domenica 15 Dicembre 2019

Così Jerry Masslo cambiò la politica e la nostra vita

Così Jerry Masslo cambiò la politica e la nostra vita

Jerry Masslo fu, per me e molti altri, ciò che gli affogati sono oggi per chi sta sulle navi di soccorso. Morti che ti cambiano del tutto vita e politica

di Raffaella Bolini

Jerry Masslo fu, per me e molti altri, ciò che gli affogati sono oggi per chi sta sulle navi di soccorso. Morti che ti cambiano del tutto vita e politica. Ti segnano il cammino, e ti fanno migliore.

Un milione di quintali di pomodoro. Li produceva Villa Literno, sul finire degli anni 80. C’era solo un mese per raccoglierli, a cavallo fra luglio e agosto. Servivano braccia. E le braccia, dal 1987, cominciarono ad arrivare.

Erano migliaia all’alba nella rotonda, la piazza del paese. Africani e maghrebini. Passavano i caporali. Sceglievano la merce umana e la caricavano sui camion. Poi, giù nei campi, a schiena china fino a sera. I pomodori crescono bassi, molto bassi, praticamente sdraiati al suolo. La terra d’estate è calda, torrida. Acqua da bere, poca. Cibo, quasi mai. Lavoro a giornata. 1.000 lire a cassetta. Una cassetta pesa 25 chili.

Arrivavano da tutte le zone d’Italia, gli immigrati, per fare il pomodoro. Tanti traversavano il mare appositamente. Seguivano il raccolto. Fino a fine agosto, Villa Literno. Poi tutti giù in Puglia, dove l’oro rosso maturava dopo. I più integrati poi tornavano al nord –era il tempo delle mele.

Gli altri tornavano nelle periferie delle metropoli. Non pochi riprendevano la via di casa –i più vicini soprattutto, tunisini e marocchini, ad aspettare un’altra occasione di lavoro. Tanti si fermavano in zona, a trasformare la Domiziana in un immenso ghetto.

Qualcuno moriva, di malattia e di stenti. Erano tutti clandestini. Non andavano a cercare cure. Avevano paura di essere denunciati. Chi provava a presentarsi ai pronto soccorso, spesso veniva respinto. Qualcun altro moriva ammazzato.

Jerry Essan Masslo fu ucciso la notte del 24 agosto 1989.

Al Governo c’era un pentapartito guidato da Andreotti. L’anno era stato aperto dai missili Usa sulla Libia e dall’annuncio della chiusura delle acciaierie di Bagnoli. Achille Occhetto a marzo aveva vinto il congresso della svolta. Si era votato per il Parlamento Europeo. Gli italiani protestavano per l’introduzione dei ticket sanitari.

Il mondo stava cambiando faccia. Il blocco dell’est era in disfacimento. A dicembre sarebbe caduto il muro di Berlino. In Cina la protesta pacifica degli studenti era finita in un bagno di sangue a Tien An Men. In Palestina l’intifada nonviolenta era al suo culmine, e mancava un anno alla prima stretta di mano fra Rabin e Arafat.

Jerry era sudafricano e profugo politico.

Nel suo paese c’era ancora l’apartheid. Nelson Mandela era in prigione da ventisei anni. Sarebbe stato liberato l’anno dopo. Qualche giorno prima di morire, Masslo era stato intervistato per uno Speciale TG2. “Il mio vero problema, quello che ho sperimentato in Sudafrica” aveva detto “non voglio viverlo in Italia. Nessun nero, nessun africano dimentica cosa sia il razzismo e io lo sto sperimentando qui”.

Il qui era Villa Literno. Diecimila abitanti e ottomila extracomunitari nei mesi d’estate. Tutti clandestini. Non c’era una legge. Mettersi in regola era impossibile, anche per chi aveva un lavoro regolare. E a Villa Literno niente era regolare, per nessuno –nemmeno per gli italiani. Camorra imperante. Infrastrutture inesistenti. Neppure la rete idrica, c’era. Un paese del west a centocinquanta chilometri da Roma.

La gente, anche quella per bene, non sopportava gli immigrati –un problema in più oltre agli altri, un altro peso nella fatica di vivere cercando di mantenere un po’ di decoro. Dormivano dove capitava, gli immigrati. Chi aveva un tetto era fortunato. Altrimenti c’era il ciglio della strada e i campi. Per lavarsi, le fontane. Villa Literno faceva impressione a vedersi. Il razzismo dei penultimi contro gli ultimi è duro, e rancoroso. E poi c’era la criminalità, grande, piccola, micro.

Dormivano in trenta, in una baracca di periferia, la notte del 24 agosto. Quelli che li sorpresero nel sonno avevano fra i diciassette e i venti anni. La rapina finì male. Jerry Masslo fu ucciso da un colpo di pistola. Non aveva trenta anni.

