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Scieri, il Gup assolve il generale dello Zibaldone

Tre assoluzioni e due rinvii nell’udienza preliminare per la morte di Emanuele Scieri, il parà della Folgore morto a  Pisa il 13 agosto 1999

«La situazione non è chiara ma certamente senti un certo disturbo, poiché, da tanti anni ti rendi conto che la giustizia non riesce a fare luce. Sono amareggiata, questo è il mio stato d’animo in questo momento». Isabella Guarino Scieri è la mamma del parà Emanuele trovato morto nella caserma ‘Gamerra’ di Pisa nell’agosto 1999. Ad amareggiarla è l’assoluzione per l’ex caporale Andrea Antico di Rimini, l’unico dei tre ex commilitoni accusati dell’omicidio volontario aggravato dell’allievo paracadutista. Il giudice ha rinviato a giudizio davanti alla corte d’assise gli ex caporali Alessandro Panella di Cerveteri e Luigi Zabara di Frosinone i cui legali avevano discusso il non luogo a procedere. Assolti anche l’ex comandante della Folgore Enrico Celentano e l’ex aiutante maggiore Salvatore Romondia perché il fatto non sussiste. Erano accusati di favoreggiamento ed avevano chiesto il rito abbreviato. Per loro il pm aveva chiesto 4 anni di reclusione. «Naturalmente – aggiunge Isabella Guarino Scieri- l’iter di questo processo è molto lungo. Sono anni che aspettiamo giustizia ma chiaramente ancora non riusciamo ad avere un risultato certo che faccia veramente luce su quanto successe a mio figlio». «Oltre quelli legali – osserva la madre di Emanuele Scieri- ci sono anche i giudizi etici. Dal punto di vista etico non credo che bastino sentenze per assolverli». «Il ricordo di mio figlio – conclude- è sempre vivo. Non c’è un attimo della mia vita che lui non sia dentro di me. Sento poi l’affetto dei suoi amici e di quanti conoscevamo Emanuele».

«Siamo delusi della sentenza di oggi, anche se continueremo a batterci per scrivere la verità sulla morte di Emanuele», dice anche il fratello, Francesco Scieri, subito dopo la sentenza. «Il pronunciamento del gup sembra smontare anche le conclusioni della commissione parlamentare sul ruolo del presunto favoreggiamento dei due ufficiali. Ma resto convinto che loro, in questa vicenda, un ruolo lo abbiano avuto e, anzi, è inimmaginabile che non ce lo abbiano avuto. Ma ciò che fa più male è che i tre imputati per un fatto così grave possano farla franca». La sentenza, ha commentato anche Carlo Garozzo, presidente dell’associazione Giustizia per Lele, fondata dagli amici di Scieri, «ci lascia l’amaro in bocca ma siamo abituati agli schiaffi e le nostre guance sono rosse da anni per i colpi presi». Però, ha aggiunto, «oggi un tribunale finalmente suggella almeno un fatto incontrovertibile: Emanuele non era un folle suicida ma qualcuno lo ha ammazzato e ora un processo accerterà questa verità che per troppi anni hanno provato a negarci». «Speravamo che potesse rispondere della sua morte – ha concluso – anche tutta la catena di comando, ma per ora così non è. Noi continueremo a batterci per dare giustizia a Lele».

La procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per Panella e Zabara e le condanne degli altri imputati che avevano scelto il rito abbreviato. «Aspettiamo di leggere con attenzione e interesse – ha detto il procuratore della Repubblica Alessandro Crini – le motivazioni di questa sentenza e alla fine valuteremo se e come procedere con il ricorso». «Attendiamo di leggere le motivazioni con cui il giudice ha preso le sue decisioni. Malgrado l’assoluzione di Antico, il rinvio a giudizio di due imputati rivela che anche il giudice ritiene che l’impianto accusatorio della Procura sia fondato. Le tre assoluzioni complessive non scalfiscono la ricostruzione dell’accusa. Siamo soddisfatti della duplice richiesta di rinvio a giudizio», spiega l’avvocata Alessandra Furnari che con il collega Ivan Albo difende la famiglia di Emanuele Scieri.

