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Mass shooting negli Usa, la guerra interna tra civili

La guerra dimenticata negli USA: i Mass Shootings. L’editoriale del nuovo numero di IRIAD Review, Studi sulla pace e sui conflitti [Maurizio Simoncelli]

Dagli Stati Uniti ci giungono periodicamente informazioni su omicidi e stragi compiuti con armi da fuoco, a volte nelle scuole, altre volte nei supermercati, altre ancora sui posti di lavoro. La diffusione di un numero particolarmente elevato di armi tra i privati cittadini provoca da tempo nel paese di oltre oceano un numero molto alto di vittime.

Risulta che nel 2019, su quasi 14.000 vittime di omicidio oltre 10.000 siano state provocate da armi da fuoco (per lo più pistole). Secondo l’OSCE “il tasso di morti con armi da fuoco negli USA è 10 volte superiore alla media degli altri paesi e non perché i crimini siano di per sé più violenti, ma perché più letali”, come scrive Silvia Carocci nella ricerca “L’uso delle armi negli Stati Uniti: la sfida di Biden contro la “legittima difesa” che pubblichiamo in questo numero.

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Il neopresidente Joe Biden, di fronte all’ennesima strage, ha esordito all’avvio del suo mandato stigmatizzando questo tragico fenomeno, affermando che “la violenza con le armi da fuoco è una epidemia. Non possiamo accettarla. Dobbiamo reagire”. Ma l’influenza della lobby delle armi negli USA è notoriamente potente e riesce a bloccare ogni tentativo di intervento per mettere sotto controllo questo settore, condizionando il Congresso sia in ambito repubblicano sia in quello democratico. Una delle tante stragi compiute (chiamate “mass shootings”), quella del 16 aprile 2021 con 9 morti presso la Fedex a Indianapolis, veniva contata come la 147esima dall’inizio dell’anno: alla fine dell’ottobre appena scorso si era arrivati a quasi 600 sparatorie con 16.9400 persone uccise, 33.800 feriti e 19.800 suicidi (fonte “The Gun Violence Archive”).

Quest’ultimo dato, i suicidi, che è il più elevato, invece sembra non far notizia sui mass media, più interessati ai fatti di sangue più clamorosi nei luoghi pubblici. Oltre 35.000 vittime in 10 mesi e ne mancano ancora due alla fine dell’anno. Per fare un confronto, sono “appena” 2.324 i militari statunitensi morti nel corso della guerra ventennale in Afghanistan dal 2001 al 2021. Anche aggiungendo i contractors americani ivi deceduti (3.917), la cifra – poco più di 6.000 – rimane relativamente esigua.

La guerra interna agli States combattuta tra i civili con le armi leggere miete invece molte più vittime di un conflitto armato come quello contro i talebani.

In Italia, nonostante il reale e significativo decremento degli omicidi volontari (469 nel 2015, 318 nel 2019 – dati ISTAT), negli ultimi anni è andata aumentando la richiesta di armi ad uso civile e si stima che nella nostra penisola siano detenuti tra gli 8 e i 12 milioni di armi. Su 1.398.000 licenze di porto d’armi (dati 2017), se ne hanno 738.000 per caccia, 584.000 per uso sportivo e 18.000 per difesa personale.

Il dato sorprendente è quello relativo all’uso sportivo, visto che la cifra si è quadruplicata passando dai 125.000 del 2002 all’oltre mezzo milione di adesso. Si potrebbe pensare ad un popolo di sportivi attratti da questa disciplina e dal tiro al piattello, ma, visto che risultano circa solo 100.000 tesserati presso le unioni sportive, probabilmente questo tipo di licenza è solo un escamotage per possedere un’arma.

Recenti e drammatiche vicende del 2021, come quella dell’assessore di Voghera nel luglio scorso, quella del tabaccaio di Frosinone e quella di Ercolano di fine ottobre, mettono in evidenza anche il rischio che corre il nostro paese di andare verso un Far West della giustizia e della difesa fai da te, mentre dovrebbero essere le autorità istituzionali (polizia e carabinieri) a garantire in primis sicurezza e eventualmente ad usare in modo adeguato e legale la forza. Le nuove norme del porto d’armi (decreto n. 104/2018) e sulla legittima difesa (legge n. 36 del 26 aprile 2019) appaiono invece andare in tutt’altra direzione, proprio quella seguita negli Stati Uniti.

La lezione americana, purtroppo, non sembra essere compresa nella sua drammaticità e la questione delle armi leggere, di cui l’Italia è il secondo esportatore mondiale (soprattutto proprio verso gli USA, nostro principale acquirente), continua ad essere un fenomeno largamente sottovalutato.

Dietro a questa pressione congiunta esercitata dalla nostra lobby industriale (interessata ovviamente a vendere il più possibile), da alcune forze politiche (vedi l’intesa tra Salvini e il Comitato D-477 con l’“Assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori legali di armi, dei tiratori sportivi, dei cacciatori e dei collezionisti di armi” nel febbraio 2018 a Vicenza) e da diversi mass media ad esse vicini, vi è di fatto una concezione che, indipendentemente dai dati reali già citati, valuta comunque lo Stato inefficiente ed incapace di assicurare la sicurezza e di conseguenza la necessità di sviluppare una privatizzazione anche della difesa dei cittadini, assegnando ai singoli la facoltà di usare le armi, con le conseguenze che purtroppo spesso vediamo anche nelle violenze di genere.

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