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Dossier. La sinistra Usa e le presidenziali di domani

Le elezioni del 3 novembre negli USA. L’estrema sinistra divisa tra voto utile e voto al Green Party

Quattro elementi principali hanno segnato in questo ultimo anno la situazione politica e la corsa alla casa Bianca:

  • l’esplodere della crisi sanitaria che il governo americano non ha voluto affrontare in modo adeguato e che sta producendo  effetti devastanti;
  • la grande mobilitazione intorno alla candidatura socialista di Bernie Sanders infine interrotta dalla pandemia e dall’azione conservatrice dell’apparato del Partito democratico;
  • la rivolta sociale senza precedenti de Black  LIves Matter con le sue ripercussione nel mondo intero; 
  • infine naturalmente la politica ultrareazionaria, razzista ed autoritaria del presidente Trump e la minaccia di non rispettare il voto del 3 novembre se a lui sfavorevole, ipotizzando una vero e proprio colpo di mano per conservare il potere.

E’ in questo quadro che le forze della sinistra americana, che, se pur minoritaria è però assai attiva socialmente e politicamente e che anzi nel corso degli ultimi anni si è rafforzata grazie alla credibilità sempre maggiore della necessità di una proposta socialista in ampi settori sociali di fronte al congiungersi delle diverse crisi, sono chiamate ad operare. Sul piano sociale il loro impegno è ben definito; sul piano politico ed istituzionale le scelte tattiche non sono facili di fronte al doppio scoglio, il carattere ultrareazionario di destra e di estrema destra di Trump da una parte e le opzioni capitaliste liberiste del candidato democratico Biden dall’altro. 

Senza dimenticarsi che è presente nella corsa presidenziale anche il tandem del Partito verde di Howie Hawkins e Angela Walker. Il partito verde ha ottenuto nell’elezioni del 2016 l’1,1%. E’ un voto però che sottovaluta le sue potenzialità. Il sistema di voto negli USA è molto discutibile ed anche poco democratico. In primo luogo per affrontare una campagna nazionale di quel genere occorre una barca di soldi. Poi, come è noto non sono i voti popolari a decidere l’elezione dei Presidente, ma i voti presidenziali dei singoli stati, per cui, come è avvenuto nelle scorse elezioni, può essere che la candidata Hillary Clinton ottenga 2 milioni e mezzo di voti in più del suo avversario, ma venga sconfitta da Trump che ha vinto, magari di poco, in più stati, ottenendo quindi tutti i voti di quello stato.

Inoltre è molto difficile per i candidati che non siano quelli dei due partiti ufficiali potersi presentare in tutti gli stati. Il Green Party è riuscito a presentarsi 4 anni fa solo in 45 stati e in queste elezioni sarà ancora meno presente, una parte della popolazione americana non avrà quindi la possibilità di votare il suo candidato.

Nello stesso tempo è cominciata nella sinistra e tra le forze sociali una discussione su come costruire le mobilitazioni democratiche nel caso in cui Trump sconfitto, volesse mettere in atto i suoi propositi di colpo di mano.

Per avere qualche elemento di conoscenza del dibattito politico tattico della sinistra, specie di fronte al problema costituito dal Partito democratico e dai meccanismi elettorali penalizzanti pubblichiamo tre articoli di fila,  in collaborazione con i due siti “fratelli” di Popoff, anticapitalista.org e movimentooperaio, il blog di Antonio Moscato. Il primo articolo espone le posizioni di Solidarity, una delle organizzazioni che fanno riferimento alla Quarta Internazionale, il secondo illustra la discussione del Democratic Socialist Party, il principale partito di sinistra che oggi conta più di 70 mila iscritti e che  molte volte partecipa alle elezioni nel quadro delle primarie del Partito democratico (è stato uno dei punti di forza della candidatura di Bernie Sanders). La sua esponente più nota è la giovane e combattiva deputata, nata nel Bronx, Alexandria Ocasio-Cortez, eletta per l’appunto nelle liste del Partito Democratico nel distretto 14 di New York  alla Camera dei rappresentanti. L’ultimo articolo è sulle posizioni di Socialist Alternative, un altra corrente marxista rivoluzionaria che negli Usa ha un certo radicamento e una eletta, a Seattle, Kshama Sawant, di cui Popoff ha pubblicato la vicenda: è stata eletta sconfiggendo un candidato di Amazon proprio sulla parola d’ordine di una Tax Amazon per finanziare l’edilizia pubblica.