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«Sicuramente eravamo fiduciosi ma no, l’assoluzione non ce l’aspettavamo assolutamente. Fino all’ultimo siamo stati con la preoccupazione perché sulla questione c’è un grande punto interrogativo e ci preoccupava» dice infine l’avvocato Francesco Virgore, difensore dell’ex comandante della Folgore Enrico Celentano, accusato di favoreggiamento insieme all’ex aiutante maggiore Salvatore Romondia. «Non è finita, sicuramente ci sarà un appello – aggiunge il legale di Celentano – dobbiamo leggere le motivazioni e capire su cosa ha basato il suo convincimento il giudice. Letto quello, la tranquillità sarà maggiore. La decisione è importante soprattutto per come è venuta fuori l’assoluzione, non con formula dubitativa ma ben precisa perché il fatto non sussiste».

Nessuno si attivò per cercare il parà che mancava al contrappello

Emanuele Scieri era un giovane avvocato di 26 anni di Siracusa. La chiamata ad effettuare il servizio militare lo raggiunse quando già svolgeva la pratica forense. La scelta l’aveva fatta anni prima, durante la visita medica militare ed aveva optato per svolgere il servizio presso i paracadutisti della Folgore.

Emanuele Scieri è morto nella caserma Gamerra di Pisa il primo giorno dal suo arrivo e venne ritrovato, sempre all’interno della Gamerra, tre giorni dopo. L’allora Ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio manifestò fiducia nelle inchieste giudiziarie, assicurando che eventuali provvedimenti disciplinari, inclusa la rimozione dei superiori gerarchici e dei responsabili della caserma “Gamerra”, sarebbero stati adottati, a conclusione delle inchieste giudiziarie. Ma le molteplici indagini della magistratura ordinaria e militare si chiusero tutte, con decreti di archiviazione. Dopo ben quattro legislature, nel 2015, la Camera dei deputati ha preso atto delle istanze di giustizia provenienti dalla famiglia e ben 13 comuni, non solo siciliani, che hanno più volte chiesto “l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del militare di leva Emanuele Scieri” deliberata il 4 novembre 2015, giorno della festa delle Forze Armate. La Commissione composta da ventuno deputati ha ascoltato 76 persone: familiari, ex militari della caserma Gamerra, esperti, consulenti, magistrati, rappresentanti di associazioni, persone detenute, ha esaminato tutti gli atti delle inchieste giudiziarie già svolte ed ha proceduto ad ulteriori indagini. L’archivio dei documenti della Commissione ha raccolto circa seimila pagine di atti, oltre i video, i filmati, ed i reperti. Ecco un agghiacciante riepilogo delle ultime ore di vita di Emanuele Scieri.

Il 13 agosto 1999, terminato il CAR, tutto lo scaglione 7/99 al quale apparteneva Scieri, veniva trasferito a mezzo di 2 pullman militari da Firenze a Pisa, presso la caserma Gamerra. Durante il tragitto i caporali diedero sfogo alla loro natura irrispettosa della dignità dei componenti dello scaglione, ordinando di mantenere per l’intera durata del viaggio una posizione scomoda ed innaturale (la posizione cosiddetta della sfinge), ovvero di rimanere immobili con la schiena staccata dalla spalliera del sedile e le mani sulle ginocchia. Imposero di viaggiare con i finestrini chiusi e il riscaldamento acceso, costringendo le reclute a tenere il basco in testa nonostante la calura estiva. Sul pullman praticarono a due reclute il cosiddetto “battesimo” consistente nel colpirli con forti pugni sul petto, strappare le mostrine dalla tuta mimetica e sfregarle sul viso. Per dette violenze tre caporali vennero condannati con sentenza definitiva.

