L’agente che ha ucciso Brown era già stato licenziato. Per razzismo

L’agente che ha ucciso Brown era già stato licenziato. Per razzismo

Tre anni fa  fu cacciato dalla polizia di Jennings. Obama critica la militarizzazione della polizia locale. Le minoranze cercano una strategia comune contro la malapolizia e la povertà

di Checchino Antonini

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La piccola città di Jennings, Missouri, aveva un dipartimento di polizia con così tanta tensione tra gli agenti bianchi e i residenti neri che il consiglio comunale ha infine deciso di scioglierlo. Tutti licenziati. E, tra loro, Darren Wilson che si vedrà restituire la divisa nella vicina Ferguson dove, tre anni dopo il licenziamento per razzismo, potrà ammazzare un ragazzo afroamericano, Michael Brown, un ragazzo disarmato che aveva commesso il delitto di camminare in mezzo alla strada. Lo ha ucciso mentre aveva le mani alzate.

Era il 9 agosto scorso. Da allora Wilson è sparito dalla vista del pubblico mentre il suo quartiere è infiammato dalla rivolta dei cittadini afroamericani. Non ha mai spiegato il suo gesto fascistoide e omicida. il suo legale non si fa trovare. Riporta il Washington post di ieri che nemmeno i suoi amici o la sua ex moglie, suo padre o uno dei suoi patrigni (la madre è morta da tempo) rilasciano dichiarazioni sul gesto del poliziotto ventottenne. Ma ognuno lascia un ricordo, e Darren Dean Wilson non fa eccezione: chi lo conosce lo descrive come qualcuno che è cresciuto in una casa segnata da molteplici divorzi e impicci con la legge. Sua madre morì quando era al liceo. Un amico ha detto che la carriera nelle forze dell’ordine gli ha offerto una struttura in quella che era stata fino ad allora una vita caotica. Si può dire che l’ideologia law and order sforni mostri come Wilson. Qualcuno in Missouri è sceso in piazza per pregare per lui e sta raccogliendo fondi per l’agente. Lo sta facendo il Ku Klux Klan e la stampa reazionaria attribuisce la paternità del riot ai comunisti e alle nuove black panthers che si sarebbero infiltrate tra i pacifici abitanti di Ferguson. E’ questa la tesi di mestatori del calibro di Alex Jones, “il patriota della vertà”, famoso presentatore in radio e tv, noto come “paleoconservatore”, teorico di ogni cospirazione a cui solo il putiniano Russia today atribuisce la patente di “giornalista investigativo”.

«The police union is mum», si legge testualmente ancora sul Wp, il sindacato di polizia è come una mamma per sbirri del genere. In Italia non stentiamo a immaginarlo: ce ne sarebbe uno che organizzerebbe manifestazioni sotto la casa dei genitori del ragazzo ucciso e un altro ancora che lo applaudirebbe a lungo durante i lavori del congresso nazionale. La cultura, l’immaginario di Wilson non sembra essere differente da quella che ha ispirato (e ispira) agenti che hanno operato tra la Diaz e Bolzaneto o che scorazzavano sulle volanti a Ferrara (anche Federico Aldrovandi fu scambiato per straniero da chi lo fermò).

Wilson è sotto la protezione del Dipartimento di Polizia di Ferguson, che ha scelto fin dall’inizio di questo caso di optare per oscurità piuttosto che la trasparenza. Il dipartimento non ha rivelato l’identità di Wilson per quasi una settimana dopo la sparatoria fatale di Brown. A quel tempo, i suoi account sui social media erano stati sospesi. Si aspettano adesso le valutazioni del Gran Giurì, che non impiegherà però meno di due mesi prima di decidere se incriminare o meno Wilson.

