Le arance dello sfruttamento

Le arance dello sfruttamento

Lavoratori e piccoli produttori sfruttati da feudatari e latifondisti. Filiera Sporca, la campagna realizzata da Terra! Onlus, Da Sud e terrelibere.org, getta luce su un mondo invisibile

Di Carlo Perigli

filiera sporcaInvisibili, si chiamano così perchè semplicemente non li vediamo. Perchè quando compriamo, dagli scaffali non possiamo percepire lo sfruttamento che vivono quotidianamente. Eppure dietro ogni prodotto, dalle arance rosse dell’Etna esportate in tutto il mondo, al biondo calabrese mischiato col succo brasiliano che finisce nelle lattine delle multinazionali, fino ad arrivare alle clementine di Sibari, presenti sui banconi di tutta in Italia, c’è un mondo fatto di intermediari che accumulano ricchezza, che organizza i caporali, che determina il prezzo, che impoverisce i piccoli produttori e che sfrutta la povertà dei migranti, negando loro un’accoglienza dignitosa e costringendoli a condizioni di lavoro disumane. Ma non solo, perchè nello stesso scenario operano i clan, che spesso controllano il trasporto su gomma e si infiltrano nei mercati.

Su questo mondo, troppo spesso sottaciuto, ha fatto luce “Filiera Sporca“, la campagna realizzata dalle associazioni Terra! Onlus, Da Sud e terrelibere.org. Per denunciare le condizioni di sfruttamento in cui vivono lavoratori migranti e braccianti italiani esclusi dal mercato del lavoro, per sensibilizzare i consumatori ad una spesa responsabile e per chiedere alla grande distribuzione e alle multinazionali di fornire informazioni complete sui fornitori.

Nell’anno dell’#Expo 2015 – si legge sul sito Filierasporca.org – #FilieraSporca  propone la responsabilità solidale di supermercati e multinazionali. che devono rispondere per quanto avviene anche nei livelli inferiori della filiera. E norme per l’etichettatura trasparente, attraverso l’elenco pubblico dei fornitori, perchè informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere i prodotti“.

Come potete leggere nel rapporto completo, disponibile sul sito Filierasporca.org, la base della filiera è difatti caratterizzata da due realtà ben distinte: da un lato ci sono i piccoli produttori, spesso frammentati e disorganizzati, in grado di vendere solamente al prezzo che gli viene imposto. Dall’altro, ci sono i grandi proprietari, veri e propri feudatari del settore, spesso allo stesso tempo latifondisti e commercianti. Molti di loro si avvalgono dei caporali per gestire una situazione di atroce sfruttamento, caratterizzato da lavoro minorile e paghe da fame, da violenza e condizioni abitative ampiamente al di sotto della dignità umana. Un mondo mai statico, ma che al contrario arriva a dominare anche il trasporto delle arance, speso controllato dai clan della zona, che riescono ad infiltrarsi anche all’interno dei mercati ortofrutticoli. Il terminale della filiera è rappresentato dalla grande distribuzione, che acquista direttamente o indirettamente dai commercianti. Infine ci sono le multinazionali, che determinano il prezzo del succo d’arancia e comprano dagli spremitori, alle quali “Filiera Sporca” chiede di rendere trasparente la filiera per assicurare che non vi siano casi di sfruttamento.

 

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