Lo scaglione arrivava alla caserma Gamerra di Pisa, intorno all’ora di pranzo; tutti vennero radunati davanti al magazzino di casermaggio. Si specifica che il magazzino di casermaggio si trova di fronte la torre dove poi viene ritrovato il cadavere di Scieri, tre gg. dopo, ai piedi di una scala. Esaurite le formalità di rito, alle giovani reclute veniva concessa la libera uscita, che – Emanuele Scieri, , trascorreva in compagnia di alcuni commilitoni, passeggiando per il centro di Pisa.

Alle ore 22,15, Emanuele Scieri rientrava in caserma, insieme a Viberti, Gelli, Valentini e Mastrini. Anziché ritirarsi direttamente in camerata, Viberti e Scieri si incamminavano nel vialetto che costeggia il muro di cinta della caserma Gamerra, per fumare una sigaretta. Dopo pochi minuti, il Viberti decideva di rientrare in camerata, mentre Scieri, secondo il racconto di Viberti, rimaneva a telefonare, all’altezza del luogo dove poi è stato ritrovato dopo tre giorni, ai piedi della scala della torre di asciugatura dei paracadute. In seguito, dalle indagini della Procura di Pisa, emergerà che nessuna telefonata venne fatta da Scieri in quel momento. Alle 23,45, come di regola, veniva effettuato il contrappello, nel corso del quale Emanuele Scieri, stranamente, risultava assente.

In quella occasione alcuni commilitoni (non il Viberti) segnalarono ai militari che procedevano al contrappello: che Emanuele Scieri era regolarmente rientrato in caserma; che fino a pochi minuti prima era stato visto passeggiare in compagnia del Viberti; Trattandosi di una recluta arrivata in caserma quello stesso giorno e rientrata prima dell’orario del contrappello, i superiori avrebbero dovuto prendere in considerazione l’ipotesi di un malore improvviso o di un atto di nonnismo

Deve essere ribadito che l’esistenza di atti di nonnismo era un fenomeno presente nella caserma “Gamerra” e ben conosciuto dai vertici militari, tanto che in commissione il generale della Folgore Celentano ha dichiarato che gli atti di nonnismo erano all’ordine del giorno, e l’allora Colonnello Ratti , proprio il giorno in cui arrivò Scieri in caserma, fece firmare alle reclute dello scaglione 7/99, quindi anche a Scieri, un’autodichiarazione con cui si impegnavano a denunciare eventuali atti di nonnismo subiti.

I militari addetti al contrappello, quella sera, si limitarono ad annotare nell’apposito modulo del rapporto della sera la dicitura “mancato rientro”, anziché scrivere “mancata presenza al contrappello”. Si sottolinea che nel rapportino della sera era previsto uno spazio per riportare le eventuali note o novità. Nelle sommarie informazioni testimoniali del 4 ottobre 99 rese alla Procura Militare di La Spezia, il sergente maggiore Simone Pugliese dichiara di aver ricevuto dal Colonnello Ratti, l’ordine di eseguire, la sera del 13 agosto ’99, il contrappello nella prima Compagnia, dove era stato assegnato Scieri. Pugliese specifica che su ordine del Ratti era rimasto nell’edificio della prima Compagnia fino a mezzanotte e trenta, perché: «quell’orario è a rischio perché qualche “nonno” in epoca passata, andava a fare qualche bravata in danno degli allievi». Le ore serali dunque, secondo le dichiarazioni di Pugliese, ma anche secondo i vertici della catena di comando, come Ratti, erano a rischio.

Il Colonnello Fantini, audito in Commissione il 27 febbraio ‘17 definisce totalmente scorretta la trascrizione di “mancato rientro” riportata nel “rapportino della sera” e specifica ciò che la Commissione ha sempre sostenuto: “gli addetti al contrappello avrebbero dovuto riportare quanto riferito dai commilitoni, ovvero che Emanuele Scieri era rientrato in caserma.

