mercoledì 8 Luglio 2020

La vita vale più di una patria: la Mare Jonio è libera

La vita vale più di una patria: la Mare Jonio è libera

La Mare Jonio, la nave di Mediterranea Saving Humans, dissequestrata dopo un sequestro illegittimo di cinque mesi

«La Mare Jonio è libera. Finalmente». E’ la stessa ong italiana, Mediterranea Saving Humans, a dare l’annuncio della decisione del Giudice civile di Palermo che «ripristina finalmente la legalità dopo un sequestro illegittimo durato cinque mesi. E, dopo l’archiviazione delle accuse contro il comandante Marrone e il capomissione Casarini, questo è un altro fondamentale passo verso la cancellazione dal basso dei Decreti Sicurezza». Cancellazione quanto mai lontana perché il governo Pd-M5s-Iv-Leu non solo è sulla scia di Salvini sui decreti che criminalizzano i richiedenti asilo e il conflitto sociale ma anche sulla questione dei patti con la Libia che Salvini ha ereditato dal “democratico” Minniti. Lo deve riconoscere l’Ong sostenuta da quei pezzi della sinistra che non disdegnano l’alleanza con il Pd: «Il governo attuale non ha avuto il coraggio di fare politicamente quello che un tribunale oggi ha ritenuto essere l’unica cosa giusta. La nostra nave è libera, e adesso vogliamo tornare in mare al più presto, a salvare i profughi di una guerra terribile dall’annegamento e dalle catture delle milizie libiche, a salvarci, insieme alle altre navi della società civile, da scelte criminali e velenose come quelle del rinnovo del memorandum con la Libia. Ma per farlo, abbiamo bisogno di tutto il sostegno dei nostri equipaggi di terra. Quanto prima, lanceremo una campagna straordinaria di raccolta fondi per finanziare l’imminente missione in mare dopo la sosta forzata di cinque mesi. Abbiamo bisogno del vostro aiuto».

Il gommone blu con i 50 migranti a bordo salvati nel marzo 2019 nel Mediterraneo «era in una situazione di reale pericolo per l’incolumità delle vite in mare» come scrivono i pm di Agrigento nella richiesta di archiviazione. Il gommone «era immobile in mare», quindi alla deriva, «con un tubolare laterale che appariva danneggiato – come avrebbe testimoniato Casarini il 2 aprile – con la prua piegata all interno, a indicare che i tubolari non erano perfettamente a tenuta e quindi sgonfi»’ e «imbarcava acqua da poppa», «con circa 50 persone a bordo senza giubbotti di salvataggio o altri dispositivi di sicurezza». «Dalla descrizione fornita agli inquirenti da Casarini si trattava inconfutabilmente di una imbarcazione in distress, cioè in una situazione di reale pericolo per l’incolumità della vita del l’uomo in mare», dicono i pm.

Nella richiesta di archiviazione si leggono anche le conversazioni, molto agitate, tra la Mare Jonio e il pattugliatore della Gdf Paolini, «Ripeto, non siete, non siete autorizzati all’ingresso in acque nazionali italiane. Non siete autorizzati da Autorità Giudiziaria italiana all’ingresso in nostre acque nazionali inoltre, se doveste entrare in acque nazionali italiane sarete perseguiti per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Cambio». È la notte tra il 18 e il 19 marzo 2019 e la nave di Mediterranea Saving Humans ha a bordo 49 persone soccorse poche ore prima. Un’altra persona è stata evacuata per problemi di salute. «Vi intimiamo l’alt – continuano le Fiamme gialle – arrestate le macchine, ripeto vi intimiamo l’alt, fermate i motori arrestate le macchine, cambio». Ma la nave va avanti. «Comandante io non posso fermare nessuna macchina, perché qui siamo a rischio di pericolo di vita, qui c ‘è ci sono due metri di onda comandante, non fermo proprio niente io, io mi ridosso sotto l’isola, perché qui siamo in gravi condizioni di pericolo di vita comandante!», gli grida Marrone che ha anche scritto un libro dal titolo: «Io non spengo nessun motore!».

