lunedì 24 settembre 2018

Il medico norvegese di Gaza: «Bisogna porre fine all’impunità d’Israele»

Il medico norvegese di Gaza: «Bisogna porre fine all’impunità d’Israele»

Il medico norvegese Mads Gilbert per oltre un mese ha lavorato sotto le bombe in un ospedale di Gaza, salvando centinaia di persone. Soprannominato “l’angelo di Gaza”, è divenuto famoso per aver inviato una lettera a Obama. In quest’intervista racconta la sua quotidianità e il suo lavoro sotto le bombe.

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Si chiama Mads Gilbert. È medico. Lavora dal 2008 al pronto soccorso dell’ospedale al Shifa a Gaza. Gli devono la vita centinaia di palestinesi. Ha scritto una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti: «Signor Obama la invito. Passi una sola notte con noi a Shifa. Sono convinto, al cento per cento, che la storia cambierebbe».

 

Di lui Popoff ha già parlato in un articolo (“L’angelo di Gaza viene dalla Norvegia”). Ecco il video e il testo completo di un’intervista che Gilbert ha concesso a “Middle East Monitor”.

 


Come descriverebbe un tipico giorno di lavoro qui nella striscia di Gaza?

Posso parlare del tipico lavoro dello staff medico a Shifa…

 

Sì, sì.

Sono stato a Shifa tutto il tempo. È un lavoro durissimo e vorrei sottolineare che il personale medico palestinese, i medici, gli infermieri, i paramedici, tutti i volontari, potrebbe fare questo lavoro, io sono solo una piccolissima parte di ciò, e loro compiono uno sforzo fenomenale, fenomenale, per supportare, per salvare vite, per operare, per accudire i feriti dopo le operazioni. E un giorno non è un giorno, un giorno è qualcosa come ventiquattro ore di lavoro senza fine, perché i feriti e gli uccisi arrivano giorno e notte, seguendo il ritmo di questo stesso bombardamento. Il personale di turno sta lavorando durissimamente, hanno triplicato, raddoppiato i turni per avere persone sufficienti ed ho il più profondo rispetto per il personale medico palestinese, davvero, non ho parole per descrivere il loro coraggio, la loro dignità ed il loro livello professionale. Anche senza molte delle apparecchiature di cui abbiamo bisogno, ce ne mancano davvero molto sapete, anche senza ciò loro improvvisano, non mollano, non si fermano per lamentarsi: portano semplicemente a termine il lavoro.

 

In termini di carenza di apparecchiature e di farmaci, come gestite i pazienti?

Come ho detto i palestinesi sono maestri dell’improvvisazione. Devono trovare soluzioni quando non hanno un nastro per, ha presente, chiudere le vene (un laccio emostatico) usano un guanto, se manca loro qualcosa trovano un’altra soluzione, insomma fanno del loro meglio. Ovviamente ci sono molte apparecchiature, molti strumenti che ci piacerebbe avere, ma se interrompessimo il lavoro, o se loro lo interrompessero, solo a causa della mancanza di strumenti, allora non potremmo portare a termine il nostro compito.

Ma, ciò detto, penso che sia importante fare un appello internazionale per dire che abbiamo bisogno di aprire corridoi per tutti gli ospedali di Gaza così che i rifornimenti possano arrivare senza interruzioni. Gli israeliani dicono e sostengono di far entrare i rifornimenti che i palestinesi vogliono. Bene, ci vogliono almeno quarantotto ore, forse settantadue; perché non dovrebbe esserci accesso aperto e diretto all’ospedale? Perché Israele dovrebbe controllare il rifornimento di materiale medico?

 

Oggi l’unica centrale elettrica della striscia di Gaza è stata bombardata. E per ora non c’è elettricità. Come, fate fronte a questo problema?

I dirigenti sanitari palestinesi la affronteranno bene; sono addestrati a stare senza elettricità. Penso, come operatore sanitario, che la carenza di acqua e di elettricità a Gaza, è davvero un crimine enorme da parte israeliana privare la popolazione civile di Gaza di elettricità e acqua. E quando bombardano la centrale elettrica di Gaza sanno che stanno rendendo il lavoro in ospedale estremamente difficile. E ciò potrebbe addirittura uccidere delle persone.

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Ci sono degli ospedali improvvisati sul campo o i pazienti stanno venendo trattati nei vari ospedali?