Quello che dall’Italia sembra meno consueto è che l’amministrazione Obama sembra aver preso sul serio quello che avviene nelle strade delle periferie e lo stesso presidente sia rimasto colpito dall’impressionante somiglianza tra le immagini degli agenti per le vie di Ferguson e quelle dei marines per le vie di Kabul o di Baghdad. La Casa Bianca, dopo il richiamo di Obama, sta conducendo una revisione dei programmi di equipaggiamento e formazione delle polizie locali. Lo hanno confermato due funzionari all’Associated press.

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Gli effetti della povertà concentrata
Il New York Times e altri giornali hanno descritto le tensioni profonde e le disuguaglianze razziali nella regione di St. Louis, così come la drammatica trasformazione demografica di Ferguson da un enclave suburbana in gran parte bianca (nel 11980 era per l’85% bianco) in una comunità prevalentemente nera (67% tra il 2008 e il 2012).
Ma Ferguson è stato anche sede di drammatici cambiamenti economici degli ultimi anni. Tasso di disoccupazione da meno del 5% nel 2000 a oltre il 13% dieci anni dopo e con salari compressi di almeno un terzo. Le famiglie che utilizzano l’assistenza dei programmi federali sono salite in un decennio da 300 a 800. La popolazione povera di Ferguson è raddoppiata. Uno su quattro residenti vive sotto la soglia di povertà federale ($ 23.492 per una famiglia di quattro persone nel 2012), e il 44% è sceso sotto il doppio di tale livello. Un destino condiviso con le cento aree metropolitante più grandi degli Usa, come ha studiato Elizabeth Kneebone, ricercatrice presso il Metropolitan Policy Program alla Brookings e co-autrice di Confronting Suburban Poverty in America (Brookings Press, 2013). «Gli effetti negativi della povertà concentrata cominciano ad emergere», spiega Kneebone visto che quasi ogni area metropolitana principale ha visto la povertà suburbana non solo crescere nel corso degli anni 2000, ma anche addensarsi in quartieri ad alta povertà.

«Come Ferguson, molte di queste comunità suburbane mutevoli ospitano strutture di potere out-of-step (non al passo, inopportune), in cui la classe dirigente, compresa la polizia, non riflette i cambiamenti demografici rapidi che hanno rimodellato questi luoghi».
Aree suburbane con povertà crescente sono spesso caratterizzate da tanti piccoli comuni, frammentati. Ferguson è solo una delle 91 giurisdizioni della contea di St. Louis. Questo spesso si traduce in risorse inadeguate e nell’incapacità di rispondere ai bisogni crescenti. Essere poveri vuol dire non poter accedere a un’istruzione adeguata o a un’adeguata assistenza sanitaria. E significa anche tassi di criminalità più elevati. Brittney Cooper, afroamericana e professoressa di studi di genere, scrive che «La violenza è l’effetto, non la causa della povertà concentrata che blocca molti poveri insieme senza un modo produttivo di incanalare la loro rabbia per avere una esistenza che somigli al sogno americano».

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Le minoranze in cerca di una strategia comune

Gas lacrimogeni nelle strade di periferia, manifestanti ribelli e una zona di guerra creata ad arte. Il riot di Ferguson e il duplice omicidio da parte della polizia di St.Louis, Missouri, sono stati scioccanti per l’opinione pubblica progressista e di sinistra degli States anche se la scintilla che ha incendiato quella prateria è un fatto fin troppo comune: l’uccisione da parte della polizia bianca di un disarmato teen-ager nero.

Gli afro-americani sono gli obiettivi primari nell’approccio violento delle forze dell’ordine come rivelano le uccisioni di Oscar Grant, Sean Bell, Jonathan Ferrell e Eric Garner. Ma durante questa settimana i latinos, le comunità asiatico-americane, le organizzazioni arabo-americane hanno rilasciato tutte dichiarazioni di solidarietà ispirate dalla comune esperienza di pratiche discriminatorie nonché dall’urgenza di individuare insieme soluzioni.

