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Se l’esodo diventa una fuga

No-vax di sinistra, libertà e pensiero dialettico

Mi capita di pensarci quando sto aspettando una corriera, solo davanti a una fermata persa chissà dove: il bus arriverà davvero? Man mano che i minuti scorrono sono assalito dai dubbi: e se fosse già passato? Se proprio oggi fosse cambiato il percorso? Se avessero cambiato gli orari e non avessero aggiornato quelli sul sito dell’azienda di trasporti? Poi la corriera arriva e mi dico che non aveva senso preoccuparsi: in fondo le cose, con un ragionevole margine di errore, solitamente funzionano.

Sarà che il viaggiare sui servizi pubblici lascia tempo alla divagazione e così quando sono su un treno mi trovo spesso a pensare a quanto il mio viaggio e la sua sicurezza dipendano in realtà da centinaia di persone che non conosco e da un reticolo di relazioni e protocolli piuttosto complessi. A partire dal capotreno e dalla sua formazione che spero della migliore qualità, così come mi auguro che la sua moralità gli impedisca di bersi qualche bicchierino prima di mettersi in viaggio. E avanti fino all’ultimo addetto al controllo di qualità dell’azienda che ha prodotto il vagone sul quale sono seduto e agli operai delle ferrovie che hanno controllato – si spera a intervalli regolari – le condizioni di funzionamento degli impianti, dei binari e di tutto l’apparato tecnico che permette al mio treno di viaggiare in sicurezza.

Quello che voglio dire è che ogni giorno, mentre viaggiamo, lavoriamo o attendiamo alle nostre attività quotidiane ci affidiamo a un sistema complesso, fatto di persone, protocolli, sistemi informatici e tecnologici sui quali non abbiamo nessuno controllo. Il funzionamento delle nostre vite e delle nostre società dipende largamente da questa delega che diamo a un impersonale Altro, a istituzioni pubbliche o private e a nostri simili all’interno di esse tenuti a mettere in pratica comportamenti standard e flussi di lavoro adeguati a mantenere in efficienza un sistema complesso.

Il 90% della nostra vita è dunque costruita su questa delega implicita alla quale non pensiamo nemmeno più, da tanto vi siamo abituati: si tratta di un portato storico che si sviluppa con le società capitalistiche, la cui complessità non ha eguali nel passato.

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Ma questa delega, che ci porta a mettere ogni giorno la nostra vita e la nostra sicurezza nelle mani di persone che non conosciamo non è un atto di fede, bensì una valutazione, anche se inconscia, del rapporto rischi-benefici e deriva dalla conoscenza, almeno a grandi linee, dei sistemi complessi entro i quali ci muoviamo quotidianamente. Sappiamo che le possibilità di rimanere a piedi perché l’autobus non arriva o finire in un incidente ferroviario grave o ancora essere vittime di un crash aereo per mancanza di manutenzione dell’apparecchio su cui voliamo sono minime anche se – purtroppo – tutte queste eventualità si possono verificare.

Mentre sono sull’autobus penso che la stessa cosa valga per il vaccino contro il COVID-19. Se prendiamo un aereo, se andiamo in autobus, se corriamo su un’autostrada, prendiamo una teleferica, andiamo da un medico, usiamo un telefono, facciamo la spesa al supermercato o saliamo su una bicicletta è perché ci affidiamo ai meccanismi organizzativi e di controllo che sono spesso impliciti e sui quali non abbiamo nessun controllo diretto, se non quello politico che consiste – in democrazia – nel votare i nostri rappresentanti che hanno il compito, tra l’altro, di verificare e manutenere questi meccanismi.

E allora perché è proprio di fronte alla prospettiva della vaccinazione che emerge questo rifiuto di affidarsi al parere di medici, virologi, scienziati di ogni genere che non fanno che raccomandare l’uso di questo strumento di difesa collettiva contro il virus?

Il rifiuto del vaccino è prima di tutto una reazione alla perdita di controllo sulle proprie vite che è in parte una conseguenza inevitabile delle nostre società complesse, ma che dall’altra parte indica una forma di alienazione vera degli individui, privati di una prospettiva collettiva che si proponga di ridare loro un controllo sui grandi temi di politica sociale, economica e culturale. La politica come esperienza di mobilitazione collettiva è scomparsa dall’orizzonte di milioni di persone ed è anzi diventata una pratica stigmatizzata, dove vige la corruzione e la ricerca del privilegio personale.

Questa forma particolare di alienazione prende la forma del rifiuto del vaccino perché la paura della perdita di controllo sulle proprie vite si intreccia con un intervento sanitario con il quale lo Stato entra nella nostra sfera personale e – letteralmente – si fa iniettare nei nostri corpi. Alla faccia della biopolitica.

Ma qual è questo Stato che oggi ci chiede di ascoltare i suoi appelli a vaccinarci? E’ quello che negli ultimi trent’anni ha distrutto lo Stato sociale e in particolare la sanità e ha a poco a poco minato con le sue politiche neoliberiste l’idea di pubblico e di beni comuni, allontanando le persone dalla politica intesa come cura di questi beni e di impegno civile.

Il neoliberismo ci ha rinchiusi nelle nostre tristi identità di consumatori, sottoponendoci senza difese alla violenza della perdita di lavoro, alla precarietà, al disagio sociale e psichico. Ha creato una società basata sulla paura e sulla xenofobia; ci ha rinchiusi in un eterno presente che non ammette visioni di un futuro più giusto.

Ci ha resi soli. E da soli oggi cerchiamo di sopravvivere, di resistere, di trovare alternative, diseducati all’azione collettiva e alle visioni globali. Pensiamo di poterci salvare da soli, con gli asili nei boschi, i mercati contadini e i gruppi di acquisto solidale; creando precari esperimenti di convivenza o di cultura alternativa; ci curiamo con l’omeopatia o le piante e cerchiamo di non dare antibiotici ai nostri figli.