Il caso di Scieri è stato l’unico episodio in cui un militare entrato in caserma non si sia presentato al contrappello. Questa è una delle numerose anomalie che gettano ombre sul caso Scieri. Tutti gli altri casi rispondevano a due casistiche precise: o il militare non si era mai presentato in caserma dopo la libera uscita; oppure si era presentato al contrappello per poi uscire di sotterfugio successivamente.

E’ certo che nessuno, in quella tragica notte, si attivò per cercare Emanuele all’interno della caserma.

Indagini che non avrebbero portato lontano

Dopo la morte di Scieri si aprirono numerose indagini, una delle quali riguardava l’imputazione di omicidio colposo, nei confronti degli addetti al contrappello, per avere omesso le ricerche, ma anche questa indagine si concluse con un decreto di archiviazione. Eppure la Commissione ha accertato che gli stessi vertici della caserma “Gamerra” si resero conto di aver omesso le ricerche di Scieri, la stessa notte del 13 agosto. Infatti il Comandante del Centro Addestramento Paracadutismo inflisse una sanzione disciplinare – seppure simbolica, di giorni uno di consegna – al Capitano di ispezione.

Anche ai commissari parlamentari apparve «veramente singolare e contraddittorio» che tutti gli addetti al contrappello si siano giustificati sostenendo che le ricerche sarebbero dovute scattare solamente il giorno dopo dal mancato rientro e che non avevano nessun obbligo di cercare la sera del 13 agosto la recluta, sebbene, la Commissione abbia accertato che, oltre la sanzione al capitano di ispezione, come già detto, venne inflitta anche una sanzione disciplinare al caporal maggiore, di turno la sera del 13 agosto ’99, “per non aver attuato nessun intervento volto ad accertare i motivi del mancato rientro”.

Nessuno all’interno della caserma Gamerra cercò Scieri né il giorno seguente al contrappello, 14 agosto, né il 15 agosto. Scieri venne ritrovato, per caso, da 4 militari del suo scaglione, il 16 agosto alle ore 14.10 ai piedi della scala attaccata al muro della torre di asciugatura dei paracadute.

Ma ci sono elementi rimasti oscuri nella vicenda Scieri e sui quali all’epoca le autorità inquirenti non ritennero di indagare. Dalla relazione di servizio dei carabinieri del 18 agosto 2001 risulta in maniera inequivocabile che giorno 13 agosto 99 mentre Scieri si trovava, ai piedi della scala, alle ore 23.48 – nello stesso momento in cui era in atto il contrappello – dal cellulare in uso al generale Celentano venne effettuata una telefonata diretta all’abitazione dello stesso a Livorno. Gli inquirenti accertarono che tale telefonata si agganciava alla cella di Pisa.

E ancora la giornata festiva del 15 agosto alla caserma «Gamerra», si apre in maniera insolita: alle ore 5,30 del mattino il generale Enrico Celentano, accompagnato dal colonnello Fantini, effettua un’ispezione straordinaria all’interno della caserma. Cmotivo c’era per una ispezione a Ferragosto? Alla domanda Celentano rispose che era suo solito effettuare visite a sorpresa e quella del 15 agosto lo era.  In che cosa è consistita questa ispezione? Celentano rispose che con i finestrini erano abbassati percorse il perimetro della caserma, non vide nulla, non sentì nessun odore particolare che potesse denunciare la presenza, a pochi metri, del cadavere di Scieri, ormai giacente lì da alcune decine di ore.

I “suggerimenti” della catena di comando

In base alle risultanze investigative, devono escludersi tutte le ricostruzioni che la catena di comando della Folgore “suggerì” nel 1999, ovvero che Scieri si era suicidato oppure che era voluto rimanere da solo, per provare la sua efficienza fisica scalando la struttura metallica esterna della scala, in quanto da lì a qualche giorno doveva iniziare il corso di paracadutista.

