domenica 9 dicembre 2018

Chi uccise Aldrovandi dovrà pagare (un po’) i danni

Chi uccise Aldrovandi dovrà pagare (un po’) i danni

La Corte dei conti condanna i quattro agenti che uccisero Aldrovandi a risarcire lo Stato per i danni d’immagine. Anselmo: «Non è un problema di mele marce, è qualcosa di più ampio»

di Checchino Antonini

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Dovranno risarcire la collettività i quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi ma la Corte dei conti ha concesso loro uno sconto. I quattro dovranno risarcire il 30% di quei 1.870.000 euro chiesti dalla procura contabile della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna. I primi a battere la notizia sono stati i giornalisti di Estense.com, una delle testate più attente alla vicenda. Risarcimenti diversi per i quattro poliziotti, a seconda della tempistica dell’intervento.

E così, anziché 467.000 euro a testa, Enzo Pontani e Luca Pollastri, l’equipaggio di Alfa 3, il primo a intervenire in via Ippodromo e quindi il primo a ingaggiare la violenta colluttazione con il diciottenne, dovranno risarcire 224.512,18 euro ciascuno. Monica Segatto e Paolo Forlani, l’equipaggio della seconda volante Alfa 2, giunta successivamente sul posto, sono chiamati invece a pagare 56.128,05 euro ciascuno. A questo la Corte ha aggiunto 1.778,34 euro di spese processuali.

«La Corte dei Conti – commenta Fabio Anselmo, legale degli Aldrovandi nel faticoso processo di primo grado – con la sentenza odierna lancia un vero e proprio monito nei confronti di coloro che hanno la responsabilità della preparazione, organizzazione e formazione delle forze dell’ordine. Essa – a pagina 15 – ben lungi dal prendere le distanze o sminuire la gravità delle condotte con cui è stata provocata la morte del povero Federico fa proprie e cita espressamente le parole del giudice penale laddove (la Corte di Cassazione) si è pronunciata nel senso di accertare che “le condotte specificamente incaute e drammaticamente lesive sono state individuate da un lato nella serie dei colpi sferrati contro il giovane, dall’altro nelle modalità di immobilizzazione del ragazzo, accompagnate dall’incongrua protratta pressione  esercitata sul tronco dell’Aldrovandi”.

Nella sentenza si parla di atti “incontestabilmente, inequivocabilmente e  gravemente contrari ai propri doveri d’ufficio”. La Corte dei Conti riconosce la grave illiceità (pag 16) delle condotte consumante dagli agenti di polizia nel caso di specie,  già costituita materia di accertamento dell’autorità giudiziaria ordinaria.

Non viene pertanto in alcun modo sminuita , né avrebbe potuto esserlo, la gravità dei fatti già accertati dal giudice penale.

La condanna-  pur cospicua – viene economicamente ridotta a fronte del riconoscimento di una indubbia responsabilità del Ministero in tema di mancanza di preparazione, organizzazione e formazione degli agenti.

Non si può più parlare di mele marce ma di un problema ben più ampio».

La riduzione della somma di rivalsa (561.280,47 euro in totale, ripartiti nella misura dell’80% tra Pollastri e Pontani e il restante 20% tra Segatto e Forlani) arriva in seguito all’accoglimento di alcune circostanze “attenuanti”, sia dal punto di vista oggettivo (l’inadeguata organizzazione del servizio imputabile all’amministrazione del Ministero), sia soggettivo (gli ottimi precedenti di carriera, la forte tensione emotiva, il contesto operativo foriero di forte stress).

A far propendere i giudici per l’accoglimento della pretesa risarcitoria “a titolo didanno erariale e danno di immagine” per i quasi due milioni di euro pagati dal Viminale alle parti civili, è stata la conferma nelle sue valutazioni della “colpa grave” degli agenti.

Nelle 22 pagine della sentenza il collegio richiama l’omissione consistita nella mancata richiesta di intervento del personale sanitario e nella “violenta colluttazione generata, in pregiudizio delle condizioni di salute del giovane Federico Aldrovandi, al fine di contrastare la resistenza con palese e manifesto eccesso dei limiti del legittimo intervento di polizia, accertato dalla incontestabile superiorità numerica, nelle ripetute e prolungate percosse con il ricorso all’uso di manganelli — due dei quali spezzati per l’abnormità dell’intervento — e nella prosecuzione della colluttazione anche dopo l’immobilizzazione a terra del giovane, collocato in posizione prona”.

A questo si aggiunge “l’omissione delle prime cure urgenti in favore e nell’interesse del giovane, nonostante la invocazione di aiuto proveniente dal medesimo con l’invito espresso a cessare dall’aggressione, e nella prosecuzione della colluttazione della vittima in posizione prona, la quale lo ha reso agonizzante per le difficoltà respiratorie”.

Tutte concause che hanno determinato il decesso del ragazzo, “per la insufficienza cardiaca conseguente al deficit di ossigenazione, discendente dagli sforzi per resistere alle percosse, e dalla posizione prona con i polsi ammanettati, che ha ulteriormente aggravato le difficoltà di respirazione”.

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