Stati Uniti: quali sono le opzioni di voto della  sinistra socialista? (David Finkel-Solidarity)

Solidarity, l’organizzazione socialista che patrocina la rivista Against the Current, non ha preso nessuna posizione ufficiale rispetto alle elezioni presidenziali americane del 2020. Tenendo presente la complessità dei problemi e l’impossibilità di riunirsi in presenza durante la pandemia di coronavirus, il Comitato nazionale ha organizzato un sondaggio on line per saggiare le differenti posizioni dei suoi membri a questo proposito. Sono state proposte tre opzioni e i membri sono stati anche invitati ad esprimere i propri commenti.

Opzione 1. Appoggiare la campagna del Partito verde di Howie Hawkins e Angela Walker, vedendo in questa scelta elettorale un’alternativa insieme indipendente, anticapitalista e apertamente ecosocialista alla presidenza repubblicana ultra-reazionaria di Trump e alle false promesse ed alla politica capitalista neoliberista del Partito democratico e di Joe Biden – la stessa politica antioperaia che ha contribuito a mandare Trump alla presidenza. I membri di Solidarity impegnati nel Partito verde hanno formato un gruppo d lavoro per appoggiare la campagna  Hawkins/Walker, così come i candidati verdi nelle campagne locali e nazionali.

Opzione 2. Votare per i Verdi negli Stati in cui i risultati del voto presidenziale appaiano sicuri ma votare per il binomio democratico Biden/Harris negli Stati in cui il rischio di una vittoria di Trump potrebbe decidere sull’esito delle elezioni (gli Stati pivot). Questa tattica esprime il nostro appello a favore dell’urgente necessità di una politica indipendente, facendo però chiaramente capire in seno ai movimenti l’importanza di prevenire la catastrofe di un secondo mandato di Trump.

Opzione 3. “Dump Trump, Fight Biden”, cioè un voto per la candidatura democratica con lo scopo di sbarazzarsi di Trump, precisando però che una presidenza Biden, malgrado le sue posizioni progressiste standard, non rappresenta un’alternativa progressista alle politiche neoliberiste della classe dominante capitalista, all’onnipresente razzismo sistematico o all’imperialismo americano, né una lotta per qualcosa che rassomigli ad una risposta adeguata alla catastrofe ambientale. Si tratta di riconoscere che sconfiggere Trump è l’imperativo immediato ma che la lotta per una politica differente, basata sulle lotte popolari, non è aggiornabile.

I risultati del sondaggio sono stati: opzione 1: 47%, opzione 2: 27%, opzione 3: 21%. Un po’ più del 5% non ha espresso nessun tipo di preferenza ma ha allegato commenti.

Di fronte alle minacce ed alle manovre antidemocratiche di Trump, dovrà essere ugualmente chiaro che in caso di una frode elettorale che conducesse ad una grave crisi politica, la sinistra nel suo insieme dovrà partecipare alle mobilitazioni di massa per difendere il diritto di voto, affinché i voti siano calcolati correttamente ed i risultati rispettati.

*Solidarity National Committee, Solidarity è un’organizzazione politica legata alla Quarta Internazionale

Le correnti del DSA e il Partito democratico (Paul D’amato*) 

Molti membri della sinistra negli Stati Uniti, compresi alcuni vecchi partitari di una politica indipendente rispetto ai democratici ed ai repubblicani, hanno adottato l’idea che dei socialisti possano presentarsi nelle liste del Partito democratico (alcuni si sono addirittura spinti più in là, pronunciandosi per un voto a favore di Joe Biden). L’argomento è stato che ciò darebbe alla nostra corrente il tempo di rafforzarsi affinché in futuro possa rompere con successo col Partito democratico per formare un terzo partito.

