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HomecultureLa Resistenza aveva bisogno di piombo. Per i giornali

La Resistenza aveva bisogno di piombo. Per i giornali

Il ruolo dei giornali antifascisti al centro della mostra Stampa clandestina in corso a Milano, a cura dell’Istituto Parri

“Clandestino”. Questa parola adesso, come aggettivo sostantivato, purtroppo evoca migranti spauriti in cerca di sopravvivenza, divenuti lo spauracchio di chi crede che giungano a colonizzarci e a rubarci il lavoro entrando illegalmente nel nostro paese “me dicen el clandestino por no llevar papel”.

In realtà “clandestino”, dall’avverbio latino clam “di nascosto”, si dice per lo più di cose fatte senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità: un giornale, un foglio, un’edizione, una tipografia.

Nel Ventennio e durante la seconda guerra mondiale, la parola “clandestino” è stata adoperata con riferimento all’attività politica svolta dai partiti antifascisti.

Pensiamo dunque al significato originario ed andiamo a vedere una mostra.

Spostiamoci a Milano, dove il 1° marzo è stata inaugurata presso la Casa della Memoria la mostra Stampa clandestina della Resistenza.

A ottant’anni esatti dagli scioperi del marzo 1943, che agitarono il Nord Italia e anticiparono la lotta partigiana iniziata dopo l’8 settembre, l’Istituto nazionale Ferruccio Parri, rete degli Istituti storici della Resistenza e dell’Età contemporanea in Italia, ha deciso di riannodare il filo con il progetto del 2013 che ha portato alla realizzazione di una banca dati della stampa clandestina uscita in Italia fra il 1943 e il 1945, ora consultabile sul sito www.stampaclandestina.it

E perché occuparci ottant’anni dopo della stampa clandestina? Perché ha avuto un ruolo fondamentale nel promuovere le idee e le azioni delle formazioni partigiane e dei partiti antifascisti e riflette i percorsi vissuti e intrapresi dal Movimento di Liberazione Italiana, condividendone la molteplicità di indirizzi e di principi. Per comprenderne a pieno il valore, occorre innanzitutto considerare a quali rischi si esponeva chi curava la sua realizzazione, produzione e diffusione, che, dopo l’8 settembre, correva il rischio di essere torturato, deportato, ucciso. Ma allora perché correre questo rischio? Per diffondere le ragioni e i valori a cui si ispirava la lotta partigiana, per fornire informazioni su quanto accadeva nel corso del conflitto, per promuovere l’acculturazione e favorire la crescita politica dei partigiani e del popolo.

La mostra nasce proprio dal desiderio di ricordare l’importanza del fenomeno della stampa clandestina per la diffusione dei valori di libertà e democrazia e restituire – attraverso questo particolare repertorio di fonti – la molteplicità di soggetti che presero parte alla Resistenza: i partiti e i movimenti politici, le formazioni partigiane, i lavoratori e le lavoratrici, le organizzazioni di settore che allestendo stamperie clandestine, ciclostilando, battendo a macchina o addirittura scrivendo a mano, hanno prodotto dei giornali, talvolta numeri unici, spesso di formato diverso.

Al centro dell’esposizione c’è proprio una selezione di fogli periodici, opuscoli e volantini clandestini pubblicati in Lombardia e Piemonte tra il 1943 e il 1945, per ricordare le lotte nelle fabbriche e celebrare la liberazione dal nazifascismo attraverso una particolare forma di Resistenza all’oppressione: la rivendicazione della libertà di parola contro ogni censura e spesso a rischio della stessa vita.

Insieme alla mostra fisica, sono a disposizione dei visitatori anche i due repertori digitali che raccolgono le testate prodotte tra il 1943 e il 1945, spesso con una periodicità molto discontinua (non a caso Il Ribelle aveva come sottotitolo “Esce come e quando può”): Stampa e Resistenza  e Stampa clandestina.

La mostra sarà visitabile gratuitamente dal 2 al 21 dello stesso mese, con visite guidate prenotabili tenute da studenti e studentesse del Liceo Manzoni di Milano.

La Resistenza si può fare con le armi e con la penna, ma si può contribuire a ricordarla e a perpetuare i suoi valori sempre attuali anche andando semplicemente a una mostra.

 

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