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Francia, l’unione a portata di firma

La gauche francese verso le legislative Ecologisti e LFI accordo trovato. PS e PCF a un passo dalla coalizione guidata da Melanchon

Il partito La France insoumise (Lfi) del leader della sinistra radicale Jean Luc Melenchon e gli ecologisti di Eelv hanno annunciato un’alleanza per le legislative di giugno. Trattative sono in corso per allargare l’intesa anche ai partiti socialista e comunista. L’accordo punta a cambiare gli equilibri all’Assemblea Nazionale, per mettere in difficoltà il presidente francese Emmanuel Macron, appena rieletto per un nuovo mandato. «Vogliamo far eleggere deputati nella maggior parte delle circoscrizioni per impedire a Macron di perseguire le sue politiche ingiuste e brutali e sconfiggere l’estrema destra», si legge nel comunicato che annuncia l’accordo fra Lfi e Eelv. Arrivato terzo al primo turno delle presidenziali di aprile con quasi il 22%, Melenchon ha detto più volte di voler diventare primo ministro. Tuttavia il sistema elettorale a doppio turno, come già è accaduto alle presidenziali, potrebbe penalizzare sia Lfi che il Rassemblement National della destra estrema di Marine Le Pen.

Dieci giorni e notti di discussioni, una serie di colpi di scena e, alla fine del tunnel, un accordo comune per le elezioni legislative del 12 e 19 giugno. Nella notte tra il 1° e il 2 maggio, la delegazione di Europe Écologie-Les Verts (EELV) ha lasciato la sede dell’Union Populaire nel Passage Dubail (10° arrondissement di Parigi) con il sorriso sulle labbra. L’epilogo di intense sessioni di negoziazione è caduto, e per i due partiti è “storico”: formeranno un fronte comune sotto la bandiera della “Nouvelle Union populaire écologique et sociale”.

Il consiglio federale dell’EELV (il parlamento del partito) ha votato a favore di questo accordo con un’ampia maggioranza di voti – 84 a favore, 10 contro, 8 in bianco. I membri devono votare l’accordo entro una settimana.

L’accordo contiene l’obiettivo di ottenere la maggioranza nell’Assemblea Nazionale (289 deputati), e afferma che in questa configurazione, Jean-Luc Mélenchon diventerebbe primo ministro. Contiene anche elementi di un accordo programmatico (da leggere qui per intero): pensione a 60 anni, aumento del salario minimo a 1.400 euro, congelamento dei prezzi dei beni di base, pianificazione ecologica, la Sesta Repubblica…

Sul tema dell’Unione Europea, il testo è più dettagliato, essendo stato questo punto uno dei temi più discussi nei negoziati. Infatti, La France insoumise (LFI) ha posto come condizione per un accordo, la menzione di una “disobbedienza alle regole europee incompatibili con le nostre proposte”. Gli ecologisti, molto legati all’ideale europeo, hanno rielaborato il testo per raggiungere un consenso su una formulazione più flessibile.

“Sull’Europa, abbiamo dovuto riformulare delle espressioni che erano nel testo iniziale per fare in modo che non appaia come una ritirata dalle posizioni che abbiamo sempre difeso”, spiega Alain Coulombel, portavoce di EELV, che faceva parte dei negoziatori domenica sera, insieme al segretario nazionale Julien Bayou, ai funzionari elettorali Léa Balage e Hélène Hardy, e Guillaume Durand (che rappresentava la portavoce di EELV, Éva Sas).

D’ora in poi, il loro testo dice chiaramente che “la Francia non può avere come politica l’uscita dall’Unione né la sua disintegrazione”, ma che “per poter applicare il [loro] programma […] dovranno superare questi blocchi ed essere pronti a disobbedire a certe regole europee” nel quadro dello Stato di diritto.

Infine, l’accordo stabilisce che l’allargamento della coalizione intorno all’Unione Popolare dovrebbe continuare – oltre a EELV, include anche la formazione Génération-s. Per EELV, si tratta di un cambio totale di passo, dopo la campagna presidenziale di Yannick Jadot, che ha puntato sull’autonomia degli ecologismi politici. Quest’ultimo non ha reagito alla notizia. Alain Coulombel, sostenitore dell’ala sinistra del partito, non è sorpreso: “Ha fatto il 4,7%, bisogna sapersi mettere tra parentesi per riconoscere i progressi quando ce ne sono.

