Perché siamo tutti Stefano e Ilaria. Dieci anni di lotta per verità e giustizia

Perché siamo tutti Stefano e Ilaria. Dieci anni di lotta per verità e giustizia

Dieci anni fa moriva Stefano Cucchi per le conseguenze del pestaggio da parte di alcuni carabinieri. Dieci anni di depistaggi e lotte per verità e giustizia

 

La fiaccolata parte dalla piazzetta di Cinecittà da dove Stefano ha iniziato il calvario che ha portato alla sua morte. Sono passati 10 anni e il ricordo è sempre vivo. “Teniamo sempre la luce accesa – dice l’appello di convocazione – ci sono banchi di buio e di omertà intorno a certi abusi, un’oscurità stratificata che li rende impenetrabili come una corazza. Ma finalmente il muro è stato abbattuto. Stefano è morto dentro quattro mura dello Stato”. [disegno di Manuele Fior, da Linus]

Dieci anni fa. Dieci anni fa un ragazzo venne trovato morto, all’alba, nel repartino penitenziario dell’Ospedale Pertini di Roma. Aveva 31 anni ed era stato arrestato sei giorni prima a Cinecittà con addosso qualche dose di hashish. Il suo nome era Stefano Cucchi. Passò la notte girando tra le caserme dei carabinieri di quel quadrante di Roma dopo che la perquisizione della casa in cui viveva con i genitori non aveva dato esito alcuno. Il giorno appresso lo portarono a Piazzale Clodio per l’udienza di convalida. Era ridotto male, parlava a fatica ma sulle carte che lo accompagnavano qualcuno aveva scritto che era albanese, aveva sei anni di più e, soprattutto, che era sena fissa dimora. Cosa che gli spalancò i cancelli di Regina Coeli, perché se una casa non ce l’hai, come fai ad andare ai domiciliari? Nessuno si preoccupò di capire perché gli fu appioppato un avvocato d’ufficio sebbene lui, la sera prima, ne avesse indicato chiaro e tondo uno di fiducia. Tutti quelli che lo presero in carico dai carabinieri sobbalzavano alla vista di quel ragazzo magrissimo e con i segni di un pestaggio sulla schiena e sulla faccia. Il medico che lo vide arrivare a Regina Coeli sgranò gli occhi e lo rimbalzò al pronto soccorso del Fatebenefratelli. Da lì di nuovo in galera, ma non ce la faceva proprio, stava troppo male. Il Fatebenefratelli se ne lavò le mani e fu mandato al reparto “protetto”, così si chiama, il padiglione circondato dalle inferriate che è un’appendice di Rebibbia dentro l’ospedale, piuttosto che un’appendice della sanità pubblica dentro la prigione. Fuori da quei cancelli i genitori suoneranno ogni giorno e ogni giorno il muro di gomma dava risposte dilatorie diverse. Finché, proprio mentre il padre del ragazzo stava andando a ritirare il permesso per il colloquio, un carabiniere citofonò a casa Cucchi e senza giri di parole chiese a sua madre di provvedere alla nomina di un consulente medico per l’autopsia.

