La sorpresa di Tsipras

La sorpresa di Tsipras

Se l’Europa non sarà diversa di tecnobanchieri o euroscettici lo dovrà a Tsipras che osa alzare un dito contro di loro

di Maurizio Zuccari

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Nel momento in cui Alexis Tsipras giura nelle mani del capo dello stato greco senza pope e senza cravatta, mezza Europa giubila e l’altra mezza teme d’essere giubilata. Giubila chi vede nel nuovo primo ministro greco una speranza per un’Europa diversa da quella decisa a tavolino dai figli di troika. I sicari di Fmi, Bce e Ue, per usare le colorite espressioni di Bruno Amoroso in un pamphlet dove campeggia un sorridente Mario Draghi a capo del trio che il neopremier vuole cancellare dall’agenda di lavoro del governo e dall’orizzonte politico dei suoi governati. E proprio la troika, coi rappresentanti dei governi schiacciati sulle sue posizioni, tra cui primeggiano il britannico Cameron e la neodama di ferro Merkel, sono tra quanti temono d’essere giubilati dalla prova provata che un’altra Europa è possibile.

È su questo tavolo che il neopremier ha giocato tutte le sue carte, vincendo ma non stravincendo. Le elezioni che hanno collocato Syriza in testa all’agorà ellenico e ridato fiato e speranze alla sinistra europea hanno mancato l’obiettivo – peraltro improbabile – della maggioranza assoluta per due seggi. E obbligano il vincitore alla prima di quelle scelte a sorpresa che sono destinate a rivedere molti punti della vulgata, deformata dal prisma della battaglia ideologica qual è quella in corso. Alexis ha vinto ma non stravinto, dunque, come prevedibile.

Questo obbliga il neopremier a un governo di coalizione e qui, prima sorpresa, non è a una forza omologa che si è rivolto: non alla fiumana di centrosinistra di To-Potami, ai comunisti del Kke o ai socialisti del Pasok, al governo coi centristi di Nuova democrazia di Samaras da cui ha raccolto il testimone e quasi scomparsi dopo questa tornata elettorale. No, sono i destrorsi di Anel guidati da Panos Kammenos a fare muro con Tsipras perché la Grecia non sia più solo un’espressione geografica e una rimembranza storica. Pare che loro saranno, grazie alle buone entrature del corpulento leader, i dicasteri degli Interni e della Difesa. Due ruoli chiave per smorzare gli animi caldi nel paese che ha virato a sinistra ma era e resta la patria dei colonnelli.

Quanto Anel peserà nel nuovo esecutivo è tutto da vedere. Certo è che siamo già di fronte a un’inedita alleanza rossonera per salvare il salvabile dello stato sociale. Paradossalmente, la freddezza e perfino l’astio col quale la sinistra nordica (dunque, compiutamente socialdemocratica) ha accolto quello che invece la sinistra mediterranea (dunque, incompiutamente riformista) ha entusiasticamente posto a icona di un nuovo modo di intendere sé stessa la dice lunga su quanto sia diverso la loro visione. Lo sguardo all’esperienza di quella che è nei proclami una sinistra radicale ma nei fatti non appare distante dalle pratiche di una sana e tutt’al più onesta socialdemocrazia. Ritorno allo stato sociale senza essere strozzati dal debito e tantomeno uscire dall’euro, questa la pragmatica ricetta di Alexis: quanto di più lontano da un piano rivoluzionario volto a destabilizzare la vecchia Europa piantando ai suoi lembi bandiere rosse a iosa.

Nella Grecia di Tsipras non razzolano destrieri bolscevichi e nessuno affila baionette davanti al Palazzo d’Inverno, checché ne dicano taluni spauriti commentatori. Neppure le Borse l’hanno accolto in picchiata ma altalenano, a riprova che pure tra le alte sfere della finanza stanno a guardare quel che farà un leader di sinistra che, per la prima volta da molto tempo, pare saper parlare al cuore della gente senza balbettare un profluvio di parole vuote, coperte dai cori di sagrestia e scopiazzate dagli ex nemici. Forse un giorno se l’Europa sarà diversa da quella che tecnobanchieri ed euroscettici impongono e osteggiano lo dovrà a questo giovanottone greco di buona famiglia, a questo ingegnere mancato e borghese radicale che osa alzare un dito contro di loro, e perciò stesso appare un rivoluzionario a chi neppure immagina una qualche forma di dissenso o chiede tabula rasa. Ma la strada è appena all’inizio e tutto è da fare, per chi non tiene l’assicella del compromesso fissa al ribasso.

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