Jérôme Gleizes, consigliere ecologista di Parigi che ha partecipato al gruppo di lavoro sul programma durante i negoziati, è d’accordo con la valutazione degli ultimi tre mesi: “Invece di rispondere alla richiesta di unità del popolo della sinistra, abbiamo preferito cadere in una logica identitaria ambientalista, mentre Jean-Luc Mélenchon stava sviluppando un programma globale. Ora che abbiamo chiarito i punti di vista di ognuno di noi per convergere, possiamo vedere che, in sostanza, non eravamo in disaccordo.

Per Alain Coulombel, questo accordo inaugura una nuova era di lavoro collettivo tra persone di sinistra che si sono a lungo guardate con disprezzo: “Politicamente, questo è un passo importante negli anni a venire, ci permetterà di continuare questo lavoro fruttuoso tra noi. Non voglio che sia effimero.

“È il primo passo verso un accordo di tutta la sinistra, con il PS e il PCF. Se a giugno avremo un solo candidato per tutta la sinistra in ogni circoscrizione, sarà storico”, si rallegra anche Sandrine Rousseau, sostenitrice di una linea di apertura di sinistra in EELV, e candidata alle elezioni legislative nella IX circoscrizione di Parigi.

Infatti, il 2 maggio, il Partito Socialista (PS) era di nuovo al passage Dubail alle 10 del mattino, dopo aver sospeso temporaneamente le discussioni con LFI per avere garanzie di un pluralismo. Il giorno prima, il primo segretario, Olivier Faure, ha stretto la mano in modo inedito a Jean-Luc Mélenchon durante la parata del Primo Maggio. È chiaro che l’accordo con EELV avrà un ruolo nell’accelerazione dell’unione”, ha previsto Jonathan Kienzlen, primo segretario federale di Val-de-Marne. “Il tempo è poco, le elezioni sono tra cinque settimane, ad un certo punto dobbiamo iniziare”.

L’urgenza è tanto maggiore per l’apparato socialista in quanto l’accordo concluso con EELV riguarda anche cento circoscrizioni concesse agli ecologisti (di cui una trentina possono essere vinte). La parte di torta da dividere è quindi già ridotta. “Gli ecologisti hanno un ottimo accordo. Non avremo cento circoscrizioni”, dice Jonathan Kienzlen, che già prevede “vetri rotti” in alcuni luoghi.

Le discussioni stanno comunque procedendo abbastanza bene tra socialisti e insoumis – soprattutto perché questi ultimi hanno spesso iniziato la loro carriera militante nel PS, e quindi parlano la stessa lingua. Alla fine della settimana scorsa, un dirigente di LFI ci ha confidato di vedere nell’atteggiamento dei negoziatori del PS “una vera e propria operazione di chiarimento politico”, dato che si sono impegnati a rompere con una parte del curriculum di François Hollande.

Gli oppositori dell’accordo all’interno stanno facendo di tutto per impedirlo, denunciando una “resa” dell’attuale leadership a LFI. Ma la leadership non sembra essere impressionata. Il principale ostacolo con LFI, per i socialisti, era la disobbedienza ai trattati europei – non vogliono questa espressione. Il testo concluso con gli ecologisti potrebbe rassicurarli su questo punto.

Per quanto riguarda le minoranze che ritengono che l’accordo tradirebbe l’identità della “vecchia casa”, si rimanda ai loro precedenti sotto Hollande: “Chi aveva tutte le leve, i poteri, e chi ci ha dato la cenere? Non accetto lezioni morali da loro. Abbiamo il diritto di avere dibattiti, ma per favore, niente lezioni morali”, afferma Jonathan Kienzlen.

Da parte sua, Jonathan Kienzlen vede un altro chiarimento, dettato da una considerazione della base: “La realtà è che c’è un’aspirazione degli elettori di sinistra, compresi i militanti del PS, a unirsi – cosa che gli apparati politici non hanno voluto ammettere durante le elezioni presidenziali -, e che l’UP ha il sopravvento”. In caso di accordo, un voto del consiglio nazionale (il parlamento del partito, rappresentante delle sensibilità e dei territori) dovrà convalidarlo.

Gli oppositori dell’accordo all’interno stanno facendo di tutto per impedirlo, denunciando una “resa” dell’attuale leadership a LFI. Ma la leadership non sembra essere impressionata. Il principale ostacolo con LFI, per i socialisti, era la disobbedienza ai trattati europei – non vogliono questa espressione. Il testo concluso con gli ecologisti potrebbe rassicurarli su questo punto.