La questione migranti e razzismo esplose. I suoi funerali furono trasmessi in diretta TV. Il movimento antirazzista uscì dall’ombra. Così come la polemica fra le forze politiche.

Il 20 settembre 1989 gli immigrati proclamarono il loro primo sciopero nazionale.

Nel volantino diffuso a Villa Literno era scritto: “La nostra condizione di clandestini permette a datori di lavoro disonesti e alla criminalità organizzata di usarci per mettere in pericolo i diritti che voi lavoratori italiani avete saputo conquistare sin dalla Resistenza. Sappiamo che l’ostilità che ci è a volte dimostrata è dettata dalla paura e non dalla malvagità”.

Trecentomila persone sfilarono a Roma il 7 ottobre, nella prima manifestazione nazionale antirazzista. A dicembre, il Consiglio dei Ministri approvò un decreto legge che apriva la strada alla prima sanatoria. Con la cosiddetta Legge Martelli si misero in regola ottantaseimila immigrati. In Italia ce ne era un milione. Alla stessa epoca, Francia e Germania ne accoglievano quattro milioni ciascuna.

L’anno dopo, a luglio, Villa Literno era lo stesso un inferno. Questa volta, però, con gli immigrati e i liternesi c’era un pezzo di Italia democratica.


A quel tempo, lavoravo alla direzione della Federazione Giovanile Comunista. Ai funerali di Jerry Masslo non c’ero. Ma c’era la FGCI di Caserta, i compagni e le compagne di Villa Literno –e Tom Benetollo, Dino Frisullo, molti altri amici.

Avevamo cominciato da qualche anno a lavorare sui temi dell’immigrazione. Una cosa nuova. Studiavamo, guardavamo ai movimenti in Europa –molto più avanti di noi. Si cominciava a tessere la rete degli antirazzisti in Italia. Discutevamo di come coinvolgere gli immigrati. Di come scuotere la politica. Di come evitare la guerra fra poveri, e di come affrontare il razzismo che sentivamo crescere.

A sinistra, il cerchio era piccolo – persone dedicate, che si erano prese a cuore il problema. I cattolici erano già in pista, con l’assistenza. Anche da quella parte, non pochi erano disponibili a discutere insieme –per trovare una risposta politica a quella che stava diventando una emergenza sociale.

Partimmo per la Puglia qualche giorno dopo i funerali. A Villa Literno la stagione era finita, gli immigrati stavano sui campi della Capitanata. Volevamo preparare una interrogazione parlamentare –e volevamo vedere. Fu un giro breve, con i compagni pugliesi. Ci mettemmo poco a capire che una interrogazione non ci bastava. Non bastava soprattutto a mettere in pace le nostre coscienze.

E fu il salto nel volontariato.

Ora sembra normale, a sinistra, fare politica e sporcarsi le mani. Allora non era normale. Bisognava obbligare le istituzioni a dare risposte ai bisogni, non mettere le pezze alle carenze dello stato –era questa l’approccio alle questioni sociali. A pensarci adesso, è un po’ strano. In fondo, il movimento operaio era nato mettendo insieme la lotta per i diritti e l’assistenza: che altro erano le Leghe di Mutuo Soccorso? Comunque sia, il dibattito del tempo era quello.

Ma c’è uno scarto fra i tempi della politica e quelli della vita. Un anno per ottenere una legge è poco. E’ un tempo infinito se non hai da mangiare. Il volontariato può riempire lo scarto. Per noi, fu questa l’illuminazione sulla via di Damasco. Niente a che fare con la grande teoria. Semplicemente, fu un modo per non stare troppo male di fronte alla sofferenza altrui.

Il primo Villaggio della Solidarietà aprì le sue porte a Stornara, provincia di Foggia, ai primi di settembre. Organizzammo tutto in dieci giorni. Le autorizzazioni al Comune. I rapporti con le organizzazioni locali. La raccolta dei soldi –pochissimi. Le donazioni di cibo dalle le cooperative pugliesi. La cucina da campo della festa dell’Unità.

Mancavano le tende. Provammo con chi ce le aveva, senza successo. Tom prese tutti i risparmi e con quelli andammo insieme al mercato di Via Sannio. Le tende che costavano meno erano fatte con gli avanzi di stoffa. Ogni lato un colore. Verde, giallo, rosso, blu. Mettemmo le tende arcobaleno su un furgone. Prima di partire, Tom mi disse: “questa esperienza ti cambierà la vita. Tornerai, e niente sarà uguale a prima”. Partimmo in cinque.

Parcheggiamo in una piazza deserta di Stornara, sotto un sole abbagliante. I compagni pugliesi forse rimasero delusi, a vedere una così povera cosa –un gruppetto sudato e poche cose. Non ce lo dissero. Dormimmo la prima notte nella Federazione del Partito, sotto le foto giganti di Giuseppe Di Vittorio. Poi, cominciammo a costruire il Villaggio su una collinetta –una piccola discarica.