E nella nostra oppressione – che scambiamo per libertà –, nella nostra solitudine, non vediamo più le contraddizioni, le sfumature: lo Stato che ci chiede, ci impone di vaccinarci e di cui dovremmo fidarci, è insieme sia il responsabile della nostra alienazione, sia l’ultima istituzione che rappresenta la collettività, il comune. E’ quello stesso Stato – ne sono dolorosamente cosciente – che privatizza la sanità e la scuola, che premia poliziotti bugiardi e violenti, che attacca i sindacati e riduce i diritti dei lavoratori.

Negli anni ’90 ricordo un dibattito molto vivace nella sinistra del tempo: di fronte alle privatizzazioni e ai processi di precarizzazione del mondo del lavoro, così come alle controriforme del sistema universitario alcuni rispondevano con la lotta per la difesa dello Stato sociale. Altri sostenevano invece che il Welfare era uno strumento novecentesco che – di fonte ai cambiamenti dei soggetti sociali – andava completamente ripensato e che non si poteva difendere l’esistente. Alcuni preconizzavano l’idea dell’Esodo, come uscita dalle imposizioni del sistema capitalistico per creare le istituzioni dell’alternativa già qui, nell’oggi, nel presente.

Non ho mai aderito a questa visione: ho sempre pensato che la creazione del nuovo avrebbe dovuto partire da una difesa di quanto ancora garantiva diritti e sicurezza a milioni di persone. Il movimento no-vax – che ha fatto breccia tra tante persone di sinistra – è figlio anche di questa idea dell’esodo che si è trasformato in fuga da una visione collettiva di cambiamento sociale. E’ il risultato più evidente di 30 anni di ideologia liberista, di individualizzazione e di de-politicizzazione collettiva. E insieme è una risposta sbagliata a una necessità vera: quella di riprendersi il controllo sulle proprie vite.

Non stupisce che la parola d’ordine di questo movimento sia libertà, una parola completamente vuota di significato, che può prestarsi a decine di interpretazioni diverse. Di che libertà parliamo: quella invocata dagli anarco-liberisti di estrema destra americani o quella dei movimenti di liberazione, che interpretano la libertà come conseguenza della solidarietà collettiva e della lotta di classe?

Quelle che vedo in piazza sono individualità composite, senza un vero e proprio legante, spinte da motivazioni diverse e spesso oscure; ombre dell’ideologia neoliberale che ora si trova ad affrontare – nella sua fase più statalista – l’immagine speculare di sé stessa nelle piazze.

E’ inquietante vedere quante/i compagne/i confondano la sacrosanta necessità di essere critiche/ci e una interpretazione della realtà dello Stato ingenua e priva di dialettica, che cancella ogni contraddizione. Lo Stato ci opprime, certo, ma ci garantisce ciò che resta di un Welfare che noi stessi – tentati dall’idea dell’esodo – ci siamo dimenticati di difendere e che è il frutto delle lotte per i diritti che hanno costellato il Novecento.

Le politiche delle aziende farmaceutiche sono intollerabili, eppure esse mettono a punto farmaci – tra i quali i vaccini – che incontestabilmente salvano vite umane. La comunità scientifica mantiene una capacità di critica e di selezione tra le teorie e le ipotesi scientifiche degne di questo nome e la pseudo scienza, e questo nonostante anni di riforme universitarie e della ricerca che ci siamo dimenticati di contestare, che hanno portato a dinamiche accademiche influenzate dalla ricerca del profitto e del potere personale.

Tutto questo sta dentro le ambiguità del Capitale, nella sua doppia natura, che viene analizzata da oltre 150 anni: il capitalismo ci opprime e piega ai suoi bisogni la scienza ma – nello stesso tempo – ha la capacità di mettere in campo risorse finanziarie (pubbliche) e scientifiche per trovare in pochi mesi uno strumento di difesa da una Pandemia che ha già fatto milioni di morti.

E’ un anticapitalismo degli stupidi quello che pensa di combattere il sistema rifiutandone gli indubitabili progressi scientifici, che possono sottomettere i popoli quanto salvare milioni di persone.

Avrei pensato, ingenuamente, che ci saremmo trovati tutti/e fianco a fianco a combattere per un accesso libero e gratuito ai vaccini per l’umanità intera; per una sanità pubblica e gratuita, diffusa sul territorio, che potesse garantire a tutti/e cure decenti, contro le privatizzazioni. La Pandemia poteva essere un grande momento di critica collettiva del sistema capitalistico, dei suoi meccanismi di dominio; vedo invece movimenti che invocano una libertà astratta, priva di un’idea di solidarietà comune.

Io intanto continuo a prendere l’autobus e non smetto di pensare a quanto sarebbe bello un mondo senza traffico privato, con mezzi pubblici senza emissioni e una rete diffusa su tutto il territorio, gratuita, con autisti pagati il giusto e al lavoro non più di 32 ore alla settimana che trasportano persone felici di andare alle loro occupazioni retribuite secondo le loro necessità, in un mondo dove il profitto non sia più misura di tutte le cose.

E fatevi ‘sto vaccino, cazzo.

2 COMMENTI

  1. non vedere il carattere anticapitalista dell’opposizione all’obbligo vaccinale, così come non capire l’angoscia di quanti avvertono questo obbligo per poter lavorare come una violenza intollerabile; sottovalutare, infine, le torsioni inedite all’assetto democratico di uno stato d’eccezione praticamente permanente: tutto questo tradisce una miopia che la sinistra pagherà molto caro in termini di (residuo) consenso.

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