Queste ipotesi contrastano sia con la personalità di Scieri, che con alcuni elementi oggettivi: il posto era buio e non conosciuto da Scieri; ai piedi della struttura metallica vi era una massa di materiale in disuso che non consentiva di raggiungere agevolmente i piedi della torretta; Scieri era una persona ragionevole e reverente delle regole militari e, quindi, non avrebbe scalato di propria iniziativa quella struttura di sera, al buio e da solo; se fosse stato da solo, per sperimentare la sua efficienza fisica, non si sarebbe mai slacciato le scarpe con il rischio di non potere fare affidamento su un sostegno sicuro in caso di difficoltà nell’ascesa della struttura metallica. Nel corpo di Scieri si trova una ferita al dorso del piede sinistro ed una ferita al polpaccio sinistro incompatibile con la caduta, secondo tutti i consulenti, della famiglia, della procura e della Commissione la ferita è stata provocata da terze persone presenti sul luogo. Sulla base dei suddetti elementi è ragionevole ritenere che Emanuele Scieri, quando è stato lasciato nel cortile da Viberti, sia stato fermato da alcuni militari che lo aggredirono, prima di essere costretto ad arrampicarsi sulla scala.

In sintesi, la Commissione ha accertato: che alla “Gamerra” avvenivano gravi atti di violenza, non riconducibili a semplice goliardia; che i controlli in caserma non erano sufficienti ad evitare che, perfino dopo il contrappello, diversi paracadutisti uscissero dalla Caserma scavalcando il muro di cinta; che la zona dove fu ritrovato il cadavere di Emanuele Scieri era isolata, ma presidiata dagli anziani che la utilizzavano come spazio di rifugio e di svago. Uno spazio in parte esente da regole e controlli.

La Commissione ha accertato che il primo sopralluogo non venne effettuato dal nucleo speciale dei Carabinieri – RIS – e pertanto i rilievi – fondamentali nelle prime ore di un evento così drammatico – non sono stati effettuati con le dovute precauzioni. Dalle videoriprese dei sopralluoghi dei Carabinieri, che la Commissione ha acquisito, si evince che, in data 27 agosto 1999, militari della “Gamerra” rimuovono tavoli e suppellettili che si trovavano nell’area sotto la scala. La Commissione ha depositato presso la Procura della Repubblica di Pisa, una formale richiesta motivata di riapertura delle indagini e risulta che Procuratore della Procura presso il Tribunale di Pisa ha chiesto ed ottenuto dal Giudice per le indagini preliminari, la riapertura del caso. Il Procuratore della Repubblica di Pisa ha dichiarato alla stampa, il 28 settembre 2017: «la Commissione parlamentare d’inchiesta ha svolto un lavoro molto serio, approfondito che certamente é meritevole di essere ripreso anche sotto il profilo giudiziario». Il 7 ottobre 2017 anche il Procuratore militare dichiarava alla stampa di volere riaprire le indagini per gli aspetti di competenza.

La domanda di giustizia sul caso Scieri – cittadino italiano, è morto nel corso dello svolgimento del servizio militare obbligatorio e a causa dello stesso – non si è mai sopita e con grande dignità la famiglia Scieri, gli amici, hanno sempre richiesto giustizia. E forse questa sentenza non sarà la pietra tombale sull’esigenza di verità e giustizia sebbene quella forma di omertà chiamata eufemisticamente spirito di corpo, a coprire aggressioni, umiliazioni e mutilazioni, sia una delle scorze più difficili da scalfire. Ma all’epoca don Battista Pellegrino, cappellano alla “Gamerra”, disse che “la caserma è un’isola felice, c’è un clima quasi familiare, i ragazzi sono tranquilli e stanno come in albergo”. Monsignor Giuseppe Mani era ordinario militare, la più alta carica religiosa delle Forze Armate. Disse: “Non si può incriminare un’istituzione come la Folgore che si è sempre distinta per opere altamente meritorie”. Massimo Brutti, sottosegretario Ds alla Difesa, pensava che “sulla Folgore, il giudizio del governo e del Paese è altamente positivo”. Il suo collega di partito, senatore Forcieri aggiunse che “l’ipotesi dello scioglimento è un’idea estremistica che favorisce l’arroccamento”.