Affermano, come molti portavoce del DSA (Democratic Socialist of America), che il fatto di funzionare indipendentemente dal Partito democratico condanna ormai i socialisti all’isolamento e che l’utilizzazione delle liste del Partito democratico è l’unico modo di vincere le elezioni, di riunire forze e di preparare il terreno per una futura rottura.

La maggior parte dei partitari di questa strategia, definita come “dirty break” [“rottura rinviata” o “rottura sporca”], insiste sul fatto che la loro comprensione del ruolo che svolge il Partito democratico nella società americana non è cambiata. Continuano a considerarlo come il partito delle grandi imprese che non può essere cambiato dall’interno. Ma la differenza, questa volta, dicono, è che dopo il 2016 si è sviluppato un movimento socialista, in buona parte grazie alla popolarità di Bernie Sanders (senatore indipendente del Vermont) che si è presentato come candidato democratico alla presidenza.

Tempestmag, un sito web recentemente creato da vecchi membri dell’Organizzazione Socialista Internazionale (ISO) e molti altri, ha pubblicato un articolo di Joe Evica e Andrew Sernatinger, “Taking the dirty break seriosusly” (Prendere sul serio la dirty break), che insiste su questo tema. L’articolo contiene una critica convincente e potente di quello che alcuni settori del DSA hanno proposto, usando l’espressione coniata dal vecchio membro dell’ISO Eric Blanc, la “strategia della dirty break”, dimostrando in modo persuasivo che la pratica reale del DSA nella presentazione (o nell’appoggio) dei candidati che usano le liste del Partito democratico finisce con l’essere “simile al riallineamento” (cioè a cambiare il partito dall’interno) piuttosto che ad una dinamica per una qualsiasi rottura. Scrivono:

“La posizione di Alexandria Ocasio-Cortez (eletta nel novembre 2018 alla Camera dei rappresentanti per il 14° Distretto di New York) e di altri militanti, pone un problema piuttosto grande a coloro che sono favorevoli alla CSE (Class Struggle Elections) o alla “dirty break”, così come la descrive Eric Blanc. Se la maggior parte dei candidati si collocano saldamente all’interno del Partito democratico e non hanno intenzione di uscirne, cosa può far pensare che questi sforzi ci preparino ad una rottura?”

Aggiungono: “I candidati appoggiati dal DSA non devono generalmente rendere conto all’organizzazione né lavorano direttamente alla sua costruzione ed ancor meno ad una rottura politica con il Partito democratico”.

“Non esiste nessuna prova”, concludono, che questo approccio “abbia fatto qualcosa per preparare l’indipendenza politica: d’altra parte, sono state poche le campagne sostenute dal DSA che non siano dipese dal Partito democratico. In effetti, c’è stato più il controllo del desiderio di presentarsi fuori dal Partito democratico che l’incoraggiamento della necessità di rompere con esso. Scegliere di non creare un’organizzazione indipendente ma di utilizzare le liste del Partito democratico esclude la possibilità di creare una comunità di persone capace di staccarsene. Invece di essere un mezzo efficace, anche se “sporco”, per creare un terreno più favorevole alla rottura, questa strategia ci mantiene all’interno del Partito democratico.”

E’ un argomento convincente, che molti fra di noi hanno usato in questi ultimi anni.

Ma l’articolo se la cava poi accettando il postulato di base della strategia della “dirty break”, secondo cui la sinistra dovrebbe utilizzare le liste elettorali del Partito democratico (cioè lavorare all’interno del partito) ma farlo in modo più efficace. “Dobbiamo aver la certezza che, sporcandoci, non si finisca per legittimare il Partito democratico invece di indebolirlo”, scrivono.

