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Reinventiamo il movimento

Reinventare il movimento in un momento in cui la violenza ha assunto un ruolo centrale. Rifiutare le parole d’ordine delle burocrazie, dialogare con il territorio per interrompere quei meccanismi di criminalizzazione che disinnescano i movimenti

di Patrizia Buffa

Quarto-stato-polizia

“La vita è fatta di correnti che scorrono a velocità diverse: alcune (…) mutano di giorno in giorno, altre di anno in anno, altre di secolo in secolo”. Lo storico francese Braudel distingueva i fenomeni di breve durata, quelli transeunti, da quelli di lunga durata, ovvero quelli che permangono nel tempo. Tale distinzione è particolarmente preziosa per analizzare l’attuale momento storico, connotato da un eccesso di “cronachismo”, di attenzione , evidentemente strategica, ai nudi fatti. Seguendo le analisi dei media che, di giorno in giorno, ci sommergono di dati e di relazioni circostanziate, riguardo agli eventi quotidiani, il rischio è quello di perdere di vista lo sfondo integratore entro il quale tali eventi assumono significato e si reificano. L’arida narrazione di fatti determina lo spostamento di baricentro ovvero un de-centramento che dirotta l’attenzione al singolo evento, producendo, spesso, reazioni che rischiano di diventare, esse stesse, oggetti-sistema, se prive di sintesi politica. La potenzialità di rischio è alta: le stesse insorgenze, spesso, sono prive di trama e di ordito e assumono, dal punto di vista metodologico, un carattere individualistico che il sistema di potere è perfettamente in grado di intercettare e, dunque, di neutralizzare, essendo peraltro banale, per i dispositivi di potere, traslare la natura delle stesse, da un piano politico ad un piano di ordine pubblico.

Il capitalismo non è un fenomeno “evenemenziale”, le sue configurazioni sono interrelate e sottese da una logica monopolistica, privatistica e accumulatoria nella quale vige una sola legge: quella del profitto, un oggetto a” grana grossa” che sottende un paradigma costruito sul principio della direzione da parte di pochi. E’ la logica dell’economia-mondo (Braudel), la Weltwirtschaft, ovvero l’economia di una parte del nostro pianeta, che rappresenta il centro e la cui ragion d’essere sta nel fatto che le altre aree siano marginali e che in tale marginalità “la vita richiami sovente il purgatorio, se non addirittura l’inferno”. Se dunque l’andamento del sistema capitalista è di tipo sinusoidale e, per necessità di autoconservazione e autoriproduzione, ha assunto nel tempo forme sempre nuove, la trama e l’ordito rimangono uguali: il monopolismo si alimenta di marginalità ovvero di quella società di scarto sempre più controllata nelle attuali società militarizzate e soggiogata dalla paura e dalla intimidazione.

E’ giunta l’ora di individuare nuove strategie.

Appare ormai chiaro che i conflitti, oggi, non si giocano alle urne, né funziona quella fusione a freddo, oggi rappresentata della lista Tsipras, che appare comunque una clonazione di precedenti aggregazioni che pretendevano di generare energia a basse temperature. Non funziona! E al tempo stesso non funziona il carattere atomizzato delle insorgenze. E se il capitalismo assume forme sempre nuove per continuare ad esistere come “fenomeno di lunga durata”, appare chiaro che le forme di lotta, oggi, quelle forme di lotta nate in periodi di “normalità” non possono essere più le stesse.

Reinventare il movimento in un momento in cui la violenza ha assunto un ruolo centrale: questa deve essere la parola d’ordine, rinunciando all’egemonia come obiettivo. L’esperienza dello zapatismo, come sottolinea Raul Zibechi, nasce dall’esperienza “comunitaria”, e , se egemonia si produce, ciò avviene solo attraverso l’empatia. L’egemonia è l’esito, non l’obiettivo. Rifiutare le parole d’ordine delle burocrazie, sindacali o partitiche, generare “ il prevalere di flussi sulle strutture” (Zibechi), dialogare con il territorio per interrompere quei meccanismi di criminalizzazione che disinnescano i movimenti: potrebbe essere questa la nuova sfida.

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