Perché i piccioni sono gli unici a capire la statua di Montanelli

Perché i piccioni sono gli unici a capire la statua di Montanelli

Ma perché gliel’hanno fatta quella statua a Montanelli? Perché rappresenta un italiano che mai si è giudicato (Francesco “baro” Barilli)

C’è chi non batte ciglio per la morte (o per la vita di merda) di donne e uomini in carne e ossa anzi magari provoca quelle morti o quelle vite di merda, ma prova un dolore immenso, traumatico, per la sorte di vetrine, fantocci, pezzi di stoffa a forma di bandiera e statue. Dal Pd alla Meloni sta andando in scena l’ennesimo psicodramma mediatico sulla statua di Indro Montanelli. Domani Alberto Nobili, il pm responsabile dell’antiterrorismo milanese, riceverà sulla sua scrivania il risultato delle prime indagini della Digos e aprirà un fascicolo per imbrattamento. Non è detto che sia contro ignoti, però, perché i responsabili del gesto vandalico compiuto ieri sera contro la statua di Indro Montanelli nei giardini a lui dedicati a Milano hanno rivendicato tutto con un video pubblicato sui social: sono gli studenti delle scuole superiori di RSM (Rete Studenti Milano) e gli universitari di LuMe (Laboratorio universitario Metropolitano) ad aver lanciato quattro barattoli di vernice rossa e scritto «razzista» e «stupratore» sulla base del monumento. Probabilmente divisi in due gruppi, uno all’esterno e uno all’interno, gli studenti hanno corso tutti i loro rischi, visto che hanno agito con la luce nella prima serata di un sabato in uno dei parchi più frequentati del centro di Milano, ma hanno sfruttato un pomeriggio di pioggia che ha evidentemente ridotto la voglia di passeggiate all’aperto dei milanesi. E infatti non si vede nessuno nel video di 40 secondi girato da un ragazzo in bicicletta che parte da via Manin, la strada dove la mattina del 2 giugno 1977 Indro Montanelli venne gambizzato dalle Brigate Rosse, e poi entra nel parco, dove altri due ragazzi imbrattano la statua. Il tutto con le note in sottofondo di ‘The Revolution Will Not Be Televised’, storico brano di Gill Scott-Heron entrato in vari remix nella colonna sonora delle proteste negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd. «Chiediamo, ad alta voce e con convinzione, l’abbattimento della statua», hanno scritto in una nota i rappresentanti delle due sigle studentesche del movimento milanese, spiegando che «figure come quella di Indro Montanelli sono dannose per l’immaginario di tutti» e «in una città come Milano, medaglia d’oro alla Resistenza, la statua di Indro Montanelli è una contraddizione che non possiamo più accettare», dato che «un colonialista che ha fatto dello schiavismo una parte importante della sua attività politica non può e non deve essere celebrato in pubblica piazza». Il sindaco Sala è convinto che quella roba «deve rimanere lì» ma si dice, bontà sua, «disponibile a qualunque confronto sul tema del razzismo e sul tema Montanelli». Anche Pd e Anpi hanno storto il naso e gli starnazzi del centrodestra con i giovani di Fratelli d’Italia al mattino e della Lega nel pomeriggio in presidio davanti alla statua. Chi l’ha imbrattata «non è uno studente, ma un ignorante, non è un rivoluzionario ma un coglione», scrive Matteo Salvini, stupratore non sappiamo ma razzista quanto basta per guidare la Lega e scrivere quei decreti infami che i “giallorossi” non si sognano di toccare. Per la nota intellettuale Giorgia Meloni è stata imbrattata «da analfabeti radical chic con la scusa della lotta al razzismo», mentre Antonio Tajani, braccio destro di Berlusconi, lo definisce «un gesto vile» e Mariastella Gelmini, indimenticata ministra dell’Istruzione del governo Berlusconi, «l’altra faccia dell’intolleranza». Alcuni cittadini e associazioni hanno provato l’edificante scena di ripulirla in mattinata, ma poi l’intera zona è stata chiusa dopo il sopralluogo dei tecnici del Niur del Comune di Milano che ha poi individuato l’apposita ditta per la pulizia della statua, che è in bronzo e quindi necessità di un intervento specializzato per non rovinarla. Domani la vernice verrà pulita e le chiacchiere di sicuro continueranno. Noi ospitiamo questo commento a caldo del “baro”.  

Guarda, ho aspettato che qualcuno facesse l’unica domanda che conta sulla statua di Montanelli, ma nessuno l’ha formulata.
Ossia: ma perché mai gliel’hanno fatta, la statua? A un giornalista??? Vi risultano altri casi simili? (Sì, mi sembra d’aver letto di una cosa analoga per Enzo Biagi, da qualche parte. E a me interessa poco pure di Biagi, chiaro, ma non è quello il punto).
Cioè, dico, per cosa si è voluto ricordare Montanelli? 
Allora, parliamo pure anche noi della giovanissima Destà, che lui “comprò” in Eritrea (quindi: 1935 o 1936: e, magari ricordalo, Montanelli era volontario in quella guerra coloniale voluta da Mussolini. Non era lì per caso).
Stai attento: io non credo abbia torto chi dice “si deve contestualizzare”, perché ogni azione di ogni essere umano va ricondotta al contesto in cui è compiuta, per comprenderla. Ma il punto è proprio quello. Perché la contestualizzazione è un’arma stronza che taglia da tutti i lati. E anche di punta. 
E allora a uno che dice “in fondo Montanelli era figlio di quei tempi” puoi rispondere che, no, anche allora non tutti erano fascisti e non tutti avrebbero comprato e violentato una bimba, autoassolvendosi (da subito e, avanti negli anni, pure a posteriori). 
Ma allora perché gli hanno fatto una statua? “Per” Destà o “nonostante” Destà? Nessuna delle due motivazioni, caro mio.
Gliela hanno fatta perché rappresenta un italiano che mai si è giudicato e che, qualora l’avesse fatto, si sarebbe autoassolto. Rappresenta il protagonista di una realtà buia in cui tutti i gatti sembrano bigi. 
Dammi retta: i piccioni sono gli unici ad averla capita e ad essere autenticamente rivoluzionari, nella loro furia iconoclasta.

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