Per quanto riguarda le minoranze che ritengono che l’accordo tradirebbe l’identità della “vecchia casa”, si rimanda ai loro precedenti sotto Hollande: “Chi aveva tutte le leve, i poteri, e chi ci ha dato la cenere? Non accetto lezioni morali da loro. Abbiamo il diritto di avere dibattiti, ma per favore, niente lezioni morali”, afferma Jonathan Kienzlen.

Nella classifica dei ricordi amari della campagna presidenziale del 2022, la candidatura solitaria del PCF, nonostante la sua alleanza con il Front de Gauche e poi con LFI nel 2012 e nel 2017, è in tutte le teste dei militanti insoumis. Anche qui, il PCF sta invertendo completamente la tendenza per le elezioni legislative.

Il partito aveva un appuntamento alle 14 con gli Insoumis – un appuntamento rimandato alle 22 a causa della lunghezza dei negoziati con il PS. Tre tenori del PCF – i deputati Marie-George Buffet, Elsa Faucillon e Stéphane Peu – hanno già fatto sapere che, da parte loro, la loro scelta è stata fatta, e che è stata quella di una “nuova unione popolare” con Jean-Luc Mélenchon. Anche l’ex segretario nazionale, Pierre Laurent, ha dichiarato su Public Sénat: “I comunisti faranno parte di questo accordo, le condizioni saranno soddisfatte.

Mentre la dinamica si mette in moto con i Verdi, e il PS mostra segni di prendere anch’esso la direzione di un accordo, è teoricamente impossibile che il PCF sia considerato come il cattivo allievo dell’unione delle sinistre. L’Humanité titola: Elezioni legislative. A sinistra, l’unione a portata di firma. Le dichiarazioni del segretario nazionale e candidato presidenziale fallito, Fabien Roussel, su France Info del 2 maggio, lo testimoniano. Non solo l’etichetta proposta gli si addice, ma: “La differenza con il 2017 è che tutti vogliamo questa coalizione. Se esiste una volontà, esiste un cammino.

Anche sulla questione del nucleare – Fabien Roussel aveva difeso l’atomo durante la sua campagna, a differenza degli Insoumis e degli ecolos – ritiene che la garanzia di avere un intergruppo all’Assemblea nazionale gli basti: i comunisti potranno così difendere autonomamente il mix tra nucleare ed energie rinnovabili.

Non vedo come il PCF possa correre il rischio di un braccio di ferro”, osserva lo storico del comunismo Roger Martelli. Già nel 2017, se il PCF è riuscito ad avere un gruppo nell’Assemblea, è stato perché LFI non aveva presentato ovunque candidati contro di lui”.

L’equilibrio di potere risultante dal primo turno delle elezioni presidenziali tra PCF (2,2%) e LFI (22%) dovrebbe pesare ancora di più sulle scelte dei comunisti, nonostante le logiche identitarie di parte, visto che nel 2017, “su 438 circoscrizioni in cui PCF e LFI hanno presentato candidati in competizione, il PC è arrivato davanti a LFI solo in nove casi”, nota Roger Martelli.

Anche il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) continua le sue discussioni con LFI, nonostante le proteste di alcune correnti interne che si oppongono. La sua delegazione dovrebbe andare al quartier generale di Insoumis alla fine del pomeriggio. Se questo riavvicinamento è stato accolto con favore dalla base militante dell’Insoumise – molti ex membri della Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR, antenata dell’NPA) hanno aderito alla corrente politica melenchonista dal 2012 -, è possibile che la presenza del PS nel perimetro dell’accordo sia un freno.

Resta da vedere se la logica politica dell’unità sarà più forte. “Gli elettori di sinistra si sono uniti contro i partiti mettendo Mélenchon al 22% al primo turno. Volevano che vincessimo. Questa frustrazione deve ora essere trasformata nell’energia della campagna, e della vittoria”, auspica Sandrine Rousseau.

