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HomemalapoliziaOmicidio Cucchi, quell'«ossessione» dei carabinieri per il depistaggio

Omicidio Cucchi, quell’«ossessione» dei carabinieri per il depistaggio

E’ nelle fasi finali il processo a 8 tra carabinieri e ufficiali per i depistaggi che dovevano insabbiare l’omicidio di Stefano Cucchi

«Una attività di depistaggio ostinata, che a tratti definirei ossessiva. I fatti che oggi siamo chiamati a valutare non sono singole condotte isolate ma un’opera complessa di depistaggi durati anni». Il pm Giovanni Musarò ha iniziato la requisitoria nel processo sui presunti depistaggi messi in atto dopo la morte di Stefano Cucchi. Imputati sono otto appartenenti all’Arma, tra i quali il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma e Lorenzo Sabatino, che ricopriva l’incarico di comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Le accuse spaziano a vario titolo tra falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. «Fatti caratterizzati dalla volontà di ostacolare l’individuazione dei fatti – ha sottolineato il pm – Quello che è emerso con evidenza dalla fase dibattimentale è che i depistaggi non si sono fermati al 2018 ma sono andati avanti fino al febbraio 2021».

Le richieste di condanna del rappresentante dell’accusa arriveranno nell’udienza fissata per la prossima settimana.

Ilaria Cucchi, su fb, si appunta queste parole del pm: “Depistaggio ossessivo fin dai primissimi momenti immediatamente successivi al decesso di Stefano Cucchi. Puntavano alla richiesta di archiviazione che non poteva essere fatta dal momento in cui tutto il Paese chiedeva verità dopo la pubblicazione delle foto terribile del cadavere di Stefano Cucchi. Sarebbe comunque stata inaccettabile una simile archiviazione dal momento che sarebbe stata evidentemente colpa dei Carabinieri senza poter individuarne i responsabili. Allora occorreva svincolare quella morte dal pestaggio e coinvolgere gli agenti della Polizia Penitenziaria”

“I falsi ed i depistaggi del 2009 non dovevano proteggere l’onore ed il prestigio dell’Arma dei Carabinieri ma le ‘luminose carriere’ di taluni personaggi coinvolti”.

E, ancora: “Quella verità che era sotto gli occhi di tutti in soli 4 giorni grazie all’appunto del 30 ottobre 2009 Generale Casarsa è stata completamente ribaltata. Falso il fatto che Stefano Cucchi fosse un tossicodipendente in fase avanzata”.

Musarò si è soffermato proprio sul depistaggio del 2009 che lui ha definito «una cortina fumogena. Dopo la pubblicazione delle fotografie del cadavere di Stefano Cucchi, con il volto tumefatto, tutti chiedono la verità sulla sua morte. Viene organizzata un’attività di depistaggio che viene portata avanti scientificamente ai danni di tre agenti della polizia penitenziaria che si ritrovano da innocenti sul banco degli imputati».

Un depistaggio «sconcertante – ha proseguito – con la finalità non solo di depistare l’autorità giudiziaria, ma farlo anche da un punto di vista mediatico e politico. Fattori che hanno un rilievo enorme dato che nello stesso giorno in cui muore Stefano Cucchi, quattro carabinieri vengono indagati per concussione nei confronti di Piero Marrazzo». Lo ha sostenuto questa mattina nell’aula bunker di Rebibbia a Roma il pubblico ministero Giovanni Musarò durante la requisitoria del processo sui presunti depistaggi all’interno dell’arma dei carabinieri in seguito alla morte di Stefano Cucchi.

«Si è voluto riscrivere una verità. Il politraumatizzato Stefano Cucchi che muore di suo, e sono riusciti a farlo credere, incredibilmente, per sei anni», ha detto ancora Musarò. «Colombo Labriola (uno degli otto imputati e all’epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, una delle stazioni dove Cucchi fu trattenuto nella camera di sicurezza, ndr) è l’unico che ha detto tutto, che non si è sottratto alle domande, che non ha scaricato la responsabilità sugli altri – ha spiegato il pm- ha accusato tutti gli ufficiali. E guarda caso è spuntata la testimonianza di un maresciallo finalizzata solo a dire che è inattendibile».

Nel corso del suo intervento la pubblica accusa ha ricostruito le vicende spiegando che «questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri e bisogna evitare qualsiasi strumentalizzazione». Musarò ha aggiunto che il procedimento vede imputate otto persone, appartenenti all’Arma, ma «non è un processo» ai carabinieri sia «per ragioni formali che sostanziali: il ministero della Difesa si è costituto parte civile, gli atti più importanti ci sono stati forniti dal reparto operativo e nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Roma e anche il comando generale “all’ultima curva” ci ha fornito una tessera mancante. L’Arma è un corpo con 200 anni di storia, con persone che lavorano nelle strade e negli uffici e anche per loro non deve essere un processo», ha puntualizzato.

 

 

 

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