Dalle torture a Mogadiscio all’omicidio di Scieri, l’album di famiglia della Folgore

In realtà il caso Scieri è il più grave di una lunga, infinita, serie. Prima dell’omicidio di Emanuele altri due episodi erano costati il posto al comandante Nardi e avevano riproposto l’emergenza Folgore. E il 18 dicembre del ’98 il generale Celentano fece stampare su carta intestata del “Comando Brigata Folgore” un manuale delle torture (bicicletta: alcol spruzzato sui piedi e incendiato; sbrandamento: il militare che dorme viene scaraventato a terra; e così via) e numerosi spunti di riflessione (l’Italia finisce in “Padania”, il resto è “continente nero”, i terroni devono morire; i ministri sono incapaci, i neocomunisti distruggono la gerarchia con l’obiezione di coscienza; e così via). Era lo “Zibaldone” spedito da Celentano a tutti i comandi paracadutisti della Toscana, con tanto di numero di protocollo. Non si tratta dunque di un centinaio di fogli clandestini, ma di un documento ufficiale dell’Esercito italiano. Falco Accame, ex ammiraglio, poi deputato e presidente della commissione difesa della Camera, veterano delle battaglie per la democratizzazione delle forze armate, lo definì una «schifezza razzista stampato e distribuito a spese del contribuente». In uno Stato democratico, quelle parole dovrebbero bastare e avanzare per la rimozione da ogni carica pubblica dell’autore, indipendentemente dal caso Scieri.

Nell’estate del 97, una partecipata manifestazione nazionale a Pisa aveva reclamato lo scioglimento della Folgore dopo la pubblicazione di testimonianze e fotografie di uno dei peggiori crimini dell’esercito italiano: una giovane somala terrorizzata e circondata da soldati sghignazzanti. Un ragazzo somalo steso a terra, mentre il sergente Valerio Ercole inizia la tortura con gli elettrodi ai genitali, dopo averlo bagnato per rendere più violenta la scossa. E poi le immagini di una ragazza violentata ed ancora un giovane incappucciato, legato con lo spago e trascinato via come fosse un animale. Le fotografie dei somali incaprettati furono pubblicate durante “Restore Hope” dal settimanale “Epoca”. In quel periodo sulla poltrona di ministro della Difesa stava seduto Fabio Fabbri, socialista. “Prima di emettere un giudizio infamante, aspettiamo di conoscere il contesto”, disse. Quando “Panorama” pubblicò le immagini delle torture e degli stupri alla Difesa c’era Andreatta del Ppi. Lo stesso che da ministro degli Esteri del governo Ciampi si era distinto per il sostegno ai generali Loi e Corcione, all’epoca capo di stato maggiore dell’Esercito e di lì a poco ministro della Difesa nel governo Dini. E il buio più fitto circonda ancora le quaranta coltellate ed il colpo di pietra alla testa che nel ’95 hanno ucciso sulla scogliera livornese del Romito Marco Mandolini, maresciallo del “Col Moschin” della Folgore e caposcorta del generale Loi in Somalia.

Charlie Barnao sostiene che “paracadutisti si rimane per tutta la vita”. Dopo il congedo, infatti, organizzazioni paramilitari di estrema destra contattano quelli che sono passati dalla caserme della Folgore per attività “ricreative e addestrative”. Quel milieu sarebbe una sorta di “fabbrica di fascisti”. Barnao, sociologo, ha scritto con Pietro Saitta una importante ricerca “Autoritarismo e costituzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane” sulla base del racconto autobiografico della sua stessa, tra il 1993 e il 1994, nella Brigata Folgore, arricchito da alcuni ritorni sul campo e interviste a testimoni privilegiati tra il 2000 e il 2009.

 

 

 

 

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