Gli autori dell’articolo citato propongono la seguente strategia per i candidasti del DSA che si presentano nelle liste del Partito democratico, per mettere in pratica efficacemente la “dirty break”. Essi devono:

  • Essere chiari sulla loro politica nelle campagne elettorali -cosa che ci deve far apparire diversi.
  • Astenersi dal promuovere il Partito democratico, di definirsi “fieri di essere democratici” o, in un altro modo, di voler “aggiustare” o “riconquistare” il partito.
  • Propugnare le riforme che rendono le candidature indipendenti più attraenti, più realizzabili e più competitive.
  • Non nuocere all’interesse per le iniziative indipendenti (terzo partito)
  • Astenersi dall’occupare posti nelle strutture del Partito democratico.
  • Non appoggiare altri democratici, specialmente dopo aver perso delle primarie, a meno che questi rispettino anch’essi i criteri prima menzionati.

Questi sei criteri per una “ dirty break” più efficace costituiscono una versione edulcorata delle proposte fatte da Joe Evica qualche anno fa, quando era membro dell’ISO. All’epoca, proponeva una strategia di “rottura pulita e sporca” con i seguenti criteri. Il candidato deve: descriversi come un socialista ed un anticapitalista che rifiuta l’appoggio dei grandi capitali; dichiarare apertamente che non è democratico e dichiarare che i democratici sono un partito capitalista; rifiutarsi di appoggiare qualsiasi altro democratico che non abbia la stessa posizione dichiarata; spiegare che che solo utilizza la lista elettorale democratica -dato che i terzi partiti sono bloccati dal sistema- per creare delle aperture per un terzo partito; e, infine, presentarsi come indipendente se perde nel corso delle primarie democratiche (che selezionano i candidati).

Questa proposta, enunciando in modo semplice e audace ciò che una “dirty break” dovrebbe contenere per essere considerata tale, espone immediatamente la propria decisiva debolezza. Il Partito democratico non permetterebbe in nessun caso ai candidati di promuovere politiche e  proposte che ad esso si oppongano apertamente. Hanno appena tollerato Bernie Sanders  -che ha dichiarato la propria lealtà al partito ed ha promesso di sostenere i due candidati democratici di centro quando ha perso le primarie nel 2016 (Hillary Clinton) e nel 2020 (Joe Biden). In effetti, l’apparato democratico ha lavorato per garantirsi che Sanders non vincesse mai le primarie.

Se non hanno accettato Sanders, mobiliteranno certamente ancor di più tutte le risorse del partito, addirittura riscrivendone, se fosse necessario, le regole, per impedire ai candidasti di presentarsi alle primarie in quanto democratici che volessero apertamente sabotare il partito sottraendone voti a favore d’un terzo partito. In realtà, l’hanno già fatto: nel 2019, il DNC (Democratic National Commitee) aveva preteso che tutti i candidati alla presidenza firmassero un accordo (che Bernie ha firmato) che stabiliva che “sono democratici… sono membri del Partito democratico, accetteranno la nomination democratica e si presenteranno e serviranno in qualità di membri del Partito democratico”.

Una “autentica” politica di “dirty break”, quindi, sarebbe morta in partenza.

Poco importa fino a che punto un candidato o un’organizzazione pretendano realizzare una “dirty break”, saranno immediatamente costretti a sottoscrivere seri compromessi politici anche solo per potersi presentare come democratici. Utilizzare una lista elettorale “efficacemente” significa quindi essere in qualche modo sulla via della riconciliazione col partito. Oltretutto, esiste una pressione naturale, oltre alle misure disciplinari che potrebbero essere applicate a chiunque si presenti come democratico, affinché si solidarizzi col partito, anche se in modo critico.

C’è stata un’evoluzione fra la vecchia proposta e quella del nuovo articolo citato (pubblicato su Tempestmag), che impone delle esigenze molto più tenui ai potenziali candidati di DSA ed usa un linguaggio molto più vago. Il candidato deve “essere chiaro sulla politica”, non “promuovere il Partito democratico”, non sabotare l’interesse per le iniziative dei terzi partiti e non accettare un posto nel partito o appoggiare dei democratici non appoggiati da DSA. La posizione degli autori rappresenta forse un riconoscimento indiretto dell’impossibilità pratica della strategia della “dirty break” in qualsiasi forma. Il fatto che nessun candidato appoggiato da DSA si sia presentato sulla base della strategia della “dirty break” non è forse la prova che tale concetto è solo una copertura per rimanere nel partito e nulla più? Non è ugualmente rivelatore che Eric Blanc, che inizialmente aveva inventato il termine “dirty break”, richieda adesso ai membri di DSA di votare per Joe Biden?