Cento immigrati trovarono da dormire. Altrettanti venivano la sera a mangiare, o a lavarsi. Arrivarono, senza essere chiamati, un gruppo di medici. I ragazzi facevano la fila per essere visitati –per bisogno di affetto, ci dicevano i dottori, più che per necessità.

Ci vennero a trovare in tanti. Il sindacato, le associazioni, i compagni, gli assessori e i deputati amici. Ricevemmo molto aiuto. Finimmo sui giornali. Era una novità, vedere i comunisti che imitavano la caritas. Durammo venti giorni, fino a quando il pomodoro finì. Chiudemmo il campo con una grande festa.

Il 7 ottobre, quando il corteo della prima manifestazione nazionale antirazzista arrivò in piazza del Popolo, trovò un grande container attrezzato a dormitorio. Era la prima pietra del secondo Villaggio della Solidarietà, quello che volevamo costruire l’estate dell’anno dopo a Villa Literno.

Raccogliemmo i soldi per un anno intero, in FGCI. Facevamo avanti e indietro con Caserta. Rompemmo le scatole a tutti. Riuscimmo ad avere l’appoggio della Regione. Volevamo fare una cosa più grande, più seria, più capace di dare risposte e di provocare la politica.

Eravamo terrorizzati di non farcela. I soldi, soprattutto, non bastavano. La riunione in cui la CGIL ci disse che avrebbe messo a disposizione i venticinque milioni che ci mancavano, la ricorderò per tutta la vita. Non avremmo potuto montare i container, costavano troppo, ma con le tende avremmo potuto dare accoglienza a trecento persone. Potevamo partire.

Il Villaggio lo montammo in un campo di grano appena raccolto. Stoppie e stoppie, un caldo immenso. Montavamo la rete di protezione e i volontari svenivano. Eravamo tanti, però, da tutta Italia. Avevamo la musica.

Ci adattammo allo spirito del luogo.

Per far defluire le acque di scarico, aspettammo che calasse la notte. Facemmo una buca profonda, fino ad arrivare al collettore delle fognature. Un buco con il trapano, un raccordo e via. I compagni più esperti dicevano che avevamo rischiato di far saltare la rete fognaria di mezza Campania. Ma funzionava.

Gli immigrati si fidarono. Era stato fatto un buon lavoro, con quelli che vivevano a Villa Literno. C’era la fila per essere accolti nel Villaggio della Solidarietà “Nero e Non solo”. Non mi ricordo quale criterio adottammo per la selezione. Tanti criteri incrociati. E dire no era comunque una ingiustizia. Passavamo le ore a parlare con gli esclusi. Ma sapevamo di non poter risolvere il problema. Il Villaggio era una comunque una iniziativa simbolica. Facevamo noi, per mostrare quello che altri avrebbero dovuto fare, e molto meglio. Eravamo là perché il problema fosse sotto i riflettori. Per spingere le istituzioni a intervenire.

Chi non poteva dormire da noi, poteva però accedere a tutti gli altri servizi. Al presidio medico, che lavorava giorno e notte. Allo sportello informativo sui diritti, gestito dalla CGIL. All’assistenza per i problemi di lavoro nei campi. Giravano a migliaia, intorno al campo. Persone con la dignità scritta sulla faccia, e persone devastate dalla fatica e dall’emarginazione. Nel campo non poteva entrare l’alcool, ma di risse ce ne erano tante lo stesso. Tutte le notti bisognava andare a dividere qualcuno.

Ma la notte si parlava anche, e tanto. Quando entravi in confidenza con qualcuno, dalle tasche usciva regolarmente una foto. Mogli e bambini che ti guardavano sorridenti. La maggior parte di loro, a casa, erano convinti che il capofamiglia avesse fatto fortuna, che avesse un buon lavoro, che fosse ben vestito. Pochi immigrati avevano il coraggio di raccontare la sconfitta e l’umiliazione. Molti confidavano di spendere la maggior parte dei soldi guadagnati per mandare a casa mucchi di bei regali, all’altezza delle bugie che raccontavano.

Intorno al Villaggio c’era la polizia. Tanta. E stava con noi.

Il Capo della Polizia di allora ci aveva messo a disposizione decine e decine di agenti, provenienti da tutta Italia, scelti fra i sindacalizzati. Polizia democratica. Proteggevano noi, e gli immigrati. Chi non riusciva a trovare posto nelle tende, dormiva intorno alle loro camionette. Avevano paura. In quel mese, i razzisti spaccarono la testa a tre di loro con la roncola. Li trovavano a camminare lungo le strade di notte, si fermavano e li aggredivano. Così, senza un perché.

