mercoledì 3 Giugno 2020

Contro il “coronaottimismo”

Contro il “coronaottimismo”

I colpiti dal “coronaottimismo” sembrano dare per scontato che, per una qualche fatalità, dopo il Covid-19 le nostri relazioni sociali miglioreranno e che i governi rinunceranno ai loro postulati neoliberisti

di Àngel Ferrero*

Traduzione di Marina Zenobio

Quale organizzazione, politica o sindacale che sia, ha in questo momento la forza e la determinazione per spingere i governi verso misure keynesiane per recuperare l’economia?
Al punto in cui siamo pochissimi sembrano ancora mette in dubbio che le conseguenze della pandemia da Sars-CoV19 potrebbero lasciare intatta l’architettura delle nostre società, e sono molti gli articoli che cercano di capire quale sarà il loro impatto sulle relazioni internazionali fino a quelle interpersonali.
In che misura questa crisi porterà a ripensare il modello di globalizzazione colpito dalle alterazioni e dalle interruzioni nella catena di produzione e di approvvigionamento?
Avverrà all’interno di un maggiore disordine internazionale, in un contesto di ritirata strategica verso gli egoismi nazionali e il ritorno alla competizione economica tra Stati, oppure con un rafforzamento del multilateralismo e della cooperazione?
Consumerà ulteriormente la posizione di potenza economica degli Stati Uniti consentendo alla Cina di promuovere il proprio modello di globalizzazione?
Riuscirà l’Unione Europea a superare questa crisi preservando il suo attuale modello con alcuni cambiamenti, si riformerà – e in che senso – oppure nei prossimi anni assisteremo all’abbandono di qualche suo membro?

L’elmo di Perseo

Da sinistra, in questi giorni, sono state messe in evidenza le iniziative promosse da diversi gruppi per la produzione di mascherine fatte in casa o la creazione di reti di supporto. Tutto ciò è certamente encomiabile, ma va ricordato che queste iniziative nascono per colmare l’assenza di un’adeguata risposta istituzionale che difficilmente può sostituire la grande industria nella produzione di autorespiratori o apparecchiature di laboratorio, tanto meno può sostituire lo Stato nell’organizzazione dell’invio di equipe mediche o che, nel peggiore degli scenari, una cinica amministrazione si affidi ai suoi cittadini perché compiano azione in proprio per poi congratularsi con sé stessa per l’esistenza di tanti anonimi eroi.

Siamo stati anche invitati a considerare la crisi come un’opportunità per modificare i nostri stili di vita, di consumo, o a celebrare il drastico calo dell’inquinamento dovuto alle misure di confinamento ignorando, però, che questo tipo di correlazioni può portare senza tanti problemi su terreni favorevoli alla destra: grazie a quelle stesse misure anche il numero di crimini è diminuito, le sanzioni per i trasgressori sono più severe a causa dello stato di emergenza durante il quale, si sa, i diritti sono sospesi e le forze di sicurezza scendono in strada.
Ma attirano soprattutto l’attenzione coloro che, con un ottimismo degno della miglior causa, sembrano dare per scontato che, per una qualche fatalità, le nostri relazioni sociali miglioreranno, che i governi cederanno ai loro postulati neoliberisti e metteranno in atto misure keynesiane per riattivare l’economia.

La domanda che pochi sembrano farsi e che condanna molti di questi articoli a un wishful thinkng, è quale organizzazione, politica o sindacale o movimentista che sia, ha in questo momento la forza e la determinazione per spingere i governi verso queste misure? Quali sono in grado di raccogliere, organizzare e incanalare il più che probabile malcontento sociale? Qual è la loro capacità di mobilitazione, qual è il livello di consapevolezza dei loro militanti e simpatizzanti? Anche su un piano teorico lo stato delle cose si può definire con le parole con cui Rosa Luxemburg descrisse l’edificio ideologico di Eduard Bernstein: “una montagna di macerie dentro cui frammenti di tutti i sistemi, le macerie del pensiero di tutti i pensatori grandi e piccoli, hanno trovato la loro fossa comune”. La situazione richiede più che dei vacui slogan come “mettere al centro la vita”.

L’ottimismo davanti alla catastrofe sembra però ricorrente. La crisi finanziaria del 2008 non è stata forse vista da alcuni autori come un’opportunità in termini non troppo diversi da quelli che riportano in certi articoli di questi giorni? Gli aggiustamenti strutturali ci avrebbero portati a rivalutare la frugalità, a consumare meno e meglio, a ripensare i nostri stili di vita, prescindere dall’automobile e così via. Venti anni prima la disintegrazione del campo socialista in Europa dell’Est avrebbe dovuto significare il ritorno della sinistra con rinnovato vigore, liberata una volta per tutte dal minaccioso carico della storia sovietica.

Inutile dire che il pessimismo è superfluo: la storia non sempre avanza per il suo “lato peggiore”, ma l’equilibrio è certamente disuguale e non particolarmente positivo per la sinistra che, presumibilmente, avrebbe dovuto emergere rafforzata da queste sfide. La crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19 potrebbe benissimo finire, perché no?, in una nuova fase di concentrazione del capitale e in un maggior controllo sociale.