Intanto, le carte di un’inchiesta simile rivelano che il divieto di sbarco imposto ad Open Arms non è stato un «atto politico» ma «un’attività amministrativa» svolta «nell’esercizio delle funzioni e dei poteri del ministro dell’Interno»: un «reato ministeriale» dunque, un sequestro di persona riconducibile in maniera «certa ed inequivoca» a Matteo Salvini. Che così facendo ha violato «le convenzioni internazionali, i principi che regolano il soccorso in mare e, più in generale, la tutela della vita umana». L’atto d’accusa è nella richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega che il Tribunale dei ministri di Palermo ha inviato al Senato e che la Giunta per le immunità esaminerà a partire da giovedì per arrivare al voto il 27 febbraio. Era stato lo stesso Salvini a rendere nota sabato scorso la richiesta di procedere nei suoi confronti, per i reati di sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio, attaccando i giudici. E anche oggi è tornato alla carica. «Articolo 52 della Costituzione: la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino. Chi lo spiega a quel giudice?». Ma le motivazioni contenute nelle 114 pagine di relazione al Parlamento arrivano nel giorno in cui l’ex ministro deve accusare un altro duro colpo sul fronte migranti: il tribunale civile di Palermo ha disposto, dopo 5 mesi, il dissequestro della Mare Jonio, la nave di Mediterranea Saving Humans, che ha già annunciato il ritorno nell’area di ricerca e soccorso davanti alla Libia. Non solo. Per ribadire che la decisione di lasciare la Open Arms per giorni in mare fu un’esclusiva di Salvini, i giudici citano uno scambio di mail con il premier Conte, ‘sgravandolo’ da ogni responsabilità. In una prima del 14 agosto il presidente del Consiglio invitava il suo ministro «ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti», ricevendo risposta negativa. E due giorni dopo rinnovava la richiesta, avvertendo che la linea portata avanti avrebbe comportato il rischio di un «illegittimo respingimento» e sottolineando che vi era la disponibilità di diversi paesi Ue ad accogliere i migranti, «indipendentemente dalla loro età». A questa seconda mail Salvini rispose affermando che lo sbarco dei minori sarebbe avvenuto «suo malgrado», come «esclusiva determinazione» del premier. Ma l’ex ministro, stando a quanto scrivono i giudici, aveva invece l’obbligo di far sbarcare i migranti. «Lo stato italiano si è espressamente vincolato al rispetto dei principi del diritto internazionale… tra i quali…quello che impone… l’obbligo di salvare la vita che si trovi in pericolo in mare». E anche lo stesso decreto sicurezza voluto proprio da Salvini, deve lasciare il passo a norme di rango superiore. «Il bilanciamento tra gli opposti interessi, quello della difesa delle frontiere, espressione della sovranità nazionale, e quello della tutela della vita umana – scrivono i giudici – è stato già risolto dalla Convenzione delle Onu sul diritto del mare del 1982 nel senso del recesso del primo laddove l’ingresso degli stranieri sia motivato dall’esigenza di portare a termine le operazioni di soccorso in mare».