Ci accompagnava nei campi di pomodoro, la polizia. Arrivavamo scortati, quando si trattava di andare a pretendere il pagamento degli immigrati. Capitava spesso che intere squadre di lavoratori venissero mandate via senza una lira, alla fine di una settimana di lavoro. Con la polizia a coprirci, i padroni ci ascoltavano. E pagavano.

Non era un posto facile, Villa Literno, neppure per noi. Quando facemmo un accordo per i pasti dei volontari con una tavola calda accanto al Villaggio, ci arrivarono minacce di morte. Dovemmo fare lo stesso accordo con altri tre ristoratori, e convincere i nostri compagni ad andare a turno da tutti, anche se erano lontani. Volevamo resistere, anche a costo di qualche compromesso. La rivoluzione in un giorno, e casa degli altri, non si può fare.

Una notte, un ragazzo ospite del Villaggio si sentì male. I dottori volontari capirono che era una cosa grave. Lo caricammo su una macchina e via, verso l’ospedale. I compagni bussarono a tutte le porte della zona –pronto soccorso, cliniche convenzionate, strutture private. Senza esito. Ritornarono al Villaggio. Il ragazzo morì all’alba. Come l’anno prima con Jerry Masslo, ci volle il morto per scuotere la politica.

Finimmo su tutte le prime pagine dei giornali. I giornalisti, le televisioni di mezza Europa, le interviste. Le visite dei politici raddoppiarono. Il Governo si mosse e arrivò la Croce Rossa. Una lunga colonna di mezzi fece l’ingresso al campo, con decine di crocerossine vestite di tutto punto.

Dal punto di vista delle esigenze reali, non che ce ne fosse così bisogno. I medici nostri erano perfetti, e anche la CRI non poteva fare fronte ai casi gravi. Dal punto di vista politico, però, era un successo. Avevamo fatto muovere qualcosa. E così ci impegnammo a trovare un modo per convivere con persone tanto diverse da noi, noi che la sera ascoltavamo le canzoni di lotta. Credo che alla fine si trovassero bene, le signore con il velo in testa.

Cercavamo di trovare tutti i modi per non essere un ghetto. Dicevamo ai volontari di uscire, di fare acquisti in paese, di parlare. Cercavamo di comperare tutto in zona. Volevamo che la gente di Villa Literno sentisse che non eravamo contro di loro. Non volevamo che venissero bollati dalla stampa come i razzisti di turno. Troppo facile, prendersela con loro.

Facemmo una lunga discussione per decidere come chiudere il Villaggio, alla fine di agosto. Una festa in paese o una festa nel Villaggio? Decidemmo di rischiare, di verificare se in un mese avessimo fatto qualche passo avanti. La festa si fece nel Villaggio. All’inizio eravamo solo noi, gli immigrati e la musica. Poi, piano piano, i liternesi arrivarono. Non tutti, ma tanti. C’era la luna piena, quella sera. A noi pareva di aver fatto qualcosa di buono. Era il 24 agosto. Un anno prima, in quella stessa notte, Jerry Masslo era stato ucciso.

Il Villaggio chiuse i battenti, e noi ce ne andammo.

Rimasero i compagni e le compagne di lì, a proseguire un lavoro difficile. Rimase Nero e Non Solo, associazione antirazzista. Rimase la pratica dei Villaggi della Solidarietà, che l’Arci continuò ad organizzare per qualche anno. Rimase l’impegno di tanti e di tante, a casa loro, nelle mille Villa Literno d’Italia.

La FGCI, dopo poco, non ci sarebbe stata più. In quell’agosto 1990, lo sapevamo già tutti, che ci saremmo divisi. Qualcuno stava con il sì, altri con il no –al cambiamento del nome del Partito Comunista Italiano. Ci fu, nella stampa, chi provò a speculare su quelle differenze. Ogni volta, reagimmo tutti insieme, infuriati. A Villa Literno, non litigammo mai sulle questioni del partito. Avevamo altro da fare. E nelle motivazioni di quel fare c’era una identità comune più forte di qualsiasi altra cosa.

Il Villaggio dell’anno dopo l’Arci lo costruì a Stornara. Quando finì, non facemmo in tempo a vuotare lo zaino. Si partiva di nuovo. La carovana in Yugoslavia si metteva in moto da Trieste. Quattrocento persone, in autobus, dal 25 al 29 settembre, passando per Slovenia, Croazia, Vojvodina e Serbia fino a Sarajevo –prendemmo il traghetto di ritorno un’ora prima che su Dubrovnik cominciassero i bombardamenti.

Era cominciata la guerra. Dieci anni, sarebbe durata. I nuovi campi che avremmo tirato su avrebbero accolto i profughi. Dal razzismo all’odio etnico –ecco il passo che ci aspettava. Come aveva predetto Tom, la vita di molti di noi non sarebbe stata più la stessa.

Ma questa è un’altra storia”

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