Infatti, Latinos, arabi e asiatici chiedono la fine delle pratiche discriminatorie. Mentre gli afro-americani a Ferguson devono continuare a reclamare azioni per affrontare l’omicidio di Michael Brown. Secondo il settimanale di sinistra, The Nation, altre comunità di colore «possono e devono unirsi alla lotta di Ferguson collegando l’impatto delle politiche a sfondo razziale della polizia con le ingiustizie strutturali razziali».

Anche le altre minoranze non sono state risparmiate dalla violenza della polizia e a pratiche discriminatorie in base al colore della pelle, alla lingua, alla fede, allo status di migrante. Ad esempio, Fong Lee, diciannovenne figlio di rifugiati laotiani, è stato colpito e ucciso da un agente di polizia mentre stavo guidando la sua moto da scuola a casa, a Minneapolis nel 2006. Da anni, i latinos e afro-americani, insieme, sono i bersagli della tattica “stop-and-frisk” (ferma e perquisisci) del Dipartimento di Polizia di New York. E musulmani, asiatici e arabi hanno sperimentato una sorveglianza particolare in moschee e associazioni studentesche, il tutto in nome della sicurezza nazionale.

Nel loro corso della guerra all’immigrazione clandestina, le forze dell’ordine federali e statali sono state accusate di avere un profilo discriminante nei confronti delle comunità straniere. Programmi federali come “comunità sicure” e “Show Me Your Paper” (fammi vedere i documenti) e leggi promulgate in Arizona, Alabama, Georgia, Indiana, South Carolina e Utah hanno portato ad arresti e detenzioni di persone in base al loro accento o al colore della pelle.

«Quando le forze dell’ordine calpestano i diritti di qualsiasi gruppo, tutti dobbiamo resistere: le tattiche oppressive, la militarizzazione in scena a Ferguson, hanno minato i diritti fondamentali delle persone a riunirsi e manifestare pacificamente, e non è la prima volta», scrive Deepa Iyer, dirigente del South Asian Americans Leading Together (SAALT). Agli asiatici-americani, il coprifuoco che ha causato tanta inutile violenza durante il fine settimana a Ferguson, ricordava il “coprifuoco per il nemico straniero” che limitava i movimenti dei giapponesi-americani, così come di tedeschi, italiani e giapponesi che si trovavano per qualsiasi ragione durante la seconda guerra mondiale. L’hardware militare in scena per le strade di Ferguson è lo stesso che si registra nelle città di confine in California, Texas e Arizona, dove da decenni si pratica violenza di polizia nei confronti dei latinos.

L’utilizzo di telecamere per documentare le fasi dell’arresto, la fine delle pratiche discriminanti razziali e religiose, la formazione adeguata dei poliziotti a livello culturale e linguistico, polizia di prossimità capace di fiducia e rispetto: le comunità dei migranti, a ridosso del riot di Ferguson, cominciano a ragionare di queste proposte per combattere la “police brutality”. Coalizioni come Communities United for Police Reform di New York forniscono esempio di come organizzazioni di tutte le minoranze possono portare a vittorie legislative su i diritti civili e la responsabilità della polizia.

«Ma la brutalità della polizia è solo il sintomo più vistoso del razzismo strutturale che separa le nostre scuole e le città – prosegue Deepa Iyer – che gonfia i tassi di povertà e disoccupazione per le persone di colore, che ha conseguenze psicologiche per le famiglie e i giovani, e fa diminuire la nostra aspettativa di vita. Afro-americani portano sproporzionatamente il peso de questo razzismo strutturale che però colpisce molti altri immigrati e ognuna delle minoranze. Per trasformare le nostre comunità, tutte le persone di colore devono trovare la causa comune in ogni altri movimento. Possiamo far cessare l’ingiustizia razziale solo attraverso alleanze strategiche multirazziali a livello locale e nazionale consapevoli che le nostre storie sono connesse, affrontando con decisione il razzismo al contrario, quello antibianchi e ogni altro stereotipo».

Conclude l’esponente del Saalt: «Possiamo e dobbiamo iniziare da Ferguson».

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