Athletic Bilbao, quando il calcio è resistente e civile

Athletic Bilbao, quando il calcio è resistente e civile

Chi sono gli avversari del Napoli nei preliminari di Champions. Una squadra che schiera solo calciatori baschi e che conta centinaia di tifosi anche in Italia

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di Enrico Baldin

Sta per disputarsi la gara di ritorno dei preliminari di Champions League tra Athletic Bilbao e Napoli. Il compito degli azzurri sarà difficile: l’1 a 1 del San Paolo non pare favorirli, ed il San Mames è campo ostico. Basti pensare che nessuna italiana l’ha mai espugnato.

L’Athletic ha nel suo pubblico un punto di forza: lo si nota osservando gli spalti del San Mames gremito fino all’ultimo posto anche per le partite non di cartello, o passeggiando tra le strade di Bilbao tappezzate di bianco-rosso anche nei periodi di “bassa stagione calcistica”. L’Athletic ha un legame solido con la sua città e un legame altrettanto stretto con la sua terra, i Paesi Baschi (Euskal Herria nella lingua locale). Non fa perciò meravigliare la storia di non pochi calciatori bianco-rossi di ieri e di oggi, nati e cresciuti con la maglia dell’Athletic cucita addosso. Come Gainza, bomber degli anni ’40 e ’50 o come l’idolo degli anni ’90 Julen Guerrero che rifiutò ingaggi stratosferici per giocare per la squadra che amava.

Quel legame con Euskal Herria si evidenzia in particolare in una scelta a cui l’Athletic è sempre rimasto fedele: schierare solo ed esclusivamente giocatori nati o cresciuti calcisticamente in terra basca. Una scelta che è un limite secondo i detrattori dell’Athletic. I biancorossi infatti, per non andar contro al loro principio, possono contare su un serbatoio di calciatori limitato e su un calciomercato ridottissimo. «Quando si va a trattare un calciatore basco i club alzano il prezzo perché sanno che non ci sono molti altri baschi di livello», spiega a Popoff Emiliano Gabrielli reduce della partita d’andata a Napoli e presidente della “Pena Leones Italianos”, il club dei tifosi italiani dell’Athletic che conta quasi duecento affiliati in Italia. Ma per Gabrielli, come per tutti i tifosi dell’Athletic questa scelta è un motivo d’orgoglio. La società invece ha fatto virtù di questa scelta, potenziando negli anni uno dei vivai calcistici più fiorenti al mondo. «Degli undici scesi in campo a Napoli dieci sono cresciuti nelle giovanili bilbaine».

L’Athletic Club – basco fino al midollo – porta però un nome inglese in quanto furono dei marinai inglesi che lavoravano al porto di Bilbao a portare il calcio in città. Dalla loro amicizia con degli studenti di Bilbao nacque nel 1898 l’Athletic, che in 116 anni di storia vincerà 8 volte la Liga e 23 volta la Coppa del Re, conservando tutt’oggi con Real Madrid e Barcellona il primato di unica squadra a non esser mai retrocessa.

Quel nome inglese – Athletic Club – venne messo al bando negli anni del franchismo. In quei decenni infatti il regime “spagnolizzò” tutto e soppresse ogni rivendicazione territoriale, facendo pagare ai baschi la “colpa” di essere stati gli ultimi ad arrendersi alle forze franchiste. Così mentre l’euskera – la lingua basca – venne proibita e chi la parlava malmenato, l’Athletic divenne Atletico Bilbao per decisione del “generalissimo”.

I campionati di calcio durante la guerra civile vennero sospesi, ma molti giocatori dell’Athletic non mancarono di impegnarsi a fianco della Repubblica. Fu in questo periodo che venne costituita la Nazionale di calcio basca che in piena guerra civile partì per una tourné calcistica internazionale per raccogliere soldi a favore dei baschi riparati all’estero e delle città distrutte dall’esercito franchista. Proprio dopo la prima amichevole disputata a Parigi i calciatori appresero del bombardamento – ritratto dal celebre dipinto di Picasso – che rase al suolo Guernica, la cittadina in cui da secoli aveva sede il Parlamento basco.

La tournée a cui presero parte molti giocatori dell’Athletic toccò città europee e sudamericane. Diversi calciatori non tornarono in Euskal Herria fermandosi in Messico e Argentina. Ritornarono in patria solo quarant’anni dopo con la caduta di un regime che di certo non li avrebbe bene accolti.

Con la caduta di Franco l’Athletic potè tornare alla sua denominazione originale. E nel 1976 fu protagonista di un fatto storico. Il portiere Angel Iribar, capitano bianco-rosso, scese in campo nel derby contro la Real Sociedad esponendo assieme al capitano avversario Kortabarria la ikurrina, ovvero la bandiera dei Paesi Baschi. Quella bandiera era ancora proibita e solo pochi mesi prima il ministro dell’interno spagnolo aveva dichiarato che per esporla i baschi avrebbero dovuto passare sul suo cadavere. I due capitani, in barba al ministro e alla Guardia Civil, con questo gesto di disobbedienza espressero il desiderio liberatorio di un popolo. E posero le premesse per la legalizzazione della bandiera che sarebbe avvenuta più tardi. «Fu uno scossone per accelerare i tempi», riconosce Iribar.

Oggi quella bandiera viene sventolata allo stadio San Mames. E non come pezzo d’antiquariato nella storia di una società calcistica. Ad esempio il bomber dell’Athletic – il 33enne Aritz Aduriz – è testimonial di una campagna per la diffusione della lingua basca che è riuscita a resistere a quarant’anni di dittatura. Aduriz in una intervista dichiarò di aver imparato lo spagnolo solo a scuola, perché in famiglia ha sempre parlato euskera. Calciatori dell’Athletic di oggi e di ieri, frequentemente manifestano e sottoscrivono petizioni per la difesa dell’euskera e per i diritti dei prigionieri baschi. Lo fanno a titolo personale, ma spiegano anche il contesto in cui sono inseriti. Alla faccia della frequente generalizzazione sul calcio che non trasmette più valori.

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