La seconda parte dell’articolo citato, che spiega come fare meglio la “dirty break”, annulla nei fatti la prima parte. Gli autori non traggono le conclusioni logiche della loro analisi. Se la “dirty break” è una foglia di fico per restare legati al Partito democratico, allora a cosa serve nel concreto ai socialisti?

(articolo pubblicato sul sito di International Socialism Project l’8 ottobre 2020, Paul D’Amato è autore di  The Meaning of Marxism, è stato il redattore in capo di International Socialist Review) 

Perché la sinistra non dovrebbe sostenere Joe Biden (Keely Mullen-Socialist Alternative)

Vivo a New York City e quasi tutte le conversazioni che ho avuto sulle elezioni del mese scorso sono andate secondo lo stesso ciclo: “Trump è terribile, Biden non è molto meglio, ma voterò per Biden perché odio Trump”. Capisco questa logica. Viene dal desiderio travolgente della gente di risolvere il caos che ci circonda e di porre fine alla crescita della destra. Ma se da un lato questa posizione è molto comprensibile, dall’altro manca il quadro generale che i socialisti hanno l’obbligo di spiegare. I media aziendali e l’establishment democratico sostengono religiosamente che “tornare alla normalità” e combattere la destra significa votare per il democratico del giorno. Le organizzazioni di sinistra, le organizzazioni socialiste e i socialisti di spicco come Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders non dovrebbero adottare docilmente questa logica.

Nonostante quanto Trump sia terribile e cosa significherebbe la sua rielezione per i lavoratori, molti milioni di americani non sono ancora entusiasti di votare per Biden. Immaginate se, in questa situazione, invece di cedere quando l’ha fatto e di piegare le ginocchia all’establishment, Bernie Sanders stesse facendo campagna per un nuovo partito per i lavoratori. Nel contesto di una pandemia globale, di una rivolta contro la violenza razzista della polizia e di un sostegno schiacciante a Medicare for All e a tassare i ricchi, questo avrebbe potuto galvanizzare milioni di giovani e di lavoratori. Avrebbe rappresentato un’opportunità storica per un’evasione dal Partito Democratico.

A causa del suo rifiuto di fare questi passi, ora ci troviamo di fronte a una gara tra due pessime opzioni per i lavoratori che non hanno nessun altro posto dove cercare. I socialisti hanno la responsabilità di chiarire come siamo arrivati qui e quali opportunità sono state perse.

Dibattiti a sinistra
In un articolo scritto da Eric Blanc e Neal Meyer, figure di spicco dei Socialisti Democratici d’America (DSA), scrivono: “I socialisti non possono fermare questo incubo da soli. Ma possiamo e dobbiamo far parte del più ampio movimento che lo fa”. Sì, purtroppo questo significa votare per Joe Biden e fare del nostro meglio per convincere i nostri amici, la famiglia, i colleghi, i compagni e i vicini a farlo anche loro – e a farlo indipendentemente da dove si vive”.

Questo è un allontanamento da quello che era un approccio già conservatore adottato da un certo numero di figure di spicco della DSA che hanno firmato un impegno chiedendo abilmente un “voto anti-Trump” senza mai pronunciare il nome di Biden. La DSA è un’organizzazione che sta per colpire gli 80.000 membri, comprende funzionari eletti nei governi locali e statali e nei sindacati – ha l’obbligo di guidare la lotta contro l’estrema destra, non di abdicare perché c’è un’elezione in corso.

Ci sono milioni di persone che sono stanche di essere date per scontate dal Partito Democratico e sono pronte per una leadership coraggiosa e di sinistra. Per queste persone, il consiglio di Blanc e Meyer è: organizzare per conto di Joe Biden è il modo più efficace per combattere la destra. Questa è una tragica abdicazione.