Anche in Italia, le dinamiche francesi trovano eco nel cammino stimolato da Prc, Pap e dalle quattro dissidenti espulse dal M5s, il gruppo parlamentare Manifesta, che ha trovato in De Magistris, ora consigliere regionale in Calabria, il punto di equilibrio (una missione già naufragata all’epoca delle scorse elezioni europpe) per provare un percorso molto più difficile che oltralpe che conduca un cartello credibili delle sinistre radicali alle politiche del 2023. Lo scorso 28 aprile l’ex magistrato ed ex sindaco di Napoli, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio per raccogliere «l’appello di tante e tanti, da ultimo di intellettuali ed esponenti della società civile, che auspicano unità nella costruzione di un fronte pacifista, contro le guerre, per una coalizione popolare, sociale e politica in difesa dei diritti ed in attuazione della Costituzione», ha detto de Magistris

“È necessaria una partecipazione dal basso che coinvolga cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, reti civiche, comitati, collettivi, il mondo del lavoro e del sociale, della cultura e dell’antimafia, dell’istruzione e della ricerca, degli ambientalisti e delle libertà civili, nonché della Politica che è fuori dal liberismo, dal draghismo, dall’economia di guerra. Contro il Sistema politico, finanziario ed economico che ci ha condotto sull’orlo della catastrofe climatica, della terza guerra mondiale e che ha realizzato una società con profonde disuguaglianze. Vogliamo essere costruttori di fratellanza universale e di giustizia sociale, per un nuovo umanesimo che metta al centro le persone. Gli esseri umani, prima del denaro”, ha proseguito il fondatore di demA. E, infine: “Raccolgo, quindi, uno tra le tante e tanti, con amore, passione, tenacia, entusiasmo, coraggio ed umiltà, questo appello alla convergenza delle autonomie, per dare anche il mio contributo per unirci senza disperdere storie personali e collettive che possono essere differenti ma unite nei valori etici e politici della Costituzione, nata dalla resistenza al nazifascismo.

Nel garantire rottura del sistema ma anche capacità di governo, proseguiamo con sempre maggiore determinazione nella costruzione di un progetto politico, di un laboratorio per una coalizione innovativa, credibile e coerente che parli in modo chiaro ai bisogni delle persone». Alla vigilia del Primo Maggio, a Bari, sempre De Magistris ha aperto il congresso del Partito meridionalista chiarendo che un dialogo con il Pd «è impossibile. La guerra ha segnato una linea di non ritorno. Letta, mitraglietta e baionetta, guida il fronte bellicista. Ha fatto la scelta di trascinare l’Italia in guerra, senza spendere un briciolo del tempo politico per la soluzione diplomatica. Già era impraticabile un’alleanza con il Pd perché fa parte del sistema, quindi in campagna elettorale è impossibile. Poi se si torna al proporzionale e il Parlamento riprende la sua centralità, come noi auspichiamo, dopo le elezioni si vede quali saranno i rapporti di forza. Con questo Pd, in questo momento, non c’è nessuna possibilità di una convergenza elettorale».

«Le altre forze di sinistra in questo momento non ci sono – ha aggiunto l’ex sindaco – tranne il gruppo Manifesta e qualche singolo parlamentare, il Parlamento ormai è un grande centro più la destra. Dobbiamo da un lato superare la finzione dei 5 Stelle del ‘né di destra né di sinistra’, perché non funziona, se poi diventi il più grande collante del sistema, dall’altro non è sommando i simboli della sinistra che è rimasta che si fa il totale. Sicuramente la sinistra è uno dei campi nei quali lavoriamo, ma dialoghiamo anche con il mondo ambientalista, dei diritti costituzionali, dell’antimafia sociale, del pacifismo». «La notizia dell’accordo raggiunto dai Verdi francesi con Melenchon è un fatto molto positivo per tutta Europa – commenta Maurizio Acerbo, segretario Prc – su un programma sociale e ecologico molto radicale e pacifista nasce una coalizione popolare alternativa al blocco neoliberista di Macron e all’estrema destra. Anche in ltalia bisogna costruire una coalizione popolare rossoverde alternativa ai macroniani del Pd e alla destra. Ci stiamo provando con Luigi De Magistris, le parlamentari di Manifesta,  Cosa aspettano Verdi e SI a rompere l’alleanza con un partito guerrafondaio, neoliberista e antiecologico come il Pd?». Ma i verdi italiani sono avvinghiati “per natura” al centrosinistra (che si sente piuttosto libero di trivellare e costruire grandi opere) mentre Sinistra italiana vagheggia il modello della coalizione progressista alla spagnola, Psoe + Podemos.

 

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