Questa storia ha iniziato a raccontarmela Ilaria Cucchi dieci anni fa in una sala d’attesa dell’obitorio, a Piazzale del Verano. MI ci aveva mandato Fabio Anselmo, il legale della famiglia Aldrovandi che avevo conosciuto quattro anni prima a Ferrara. La sorella di Stefano era sconvolta dalle condizioni di quel cadavere. E perplessa dal divieto di fare rilievi fotografici da parte del pm. Ma quelle foto vennero comunque scattate, di nascosto, e Stefano cominciò a parlare anche da morto. In quei giorni di isolamento ospedaliero aveva provato a far uscire la sua voce ma nessuno lo aveva aiutato. Nemmeno un famoso prete di una famosa comunità di recupero, dove Stefano era stato anni prima, che aveva ricevuto una lettera da Cucchi ma l’ha consegnata alla famiglia solo alcuni mesi dopo. Quel prete è morto da tempo e s’è portato nella tomba la spiegazione di quel comportamento. Al mistero delle carte false e dell’avvocato mai avvisato si somma da subito  il mistero della lettera consegnata tardi. Il caso andò subito al Tg3, oltre che sui soliti Liberazione e il manifesto, forte dell’eco del caso Aldrovandi che, solo quattro mesi prima, aveva fatto registrare la prima, clamorosa, condanna di quattro agenti per l’omicidio colposo, e il rinvio a giudizio di alcuni loro colleghi per le operazioni di depistaggio. Pensate che in questo paese nessuno si è mai sognato di processare poliziotti e carabinieri nemmeno dopo eccidi di braccianti o di operai in sciopero. Nemmeno il carabiniere che ha sparato a Carlo Giuliani mentre questi provava a difendersi con l’estintore dalla violenza di una carica illegale che andava avanti da due ore, avrebbe avuto l’onere di un pubblico processo. Le condanne per il caso di Federico Aldrovandi, infatti, sono considerate uno sfregio da settori larghissimi di operatori del settore che non hanno mai perso l’occasione per tributare solidarietà ai colleghi condannati solo perché hanno ammazzato di botte un ragazzino che tornava a casa tardi e tirare merda sulla famiglia del diciottenne e sugli amici e su chi si azzardava a essere solidale con le vittime piuttosto che con i carnefici. Il leader di un grande sindacato che tributò una lunga standing ovation ai quattro assassini di Federico, all’epoca già condannati in definitiva, è ora un parlamentare del partito di Salvini e probabilmente il suggeritore del leader padano in tema di politiche proibizioniste e sicuritarie.

Il caso Cucchi trovò una società più attenta (nel suo quartiere, Tor Pignattara, sfilò un corteo che denunciò il clima da far west innescato dalle scorribande di certe “guardie”) ma anche un governo pronto ad assolvere a priori i carabinieri. Era il tempo del Berlusconi 2 – non che avrebbero fatto meglio gli altri esecutivi che si sono succeduti – con ministri come La Russa, Alfano e Giovanardi. Il primo alla difesa. Assolse con un proclama i carabinieri. Anche perché poche settimane prima altri carabinieri erano stati colti con le mani nel sacco a ricattare l’allora presidente della Regione Lazio e l’Arma, proprio a Roma, non aveva bisogno di altra pubblicità negativa. E le indagini, per questo, aggirarono le caserme dei carabinieri per concentrarsi sulla colpa, evidente, di chi lo ebbe in consegna al Pertini e degli agenti della penitenziaria sui quali una regìa più o meno sapiente ha tentato di scaricare il pestaggio. Sarebbero seguite, negli anni, almeno tre teorie alternative sulla morte  di Stefano. Quella per sieropositività, inventata da un politico integralista cattolico ed ex carabiniere, specializzato in leggi proibizioniste e oltraggi alle vittime e ai familiari delle vittime. La morte per malnutrizione, “sarebbe bastata un po’ di acqua e zucchero”, partorita da una strabica commissione d’inchiesta del senato. Fino a quella di morte improvvisa da epilessia, creatura improbabile di consulenti che, forse, avevano l’ordine di esplorare le verità alternative al «pestaggio da teppisti in divisa». Fino alle rivelazioni di uno degli imputati che, nove anni dopo, capisce che la cappa di protezione sta cedendo e si decide a smarcarsi da due colleghi violenti e dalle pressioni dei comandi.

Ci sono voluti dieci anni perché questa storia assumesse i contorni nitidi e la dignità di un’indagine bis che fra 23 giorni arriverà a una prima sentenza contro tre carabinieri accusati del pestaggio, per i quali è stata chiesta una condanna a non meno di 18 anni, e altri due (uno di loro è il maresciallo che «ha inquinato le prove fino all’ultimo» e che rischia 3 anni e mezzo) delle prime falsificazioni. Due giorni prima della sentenza inizierà il processo contro altri otto tra alti ufficiali e carabinieri semplici che, secondo il pm Musarò, avviarono quella «partita con le carte truccate» di un depistaggio in grande stile.

