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Francia, l’OPA di Mélenchon scuote la sinistra

Trattative in Francia per le legislative. LFI propone una federazione tra verdi, PS, comunisti e NPA. Ma la strada è tortuosa

La galassia della sinistra francese e degli ecologisti è diventata più netta. I risultati del 10 aprile hanno messo in evidenza il suo centro di gravità: l’Union populaire di Jean-Luc Mélenchon, risultato nettamente in testa in questo spazio politico con il 22% dei voti. Ci sono ragioni sufficienti per sperare in una risposta altrettanto importante nelle elezioni legislative del 12 e 19 giugno?

Questa è la sfida delle prossime settimane. Cinque anni fa, La France Insoumise (LFI), che aveva raccolto il 19%, non era riuscita a confermare la prova delle presidenziali, riuscendo a malapena a formare un gruppo di 17 deputati all’Assemblea Nazionale. Ora, dopo il primo turno delle presidenziali, Jean-Luc Mélenchon ha lanciato una sorta di OPA sulla sinistra francese forte del 22% e del risultato fallimentare di tutte le altre candidature di sinistra. I soggetti della gauche transalpina hanno manifestato interesse o inquietudine per l’ipotesi unitaria che porterebbe ad una ricomposizione di lunga durata del paesaggio politico sotto l’influenza di Melenchon,

Nel primo gruppo si collocano PCF e il NPA, il Noveau Parti Anticapitalista, che alle presidenziali aveva corso da solo candidando Philippe Poutout. «C’è un urgente bisogno di resistere alla spinta reazionaria portata dalla destra e dall’estrema destra – che è stata rafforzata dalle elezioni presidenziali», si legge sul sito de l’Anticapitaliste.

Se ottenere una maggioranza al Palais-Bourbon rimane una sfida – Mélenchon sognava già questo scenario nel ‘17 – La France insoumise spera in ogni caso di costruire intorno a sé una coalizione ampia e plurale. Il 14 aprile, il movimento ha quindi inviato una lettera al Partito Comunista Francese (PCF), ai Verdi e al Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), proponendo di “condividere lo sforzo [di costruire una maggioranza] con [loro], senza alcuna volontà egemonica o richiesta di raduno”.

In realtà, la formazione melenchonista spera che tutti si ritrovino su un accordo nazionale “in proporzione ai risultati del primo turno”. Questo significherebbe, grosso modo, offrire un centinaio di circoscrizioni agli ecologisti, sessanta al PCF, dieci al NPA e circa 400 a LFI, che si guarda bene dal dare ulteriori dettagli sulla distribuzione delle circoscrizioni vincenti.

«A sinistra, le linee sono in movimento – osserva la maggioranza dell’esecutivo di NPA – le forze del liberalismo sociale sono crollate alle elezioni e molti, anche nell’ambiente tradizionale della sinistra radicale e dell’estrema sinistra, hanno votato per Jean-Luc Mélenchon. Questo può portare a molte illusioni su come trasformare radicalmente la società, ma è innegabilmente un elemento positivo che esprime un’aspirazione a resistere, a combattere e a rompere con gli anni della gauche plurielle». È in questo quadro che NPA scorge una «positiva aspirazione all’unità, nelle urne per le prossime elezioni legislative, ma anche nelle strade, condizione necessaria per costruire le mobilitazioni indispensabili per ottenere vittorie sociali, a cominciare da quella contro la nuova riforma delle pensioni annunciata da Macron».

Un accordo nazionale con UP, la coalizione promossa da LFI sarebbe un importante punto di appoggio per tutti coloro che non vogliono più politiche liberali, un’utile espressione unitaria anche per le mobilitazioni, e «il mezzo per porre una pietra miliare nella ricostruzione di uno strumento politico per una sinistra che lotta per costruire un’alternativa al capitalismo». Un tema che era echeggiato anche in alcune dichiarazioni di Poutou durante la sua campagna.

Diversi punti rimangono in discussione e sono legati sia alla controversa figura del leader insoumis sia alla questione delle candidature e delle circoscrizioni. Gli anticapitalisti propongono che ciascuno dei soggetti mantenga la propria indipendenza durante la campagna e dopo (nel caso di eventuali eletti). «Non sappiamo se questo accordo vedrà la luce, ma siamo determinati a portarlo a termine – ha dichiarato la maggioranza dell’esecutivo del partito – se una tale campagna fosse possibile, sarebbe un buon segnale per tutti coloro che vogliono cambiare la società, e un incoraggiamento per le mobilitazioni. Uscire dalla rassegnazione, raggruppare dove sono, gli elementi combattivi (che oggi sono in gran parte polarizzati dall’Union Populaire), questo è ciò che rimane essenziale per noi».

Il PCF ha, da parte sua, tenuto una conferenza per martellare sulla necessità di “passare da una logica di coalizione a una logica di rassemblement”. «È necessario andare avanti più rapidamente – si legge su l’Humanitè – c’è un solo piano, è il piano A”, insiste il segretario nazionale del PCF, Fabien Roussel, che propone “un contratto di legislatura” intorno a 10 “misure comuni che rispondono ai bisogni popolari”. Il deputato del Nord chiede che tutti siano intorno allo stesso tavolo, che il numero di circoscrizioni in discussione sia allargato, che la coalizione abbia un nome proprio (gli insoumis propongono di riprendere la loro bandiera di “union populaire”) e che la sua formazione abbia più candidati vincenti dei suoi candidati uscenti».