Al momento molte piccole e medie imprese non hanno il capitale e l’accesso al credito che permettano loro di sopravvivere a questa crisi, mentre i grandi gruppo di investimento dispongono da anni della liquidità necessario per assorbire molti dei loro concorrenti.
Cosa impedisce alla élite di ricorrere alla forza per garantirsi questo scenario, sfruttando l’esperienza dello stato di emergenza dichiarato in molti paesi e la stanchezza psicologica delle popolazioni dopo settimane di confinamento, sempre più vulnerabili economicamente e che, di conseguenza, sono molto più recettivi a discorsi che promettono maggiore sicurezza?
Perché la solidarietà dovrebbe aumentare spontaneamente nella situazione in cui aumenta la concorrenza per le risorse più scarse e il cui modello di distribuzione con contempla criteri di giustizia e equità? Sono domande che conviene ripetersi in questi giorni.

Qualche giorno fa Chris Gilbert, a proposito, ricordava una frase di Karl Marx  in prefazione alla prima edizione de Il Capitale: “Perseo portavo un elmo magico che lo rendeva invisibile agli occhi dei mostri che stava inseguendo. Noi lo abbiamo calato sui nostri occhi e orecchi, per negare l’esistenza dei mostri”.

Sullo Stato

“La pandemia pone nuovamente le posizioni di sinistra al centro del dibattito: salute, economia, ridistrubuzione; su tutto questo si spera nell’intervento dello Stato” ha affermato nel suo secondo numero di aprile Wirtschaftswoche, settimanale tedesco di economia. In effetti “la pandemia ha aumentato notevolmente il carisma dello Stato forte in tutto il mondo”, ha scritto Matan Kaminer su LeftEast. “Il giudizio dell’Occidente che ha definito le risposte dell’Asia orientale come autoritarie e illiberali – continua Kaminer – ha perso credito nel momento in cui le principali democrazie liberali come Regno Unito e Stati Uniti sono cadute in una terrificante spirale di contagio. Mentre paesi come la Cina, Singapore e Vietnam emergono relativamente incolumi, per non parlare dell’imbarazzo delle equipe mediche cubane che forniscono assistenza in Europa”.

Nel suo articolo Kaminer ricorda la storica sfiducia, quando non ostilità, della sinistra nei confronti dello Stato. Una sfiducia indubbiamente fondata sul suo storico carattere di classe. Questo però può rivelarsi fatale in momenti come quello attuale, quando “ sono fazioni della classe dominante a prendere decisioni e misure, quando gli immediati interessi del capitale finanziario per il blocco della circolazione delle merci entrano in contraddizione con gli interessi della salute pubblicati”.

Allo scopo di dissipare dubbi, l’autore plaude a tutte le iniziative di base e invita a sostenere le rivendicazioni dei lavoratori del settore sanitario, ma avverte anche della possibilità che gli Stati blindino ulteriormente i propri apparati repressivi in assenza di un contrappeso politico in grado di esercitare un vero controllo democratico. “Mentre le fauci della crisi si aprono e diventano più temibili” scrive Kaminer “molto saranno tentati di gettare in mare analisi e sfumature, e correre sotto l’ala dello Stato, il soggetto che in teoria dovremmo conoscere”.

La domanda che inizia ad emergere è quindi di natura politica e la sua importanza sicuramente aumenterà nei prossimi tempi. Non sembra che il dibattito tra i “referenti intellettuali” – meglio non fare nomi – sia all’altezza del momento, e gran parte di ciò che è stato pubblicato trascina con sé tutti i problemi che da decenni hanno caratterizzato questi circoli accademici, e contigui, e sembrano quindi come estemporanei e fuori luogo agli occhi della maggior parte dei lettori.

In una intervista del 2007 Antoni Domènech sottolineava che la cosa di cui aveva bisogno la sinistra era “esperti competenti, non cantastorie né coltivatori di arcane ‘scienze private’”. “Per il resto – continuava – al profano risulterà sempre più facile controllare democraticamente un esperto specialista di verità, obbligato a parlare il linguaggio della ragione e della deliberazione pubblica, rispetto all’ideologo di turno (il perito di pace nel socialismo del 21mo secolo, della decostruzione, dei discorsi di genere, di biopolitica, di presunte ‘ontologie sociali’, della società dell’informazione o dell’alter-globalizzazione) che affascina tutti con un gergo privato esoterico e appena intellegibile, finendo col coltivare ciò che i francesi chiamano – e lo sanno da tempo – il bluff à l’expertise ”.

Nel prologo a “Comunismo senza crescita?”, Manuel Sacristàn ha invitato a “superare questa tentazione al celtiberico libertario” di fronte al ruolo interventista dello Stato, poiché “il problema materiale (non solo morale) non è una invenzione, esiste realmente e non può essere ridotto a disposizioni culturali” dell’autore di quel libro, il controverso ma intellettualmente fertile Wolfgang Harich. Forse tornare ai classici dibattiti sullo Stato, sul suo controllo politico e sulla sua trasformazione in senso democratico repubblicano, non sarebbe una cattiva idea dopo tutto.

*comitato di redazione di Sinpermiso.info

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