La cosa più importante, adesso, per salvare vite non è un maggior numero di ospedali, non è un maggior numero di ospedali da campo, è far cessare il bombardamento. Fermare questo bombardamento di Gaza, quello curerà il problema di questo flusso ininterrotto di morti e feriti. La seconda richiesta, ovviamente, è di rompere l’assedio di Gaza, così che l’elettricità possa arrivare, il carburante possa arrivare, così che gli ospedali possano lavorare normalmente. Ora non è una richiesta di più cannule e di avere soluzioni mediche, è una richiesta disperata di avere le precondizioni di base di elettricità, acqua, rifornimenti e sicurezza per gli ospedali. Hanno raso al suolo un ospedale locale oggi, bombardato un ospedale l’altro giorno. Nessun posto è sicuro.

 

Come si sentono quando vengono a cercare i parenti?

Come qualsiasi persona normale al mondo, che sia in Israele, negli Stati Uniti o nella mia patria, la Norvegia. Sono devastati, sconvolti, sono pieni di dolore e shock e disperazione, piangono, sono in lacrime, sono tristissimi perché i loro cari stanno venendo uccisi senza alcuna ragione; sono uccisi perché sono palestinesi. Sono uccisi senza alcun ordine della Corte o alcuna condanna, in realtà lo Stato di Israele, il signor Netanyahu sta compilando sentenze di punizione capitale per centinaia e centinaia di palestinesi, uccidendoli deliberatamente con queste orribili sentenze. Questo è un massacro, questo è un crimine contro l’umanità, questi sono, ovviamente, enormi crimini di guerra. E ovviamente per coloro che perdono qualcuno il sentimento è lo stesso per chiunque perda un nonno, un bambino, una madre o l’intera famiglia: disperazione, dolore e pena.

 

Che tipo di conseguenze psicologiche stanno subendo le persone, qui?

Ovviamente sono terrorizzate dal bombardamento. Voglio dire, se casa mia fosse in procinto di venir bombardata sarei spaventato. Ma i palestinesi prima di tutto restano uniti, stanno a testa alta, hanno il “sumud”, hanno la psiche forte delle persone oppresse per così tanti anni e sono davvero tenacissimi. La loro determinazione mi colpisce ogni volta. Sono estremamente colpito dalla loro determinazione. Ovviamente, ci sono effetti a lungo termine, ma il fattore più importante per riparare a quell’effetto psicologico è certamente la possibilità che le famiglie possano restare unite, prendersi cura dei loro bambini, e che il bombardamento possa essere fermato e che la giustizia verrà ripristinata, che qualcuno sia ritenuto responsabile di questo omicidio di massa, che venga posta fine all’impunità di Israele, e che i crimini e i criminali di guerra israeliani siano condotti al Tribunale internazionale dell’Aja e ricevano gli adeguati processi, che tutti i palestinesti uccisi e feriti non ricevono, e che ci possa essere della giustizia, in tempo, per i il popolo palestinese. È l’unico modo per curare la malattia.

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Lei è stato qui a lungo; posso chiederle dove ha vissuto, dove alloggia.

Dormo dove c’è un materasso o un letto. Va bene così. È un mio problema. È un piccolo problema al confronto di quelli delle famiglie che dormono in un container, su una lastra di cartone o da qualsiasi altra parte, ok?

 

Pensa che ci sia un posto sicuro qui nella Striscia di Gaza?

A questo ho già risposto: ho detto che nessun posto è sicuro a Gaza. Nessun posto è sicuro per nessuno. E Israele non mostra alcun rispetto per il diritto internazionale. E qui, all’ospedale, non c’è alcuna personalità internazionale, non ci sono caschi blu delle Nazioni Unite, non ci sono bandiere delle Nazioni Unite, non ci sono osservatori internazionali a vedere che il diritto internazionale sia rispettato da Israele. Israele non rispetta assolutamente alcuna legge internazionale, uccidono i civili, bombardano gli ospedali e bombardano gli acquedotti, qualunque cosa, e adesso la centrale elettrica. Questo è assolutamente inaccettabile.

 

Secondo gli israeliani, gli ospedali bersagliati contengono missili e razzi.

Non ho mai visto alcun ospedale palestinese contenere missili e razzi. Deve fare quella domanda all’Oms e all’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione), alle organizzazioni che in massima parte si prendono cura degli ospedali. Loro possono rispondere a questa domanda.

 

(traduzione di Matteo Miceli)

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