La liberazione della Mare Jonio fa seguito alla richiesta di archiviazione per il comandante della nave, Pietro Marrone e il capomissione Luca Casarini. La loro scelta di entrare in acque nazionali, nonostante i ripetuti alt intimati dalla Guardia di Finanza, nella notte tra il 18 e il 19 marzo 2019, con a bordo 50 naufraghi soccorsi a bordo di un gommone sgonfio «risulta giustificata», secondo i pm di Agrigento, dall’insieme «delle condizioni esistenti al momento dei fatti». Ecco perché la Procura di Agrigento ha chiesto l’archiviazione dell’accusa di favoreggiamento per l’immigrazione clandestina e per avere disatteso un ordine militare.  Mare Jonio, il 19 marzo 2019, si diresse verso Lampedusa e non verso Malta, la Tunisia o la Libia perché, secondo Casarini e Marrone, l’Italia era l’unica nazione sicura. E la Procura ha sposato la tesi di Mediterranea Saving Humans. Perché, come scrivono il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, l’aggiunto Salvatore Vella e la pm Cecilia Baravelli, citando anche una lettera dell’Unhcr, «la Libia è ritenuta porto non sicuro». La nave non poteva dirigersi, però, neppure verso Malta «poiché non forniva le garanzie necessarie per poter portare a termine in sicurezza il salvataggio dei naufraghi». E «allo stesso modo, anche la scelta di non dirigersi in Tunisia è giustificata e comprensibile», dicono ancora i pm. Dunque, scelta di approdare a Lampedusa è stata obbligata? «La Libia non è un porto sicuro», perché «i migranti recuperati dalla Guardia costiera libica e ricondotti in Libia sono stati sistematicamente sottoposti a detenzioni arbitrarie, torture, ed estorsioni, lavori forzati e violenze sessuali» scrivono, nero su bianco, i magistrati della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Casarini e il comandante Marrone, difesi dall’avvocato Fabio Lanfranca. I magistrati ricordano anche di essersi rivolti lo scorso giugno scorso all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) e, in particolare, all’ufficio della Rappresentanza Regionale per il Sud Europa, per chiedere se la Libia possa essere considerata un “Place of safety”, cioè un porto sicuro. Le Nazioni Unite hanno risposto dopo più di tre mesi, lo scorso ottobre «allegando un rapporto nel quale, dopo aver ripercorso i conflitti in corso in Libia nell’anno 2019, esaminavano la situazione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in quei territori, evidenziando come alcune migliaia di loro si trovano in condizione di detenzione arbitraria e sottoposti a violazioni dei loro diritti umani», si legge nella richiesta di archiviazione.

Insomma, per la Procura di Agrigento, l’ordine impartito «in alto mare» dalla Guardia di Finanza alla nave Mare Jonio «non è qualificabile come ordine impartito nel compimento di attività di polizia, avendo ad oggetto esclusivamente il divieto di ingresso in acque territoriali italiane a nave battente bandiera italiana, ordine che non sembra trovare fondamento giuridico». «Viene conferito alle navi da guerra il potere di esercitare attività di polizia in mare sulle navi mercantili nazionali e viene, conseguentemente, attribuito ai comandanti delle navi da guerra il potere di ispezionare le navi, esaminare la documentazione e richiedere informazioni – scrive il Procuratore capo Luigi Patronaggio – nel caso che ci occupa, come si evince dalle comunicazioni acquisite tra il Pattugliatore Paolini e il rimorchiatore Mare Jonio, quest’ultimo veniva fermato in alto mare, prima dell’ingresso nei confini nazionali, e gli veniva impartito l’ordine di non accedere alle acque territoriali poiché non autorizzato». «Se l’ordine non risulta riconducibile all’attività di polizia ex art. 200 del Codice navale non pare pertanto possibile sussumere la condotta della sua mancata obbedienza nella fattispecie». Ed è la stessa Procura a sottolineare nel documento che «dagli elementi probatori acquisiti nel procedimento sembra che Nave Capri, e quindi la Marina Militare Italiana, svolga di fatto le funzioni di centro decisionale della cosiddetta Guardia Costiera libica, siano cioè il reale centro operativo di comando». In altre parole, i pm di Agrigento ribadiscono quanto da più parti viene detto. Cioè che nonostante nave Capri sia una unità della Marina Militare Italiana dislocata nel porto di Tripoli nell’ambito della ‘Operazione Mare sicurò, ufficialmente per il «supporto logistico e addestramento a favore della Marina e della Guardia Costiera Libica», in realtà, secondo la Procura, avrebbe svolto un ruolo di «centro operativo di comando». E il difensore di Casarini e Marrone, l’avvocato Fabio Lanfranca, rincara la dose: «La Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione per Luca Casarini e Pietro Marrone di Mare Jonio mette nero su bianco quello che noi avevamo denunciato da tempo, cioè che è la Marina Italiana a svolgere di fatto le funzioni di comando della Guardia costiera libica». «La Marina militare – dice Lanfranca – ha funzioni di centro decisionale, quindi di comando della Guardia costiera libica. Questo è un fatto che troviamo adesso in un provvedimento dell’autorità giudiziaria». E se la prende con la «politica ipocrita» che per anni «ha fatto finta che la Libia sia in grado di gestire questo problema», invece «noi abbiamo dimostrato, grazie alle indagini difensive, in questa inchiesta, che è solo ipocrisia». Poi si augura che questa «potrebbe essere un’occasione per ripensare la materia delle politiche migratorie italiane e i rapporti tra autorità italiane e libiche». «Ora – conclude – non si più fare finta di non sapere dopo che vengono disvelati questi atti».