La road map di Mélenchon prevede tempi rapidi – LFI ha fissato come termine domenica 1 maggio. «I negoziati stanno portando in superficie le questioni di identità che attraversano tutti i partiti di sinistra – ha detto un alto funzionario del PCF – ma siamo obbligati a prendere una decisione in un equilibrio di potere deteriorato. Quindi, inevitabilmente, le cose ci sfuggono di mano…». Come se le crepe, già presenti da anni all’interno di queste organizzazioni, si fossero trasformate, per un’improvvisa accelerazione della storia, in voragini irreparabili.

Mercoledì 27 aprile, al termine del primo incontro ufficiale tra il PS e LFI, tutti facevano buon viso a cattivo gioco (l’insoumis Manuel Bompard che salutava la “volontà [del PS attuale] di mostrare una rottura con il PS di François Hollande” e il socialista Pierre Jouvet che accoglieva una “discussione costruttiva [senza] punti di blocco insormontabili”), ma l’apertura dei negoziati ha generato un vero scisma nel PS.

Tensioni tanto più acuite quanto più il campo magnetico macronista sembra continuare ad esercitare sull’ala più social-liberale del PS: il nome di Carole Delga, presidente della regione Occitania e dichiaratamente contraria a un accordo con LFI circola come possibile prima ministra.

Fratture simili si sono aperte in EELV, gli ecologisti, nel mezzo del processo di negoziazione.  I gruppi di lavoro tematici stanno lavorando per riunire le due parti (sulla strategia, il programma e le circoscrizioni), e diversi viaggi di andata e ritorno hanno permesso di presentare proposte di compromesso. Ma la questione spinosa della distribuzione delle circoscrizioni ha peggiorato la situazione. Gli ecologisti contano sulle legislative per ottenere un gruppo all’Assemblea Nazionale (cosa che è mancata loro negli ultimi cinque anni), ma anche per beneficiare di un finanziamento pubblico, che permetterebbe loro di pagare il debito di cinque milioni di euro dovuto al fiasco delle presidenziali. L’arte della diplomazia è tanto più difficile da gestire perché è necessario soddisfare le esigenze dei moti interni, o anche di personalità del partito che contano sui loro leader per difendere i loro interessi.  È in gran parte questo atteggiamento che ha finito per bloccare gli scambi. Il 27 aprile, l’organizzazione melenchonista ha pubblicato un comunicato in cui si castigano “alcuni dirigenti dell’EELV”, accusati di “usare le [loro] discussioni per risolvere disaccordi interni”. “Non vogliamo essere strumentalizzati in quella che sembra essere la preparazione del prossimo congresso EELV”, ha aggiunto LFI. All’indomani, tre leader ecologisti  hanno tenuto una conferenza stampa per spegnere il fuoco. Anche in Francia (come dalle nostre parti), settori di verdi sono convinti di dover mantenere una posizione autonoma né di destra, né di sinistra, e restano diffidenti sulla conversione ecologista di LFI.

Gli ecologisti propongono  di chiamare il cartello “Union populaire écologiste” o “Front populaire écologique et social”: “Finora LFI ci ha detto di no, senza che ne capissimo il motivo”, ha rivelato il numero 1 dei Verdi, Julien Bayou. “Quello che gli diamo come punto è la leadership, ma dopo, l’accordo deve essere rispettoso e deve lasciarci la possibilità di essere autonomi”, ha continuato David Cormand.

Gli Insoumis si difendono dalle accuse di egemonismo ma insistono di voler ricomporre il paesaggio politico a lungo termine. 1Questa elezione ci dà una nuova funzione, organizzare il nostro campo. Abbiamo preso la scommessa di assumerla, senza voler egemonizzare, ma consolidando questo campo, e dandogli una prospettiva chiara», dice Paul Vannier, co-responsabile delle elezioni legislative negli Insoumis.

Génération-s ha fatto il primo passo, svolgendo un ruolo di collegamento tra il polo verde e l’Unione Popolare (UP): il 28 aprile, il movimento hamonista ha dichiarato di aver concluso un accordo programmatico con l’UP e ha invitato “le altre formazioni politiche ad unirsi a questa riunione il più presto possibile per poter entrare subito in campagna elettorale”. “Consideriamo che dobbiamo gettare le basi per un lavoro continuo, per non trovarci ancora una volta nella situazione del 2022. Se questo è ciò che LFI propone, e loro si impegnano a rispettare e vivere questo quadro comune, si costruisce il futuro”, spiega Sophie Taillé-Polian, coordinatrice nazionale di Génération-s. La ricomposizione politica, serpente di mare della sinistra negli ultimi cinque anni, può avvenire nello slancio delle elezioni presidenziali creando una dinamica unitaria a sinistra? Nonostante la resistenza, gli Insoumis vedono lontano e propongono strutture che dureranno dopo le elezioni legislative – un intergruppo e un parlamento misto tra società civile e partiti politici.

Da qui l’espressione “federazione”, che preferiscono alla “coalizione” preferita dagli ecologisti. Una coalizione è momentanea, ha un compito politico preciso nel quadro di un accordo elettorale effimero, e il giorno dopo non si sa di cosa sarà fatta”, spiega Paul Vannier. Noi proponiamo qualcosa di duraturo: una federazione, cioè un raggruppamento intorno a un programma di governo di componenti che conservano la loro autonomia.

 

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