Ci sono già centinaia di milioni di dollari che affluiscono nella campagna di Biden, migliaia di ONG che fanno il GOTV (“Far uscire il voto” o “far uscire il voto”), e figure come Obama e persino Bernie che corrono per il paese per ottenere il voto per Biden. Ma in qualche modo è anche responsabilità dei lavoratori disillusi che sono stati buttati fuori con la spazzatura dal Partito Democratico per “far uscire il voto” per Biden?

Centinaia di migliaia di working class fighters potrebbero essere portati nel movimento socialista se vedessero qualcosa di audace e non apologetico. Tuttavia, quello che vedono da alcuni membri di spicco della DSA – così come da Bernie Sanders stesso – è più della stessa cosa.

Ci auguriamo che i membri della DSA si rifiutino rispettosamente di seguire i consigli di Blanc e Meyer e chiedano invece un voto per Howie Hawkins, il candidato socialista del Partito Verde come mezzo per indicare concretamente il segnale di uscita del Partito Democratico. Anche se non siamo d’accordo con tutto quello che dice, la risposta del membro della DSA Jeremy Gong all’articolo di Blanc e Meyer è nel complesso molto positiva e vorremmo incoraggiare i membri della DSA a leggerlo. Accoglieremmo con entusiasmo i partecipanti della DSA che si unissero a Socialist Alternative nei nostri sforzi per riunire le coalizioni nelle nostre città per preparare manifestazioni di massa e disobbedienza civile se Trump cercasse di rubare le elezioni.

Se Trump vince, non sarà colpa dei lavoratori che non si sono sentiti rappresentati da nessuno dei due candidati e hanno scelto di non votare. Non sarà nemmeno colpa di persone che hanno registrato un voto di protesta contro entrambi i candidati. Sarà colpa del Partito Democatico per aver messo in piedi un candidato aziendale, a volte catatonico, per combattere Trump quando hanno avuto Sanders in offerta, un candidato che stava galvanizzando milioni di persone.

L’élite democratica ha creato Trump
Nel loro articolo, Blanc e Meyer non dedicano una sola frase a spiegare il ruolo svolto dal Partito Democratico nel creare lo spazio per far prosperare Trump e il Trumpismo. Probabilmente non è un caso, perché qualsiasi indagine approfondita sulla logica del diffuso ” male minore” dimostrerebbe che gli attacchi spietati dei Democratici contro i lavoratori, nel corso dei decenni, hanno fertilizzato il terreno perché Trump si faccia vivo. Questa è una lezione storica cruciale che gli attivisti della classe operaia devono trarre.

L’8 novembre 2016 c’è stato un colpo di scena collettivo quando Trump ha superato Hillary Clinton nelle votazioni elettorali ed è diventato il presidente eletto degli Stati Uniti. I sondaggisti e gli esperti liberali rimasero scioccati, completamente incapaci di spiegare come il loro perfetto candidato, con decenni di esperienza a Washington, avesse perso contro un pomposo uomo d’affari miliardario e una star dei reality televisivi.

Non riuscivano a capire che l’ascesa di Donald Trump, proprio come quella del Tea Party prima di lui, era ai piedi della loro incompetenza e sottomissione alla classe dei miliardari.

I democratici controllavano la Casa Bianca ed entrambi i rami del Congresso durante la peggiore crisi finanziaria degli Stati Uniti dalla Grande Depressione (fino ad oggi). Con la loro supermaggioranza, si sono trovati in cuore di dare miliardi di dollari alle grandi banche di Wall Street, ma hanno scrollato le spalle a nove milioni di posti di lavoro persi e quattro milioni di case pignorate.

Negli otto anni successivi, mentre Obama e Biden erano comodamente in carica, la ricchezza miliardaria è esplosa e la classe operaia e la classe media non si è mai alzata in ginocchio. Certo, la disoccupazione è diminuita – ma la stragrande maggioranza dei posti di lavoro creati sotto l’amministrazione di Obama erano posti di lavoro a basso salario e di terziario. Quegli stessi posti di lavoro che ora sono scomparsi in mezzo al paesaggio infernale della COVID-19 del 2020.

