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Roma, morto un altro senzatetto ma non chiamatela emergenza freddo

Carbonizzato in una baracca un uomo invisibile, senza dimora e senza documenti. E’ il 13mo in poche settimane. Eppure il freddo non è una novità

di Frannie Carola Zarca

Morto. Carbonizzato. Clochard. E’ la tredicesima persona ritrovata senza vita dall’inizio dell’inverno. Persone senza un riparo, senza casa, senza fissa dimora esposte al gelo e quindi al rischio di morire in strada. Il corpo di un altro uomo è stato ritrovato nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, a seguito di un incendio divampato in un accampamento informale in via di Casal Bertone, periferia est di Roma. I vigili del fuoco, mentre fermavano le fiamme, hanno ritrovato il corpo di un uomo di cui non conosciamo neanche il nome, essendo privo di documenti e portafogli dunque invisibile. Tre giorni dopo è ancora sconosciuto e la notizia è sparita dai notiziari del cosiddetto servizio pubblico o dei giornali degli editori che sono anche palazzinari. Le baracche nelle quali si riparava sono state bruciate interamente dal fuoco che era stato acceso, probabilmente, per far sì che le persone che si vivevano in quello spazio di fortuna potessero riscaldarsi. Dall’inizio dell’inverno sono stati ritrovati corpi senza vita di persone senza casa, sia nella capitale sia in altre grandi città come Milano. Capoluoghi che mostrano vetrine di abbaglianti opportunità, il più delle volte superflue, senza essere in grado di garantire a tutti i cittadini il diritto, fondamentale e inalienabile, alla casa. Solo il Comitato di Quartiere Casalbertone continua a ripetere che è «una tragedia che si sarebbe dovuta evitare. Da sempre evidenziamo lo stato di incuria, degrado e abbandono in cui versano le aree tra via di Casal Bertone e via Fieramosca, situazione certamente aggravata dalla mancanza delle opere pubbliche previste da oltre 10 anni come compensazione dei lavori Tav. In questo contesto si trovano ad essere relegate all’invisibilità persone che dovrebbero essere destinatarie di interventi sociali e assistenziali. Non ci stanchiamo di ripetere che la sicurezza della città si può garantire solo tramite la sua riqualificazione, la tutela degli spazi pubblici e dei diritti della persona».

Recentemente la comunità di Sant’egidio ha fatto un bilancio delle vittime del “freddo” dall’inizio dell’inverno, registrandone 12 fino al 3 febbraio, prima dell’arrivo del burian. Un numero che sembra destinato inesorabilmente ad aumentare quando si parla di emergenza, senza che le amministrazione predispongano soluzioni permanenti, se non quelle che possono solo limitarla con insufficienti e temporanei posti letto nei centri di accoglienza messi a disposizione dal III settore. Nessun intervento quindi che mira ad una vera risoluzione dell’“emergenza freddo” ma solo il rinvio, di anno in anno, ad una prassi per la mera gestione delle persone senza fissa dimora: un piano mai risolutivo, sempre meno finanziato, che espone le persone a danni irreparabili e troppo spesso a tragedie immani come questa. Il freddo, come il caldo, sono fattori che determinano il tempo, che si ripetono ciclicamente. Non chiamiamole emergenze. Però ciò che entra nel linguaggio ordinario, seppure assurdo e inumano, rischia di diventare un assunto. Il fattore emergenziale, semmai, è l’assenza di assegnazioni di case vivibili e dignitose per tutti: il vuoto è politico. L’abitare è un diritto, così come il lavoro, la sanità. Per nessuno di questi motivi è possibile pensare di morire, ma lo può diventare se la gestione di questi aspetti fondamentali che regolano e determinano le nostre vite è scellerata. Vediamo, attraversando la città, interi palazzoni vuoti con la scritta “affittasi”, “vendesi”, “affittasi uffici”, o palazzine invendute per almeno metà degli appartamenti a causa della bolla immobiliare. Una giunta che non argina i criteri dei piani regolatori e non frena i palazzinari che consumano centinaia di ettari di verde. O ancora stabili con centinaia di stanze vuote, rimasti da anni disabitati perché “sgomberati” a causa di un misterioso cambio di destinazione d’uso o per improbabili ristrutturazioni. Persone sgomberate senza aver predisposto contestualmente una nuova assegnazione. Dentro questo scenario chiediamoci a cosa dovrebbero mai servire interi palazzi vuoti se la gente muore di stenti, di fame, di freddo, ma soprattutto della malapolitica che determina tutto ciò.

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