Stefano Cucchi, secondo la pubblica accusa del processo bis, è morto per le conseguenze del pestaggio nella caserma dove avrebbe dovuto fare il fotosegnalamento. «Se non ci fosse stata la frattura delle vertebre verosimilmente Cucchi non sarebbe stato ospedalizzato e non sarebbe morto». «L’omissione dei sanitari è una causa susseguente, sopravvenuta. La condotta medica non esclude il nesso di causalità». Stefano andava a correre ogni giorno, tre volte a settimana in palestra e praticava la boxe «quasi ossessivamente». La sua magrezza, vera ossessione dei difensori degli imputati, era dovuta esclusivamente alla necessità di stare sotto i 44 kg, limite della categoria dei supermosca. «Non era magrezza patologica», non si stancherà di ripetere il pm citando medici e consulenti, smentendo di nuovo, se mai ce ne fosse bisogno, che Cucchi fosse stato sieropositivo. E se perse sei chili in sei giorni è solo «a causa del trauma subito». «Non riusciva a mangiare perché aveva male dappertutto, come diranno negli anni, gli agenti della penitenziaria e i sanitari che con lui ebbero a che fare. Non mangiava perché non riusciva. Sindrome post traumatica da stress. La stessa ragione per cui restò sei giorni con lo stesso maglione, lui che a casa si faceva tre docce al giorno. Stefano era rimasto paralizzato e insensibile dalla frattura delle vertebre, nemmeno riusciva a fare pipì. Il globo vescicale era «un mappamondo sul corpo esile di Stefano Cucchi» che conteneneva 1400 cc di urina perché il catetere non funzionava bene e nessuno lo controllò quell’ultima sera di vita del detenuto che, in quelle condizioni non se ne poteva accorgere per via della frattura di L3 che lo aveva reso insensibile.

Ecco com’è stato ucciso Stefano Cucchi, da un cocktail fatale di proibizionismo, malapolizia e malasanità condito di tortura. Un reato che nemmeno esisteva quando accaddero questi fatti e che adesso è scritto su una legge fiacca, scritta sotto dettatura delle potenti lobby di polizia e carabinieri anche dagli stessi politici che in questi anni hanno sgomitato per scattarsi dei selfie con Ilaria Cucchi.

Dieci anni dopo abbiamo una società polarizzata, spaccata in due. Da un lato un’opinione pubblica narcotizzata dai marescialli Rocca, incattivita dalle politiche sicuritarie, adescata dai Salvini e dai Minniti, dalla atroce e astratta legalità a cinque stelle o dal post-fascismo di Meloni. Dall’altro settori di società civile solidali che si battono, in ordine sparso, contro i vari ingredienti di quel cocktail: il proibizionismo, l’opacità del carcere, la repressione, gli abusi in divisa, la privatizzazione della sanità e i tagli al welfare. Acad, Antigone, Amnesty, A buon diritto ecc…, videomaker e giornalisti indipendeti, stanno facendo un buon lavoro (si riveda il film “Sulla pelle di tutti”), contrastando i muri di gomma e sbugiardando le versioni ufficiali. Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà si raccomanda di «mantenere sempre lo stupore e l’indignazione rispetto a ciò che vediamo». L’informazione però fa pena, nel senso che se si occupa di queste storie lo fa per suscitare lacrime piuttosto che consapevolezza. E la politica, nel frattempo, continua a sfornare leggi che dilatano l’area degli abusi anziché circoscriverla. Un lavorìo bipartisan a suon di decreti sicurezza contro i migranti e la libertà di movimento di tutte e tutti. E siamo sempre più sicuri. Sicuri da morire.

 

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