Il prevedibile abbandono dei lavoratori da parte dei Democratici durante l’amministrazione Obama/Biden – che ha seguito gli spericolati sforzi di prestito, deregolamentazione e finanziarizzazione e gli incessanti attacchi ai redditi dei lavoratori che hanno segnato le presidenze Clinton e Bush – ha posto le basi per la vittoria a sorpresa di Trump nel 2016. Non sono stati in grado di motivare la classe operaia ad uscire e a votare per Hillary Clinton, la cui presidenza avrebbe dato loro più di un voto. Più di 200 contee che hanno sostenuto Obama nel 2012 hanno dato il loro appoggio a Trump solo quattro anni dopo!

Trump ha anche messo in piedi un’agenda nativista e reazionaria nella sua campagna del 2016, su cui si è sempre basato. I democratici non erano in grado di lanciare una sfida credibile alle sue idee reazionarie.

Così non solo i Democratici hanno steso un tappeto rosso dall’attico di Trump a Manhattan direttamente sui gradini della Casa Bianca, ma non hanno fatto nulla per combattere contro di lui nei quattro anni in cui è stato lì!

Hanno letteralmente riversato anni di attenzione ed energia nello scandalo di Russiagate e nell’assurdità dell’impeachment, togliendosi di fatto dalle vere lotte che colpiscono i lavoratori. Hanno sostituito ogni vera lotta contro Trump con atti simbolici di “resistenza” e tweet impertinenti. Questo è reso tristemente chiaro dalla candidatura senza soluzione di continuità di Amy Coney Barret alla Corte Suprema, che i Democratici non hanno nemmeno finto di combattere.

Se la sinistra potrà mai guadagnare l’orecchio e l’attenzione della gente comune, non può farlo mettendosi in fila dietro a qualsiasi cadavere che il Partito Democratico abbia tirato fuori durante l’anno elettorale. Questa non è una vera e propria “riduzione del danno”. Questo approccio contribuisce alla marcia costante verso qualcosa di peggio di Trump, sostenendo le forze che gli hanno dato il microfono.

Un’amministrazione Biden può essere pronta a spendere una quantità significativa di denaro data l’entità della crisi economica in corso, ma non dobbiamo illuderci che rappresenti una parvenza di agenda progressista. La sua amministrazione, così come la maggior parte dei Democratici al Congresso, attaccherà senza sosta le persone che lavorano con i salvataggi delle grandi imprese, i sussidi alle grandi compagnie di assicurazione e l’opposizione alle politiche popolari come Medicare for All. Lo spazio per l’estrema destra molto probabilmente crescerà sotto l’amministrazione Biden e Trump potrebbe continuare a costruire il sostegno alle sue idee anche se dovesse perdere. Infatti, una situazione di “Trump-unleashed” (sguinzagliato, ndr) in cui egli è libero di radunare la sua base al di fuori dei confini delle cariche elette potrebbe portare alla creazione di un partito di estrema destra.

La politica indipendente ha bisogno di sconfiggere la destra
Una vera lotta contro Trump, e le forze reazionarie che fluttuano nella sua orbita, richiede passi decisivi. Abbiamo bisogno di una sinistra più ampia per intraprendere con coraggio la campagna per Medicare for All, un Green New Deal, un ristoro COVID per i lavoratori, e per definanziare la polizia. Come parte della costruzione di questi movimenti, è fondamentale che iniziamo a prendere provvedimenti per costruire un’alternativa politica indipendente e di sinistra al di fuori del Partito Democratico.

La vera “riduzione del danno” che le organizzazioni e le figure di spicco della sinistra dovrebbero impegnarsi a fare è mobilitare i più ampi ranghi della classe operaia in movimenti di massa e creare urgentemente un nuovo partito politico con un programma di classe operaia e un approccio di lotta di classe. Un partito che possa essere la casa politica dei milioni di persone comuni che hanno sostenuto Bernie Sanders.

Le organizzazioni e le figure di sinistra non devono riportare i lavoratori disillusi nella trappola del Partito Democratico. Dovrebbero condurre dal fronte in una marcia direttamente fuori dal Partito Democratico e verso qualcosa di nuovo. Non c’è tempo da perdere nella lotta contro la destra e la classe miliardaria.

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