Trotsky ormai in declino esule in Messico, che intervistato ripercorre la sua vita di rivoluzionario. 
Che ci sia lo zampino dello “zar” Putin sono in molti a crederlo. Sul Guardian, ad esempio, si legge: «Il pericolo e l’indesiderabilità delle rivoluzioni è un messaggio chiave del Cremlino di oggi e della televisione di stato, e concentrandosi su Trotsky piuttosto che su Lenin la serie può mostrare il tragico salasso generato dalla Rivoluzione d’Ottobre, ma evitare la critica diretta di Lenin, che molti russi ancora ammirano».
Gli stessi firmatari dell’appello sottolineano come il passato stalinista di Putin e la sua nostalgia per la Grande Russia zarista sia evidente nella serie «falsificare il passato e i rivoluzionari, mentre il paese è avanzato nella restaurazione capitalista e nulla sembra opporsi alla nuova borghesia russa» per questo è necessario fare vedere, soprattutto alle nuove generazioni, Trotsky e Lenin come due «psicopatici manipolatori e la rivoluzione come una lotta meschina per il potere».
L’appello è rivolto anche a Netflix e alla scelta di raccontare ai suoi milioni di spettatori la storia della Russia riscritta da Putin. E non è detto che dopo Trotsky non si aggiunga un nuovo capitolo. Konstantin Ernst, il produttore della serie tv su Trotsky, qualche tempo fa avevo dichiarato che inizialmente per l’anniversario della Rivoluzione russa aveva pensato a fare una biopic di Lenin ma «l’esistenza del leader sovietico, così preso da argomentazioni filosofiche e polemiche scritte con altri pensatori marxisti, sarebbe stato un argomento arido per un dramma ad alto budget». Il canale ha comunque realizzato un documentario in 16 episodi su Lenin ma, per evitare controversie, ha deciso di posticiparne l’uscita e trasmetterla nei prossimi mesi in tarda serata «quando c’è un pubblico più colto davanti agli schermi», ha aggiunto il produttore.
Intanto anche in Italia è cominciata la raccolta delle firme, le prime sono state quelledello storico Antonio Moscato, di Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista e del “nostro” Checchino Antonini.

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