L’ordine di alt dato alla nave Mare Jonio, unitamente a quello di arrestare le macchine, in modo da impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane, è stato disposto dal Comandante della Stazione Navale di Palermo, facendosi schermo di un provvedimento di divieto di ingresso in acque nazionali, dato da una Autorità Giudiziaria, «che non è mai intervenuta e che mai poteva legittimamente essere dato«, spiegano i pm della Procura di Agrigento nella richiesta di archiviazione. «In realtà nessuna Autorità Giudiziaria Italiana aveva negato l’autorizzazione all’ingresso in acque italiane della nave battente bandiera italiana Mare Jonio». E ancora: «Non è previsto da alcuna norma che una nave battente bandiera italiana debba avere una preventiva autorizzazione per fare ingresso nelle acque territoriali italiane, né è previsto da alcuna norma che l’Autorità Giudiziaria Italiana abbia la facoltà di autorizzare un natante a fare ingresso nelle acque territoriali«, scrive il Procuratore capo.

«In ogni caso la notte tra il 18 e il 19 marzo 2019 la Stazionale Navale della Guardia di Finanza di Palermo, da cui dipendeva il Pattugliatore Paolini durante quella missione, era in contatto con il Pubblico Ministero di turno della Procura di Agrigento Elenia Manno, la quale, contattata più volte nel corso di quella notte, mai ha ricevuto una richiesta di autorizzare l’ingresso in acque territoriali italiane della Mare Jonio e, meno che meno, mai ha negato una qualche irrituale autorizzazione all’ingresso». Alla fine la nave entrò in porto con i 49 migranti a bordo. Casarini e Marrone furono indagati. E la nave sequestrata. Adesso spetta al Gip la decisione se accogliere la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Agrigento.

Un successo, infine, il mail bombing promosso dalla Campagna Io accolgo per sommergere di mail le caselle di posta dei ministri Di Maio e Lamorgese, con un’unica secca proposta: “cancellate il Memorandum con la Libia”.  Un’iniziativa che si aggiunge alle prese di posizione di tante organizzazioni sociali, ong  ed esponenti politici che in nome della salvaguardia dei diritti umani hanno chiesto di disdire quell’accordo. Ma il 2 febbraio, giorno del rinnovo automatico, è passato e per tre anni sarà ancora in vigore. «A poco valgono, di fronte a questo dato di fatto, le dichiarazioni di Di Maio e Lamorgese che promettono modifiche, ormai fuori tempo massimo – si legge in una nota dei promotori di #IoAccolgo – la realtà è che nell’incontro che ieri c’è stato tra il ministro degli Esteri italiano e  quello dell’Interno del governo Serraj è stato quest’ultimo, e non Di Maio, ad avanzare pretese: conferma del pieno sostegno politico e tecnico al governo Serraj e alla sua azione di “contenimento dei flussi migratori” e quindi un impegno italiano per adattare nuove strutture di accoglienza in Libia, dove 300mila sfollati vanno ad aggiungersi ai 700mila migranti già presenti nel Paese, mentre nei centri ancora funzionanti (5 sono stati chiusi perché danneggiati dai bombardamenti) sono ospitati più di 4mila migranti. Inoltre l’impegno a proseguire i programmi di addestramento delle forze di polizia locali e il supporto alla Guardia costiera con la fornitura di nuovi radar. Intanto l’Unhcr ha chiuso il centro di transito per rifugiati, considerando ormai la situazione nella Libia in guerra troppo pericolosa. In questa sempre più drammatica situazione, La campagna io accolgo rinnova le sue richieste al governo italiano: l’immediata evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l’apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un’operazione vera di soccorso in mare, un’Italia e un’Europa impegnate nell’accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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