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Vita da “impaziente zero” nel focolaio di Codogno

Qua è “strana” non “drammatica”. I problemi veri sono quelli “laterali”. Una lettera e una vignetta da Codogno

da Codogno (Lodi), Francesco “Baro” Barilli. La vignetta è di Lele Corvi

Diario dalla zona rossa, giorno 8.

Guarda, ho visto di tutto. Libero che ora dice di abbassare i toni. Fontana che è poco più di un raffreddore, ma va in TV con la mascherina e si auto-confina. Di Battista che torna e, a questo punto, rende definitivamente inutile chiudere le frontiere. (Ah, poi chiudo: Burioni ha chiesto scusa!!! Non so a chi, perché, se avesse avuto davvero torto o ragione e non m’importa. Ma ha chiesto scusa, no, dico, capisci???? Poi dimmi che non è vero che l’Apocalisse è qui, ora…).

Nel marasma emerge persino qualche voce di buon senso. Un bell’articolo sul Corriere (“La matematica del virus”, di Paolo Giordano: cercalo, è utile); una voce pacata sembra spiegare cosa non ha funzionato all’ospedale di Codogno (cercalo, è utile e la fonte riferisce i problemi evitando polemiche); un’altra voce allude al fatto che il virus probabilmente se ne va a spasso per l’Italia già da prima del “paziente 1”, perlomeno qui nel lodigiano (cercalo, è utile: effettivamente ho sentito di polmoniti “stranamente frequenti” anche prima che la questione esplodesse venerdì scorso). Ah, lascia stare invece il pezzo sui codognesi che, fuuuurbi loro, sono riusciti a “fuggire” dai blocchi per fare la spesa a Piacenza. A me resta la curiosità di cosa dicano, questi, quando vedono arrivare poveracci sui barconi che fuggono da guerra e fame vere…

Ma tutto questo, lasciamelo dire, è voyeurismo dell’informazione. Teniamocene fuori. Magari tu vuoi sapere “come butta” sul serio, qui. Guarda, Conte almeno su questo aveva ragione: in confronto a questo, l’anno scorso è stato bellissimo!!! E poi abbiamo pure sconfitto la povertà, no? Insomma, quel che cerco di spiegarti è: qua è “strana” non “drammatica”. I problemi veri, per dirti, sono quelli “laterali”. Te lo spiego con un esempio: una persona che conosco è stata male (forse agitazione, forse casualità; non conta e – te lo dico subito – la faccenda è finita bene). Beh, il risultato: tre chiamate al 112 per avere un’ambulanza. Tempi: circa 14 ore.

E la mia non è polemica, sia chiaro: abbiamo due ospedali sigillati, tutto gravita su Lodi (forse anche Cremona e Piacenza, almeno credo). Ma ogni volta che un’ambulanza esce poi deve essere “sanificata”, figurati i tempi d’intervento… Il punto, intendo, è: al di là del virus, qui è meglio non storcersi una caviglia… Tutto questo tacendo d’altro…

Insomma, non aiuta che i politici (sì, proprio quelli che strillano contro le fake news) abbiano cavalcato e condannato il “procurato allarme”, abbiano spiegato che la mascherina va messa e non va messa, abbiano chiuso i bar all’ora dello spritz ma non a quella del cornetto, abbiano detto che non c’è nulla di cui preoccuparsi e poi il presidente lombardo si sia trasformato in un’involontaria fonte di meme e di trash.

Io? Dai, non male, grazie. Credo e temo che chi è anziano o in difficoltà per qualche motivo se la passi peggio. Vedi, uno immagina che la vita, in tempi “strani” (in guerra, per dire, o in isolamento come sta capitando ora qua, per altri motivi) sia allucinata e allucinante. Mica vero: quelli che non hanno conosciuto nessuna guerra immaginano la vita in quei frangenti come qualcosa di impossibile, irreale, drammaticamente diversa da ciò a cui siamo abituati. Invece non è così. In guerra si vive e si muore come gli altri giorni. Si va in campagna, se c’è il sole. Si litiga per niente. Si fa l’amore. A volte ci si dimentica della guerra stessa, fino a quando arriva qualcosa o qualcuno a ricordarcela.

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