lunedì 24 settembre 2018

Omicidio Uva, finalmente un processo

Omicidio Uva, finalmente un processo

Aperto il processo contro sei agenti e due carabinieri per l’omicidio di Uva. In aula Acad ma anche il Sap, quello degli applausi agli assassini di Aldrovandi

di Checchino Antonini

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Varese, a sei anni dai fatti il giuramento dei giudici popolari e la costituzione di parte civile di Nicola Uva hanno finalmente aperto da pochi minuti il processo per l’omicidio di Giuseppe Uva. Sei poliziotti e due carabinieri (un terzo ha chiesto il rito abbreviato) dovranno rispondere di diversi reati tra i quali il più grave è l’omicidio preterintenzionale. La morte è avvenuta il 14 giugno del 2008 all’ospedale di Varese dopo un primo “trattamento” in caserma – secondo la testimonianza di un amico di Giuseppe, Alberto Biggioggero, e un ricovero in ospedale in regime di Tso. I due erano stati fermati per un banalissimo caso di ubriachezza molesta, reato per il quale non esiste l’arresto e, per Uva è iniziato un calvario fatto, secondo l’accusa, di sevizie fino al ricovero. Il pm delle prime indagini, Agostino Abate, ha ostinatamente percorso l’ipotesi della malasanità, della colpa medica, smentito dalle evidenze e da diversi processi. Con pari, se non maggiore ostinazione, la sorella di Giuseppe, Lucia, ha continuato a chiedere verità e giustizia trovandosi a fianco persone nella sua stessa condizione oppure attivisti che da anni si battono contro la “malapolizia”. E Lucia ha resistito anche agli attacchi della procura, visibilmente irritata dalla possibilità di dover indagare su polizia e carabinieri di quella notte.

Anche adesso, in aula ci sono Domenica Ferrulli, la figlia di Michele, il tifoso bresciano Paolo Scaroni che subì un pestaggio micidiale, a freddo, da parte della celere alla stazione di Verona. C’è, naturalmente, Alberto Biggioggero che avrebbe atteso cinque anni per essere sentito come teste dal pm Abate. E ci sono gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, che assieme ad altri comitati come A buon diritto (che però è stato escluso dalle parti civili perché non radicato sul territorio e con uno statuto reputato troppo generico) di Luigi Manconi, è impegnata nella denuncia e nella prevenzione degli abusi delle forze dell’ordine anche con il numero verde 800.588.605.

Molti gli agenti di polizia a partire dalla controversa figura di Gianni Tonelli, leader del potente Sap, sindacato autonomo di polizia, vicino al centrodestra, e balzato agli onori delle cronache per aver promosso una standing ovation, nel congresso della scorsa primavera, ai quattro agenti colpevoli dell’omicidio di Federico Aldrovandi.

A sostenere la pubblica accusa, è il procuratore capo Daniela Borgonovo, la quarta pm in sei anni. A presiedere il tribunale, presidente della Corte d’assise, il numero uno del tribunale di Varese, il giudice Vito Piglionica.
La prima schermaglia tra le parti sulla costituzione di parte civile dei nipoti di Uva che svela la strategia della difesa: mettere sotto accusa lo stile di vita di Giuseppe Uva come avviene in tutti i processi per stupro e per malapolizia. S’è detto che non avrebbero avuto danni patrimoniali visto che sono fuori dall’asse patrimoniale e s’è insistito sul fatto che Uva avrebbe cambiato spesso domicilio. Ma, dopo mezz’ora di camera di consiglio, i nipoti sono stati ammessi tra le parti civili.

Il pm, ammettendo le telecamere in aula con la raccomandazione di non riprendere i volti, s’è rammaricato per il “processo mediatico” che gli indagati subirebbero da sei anni sebbene siano indagati solo dal 2013. Ecco, il punto sembra proprio questo: se non ci fosse stata l’attenzione costante di alcuni giornali e di quel tipo di attivisti forse non sarebbero stati mai indagati, non sarebbe mai stato scalfito il muro che separa la società civile dalle stanze di una caserma o di una questura.

 

[segue]

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