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Processo No Tav, la Corte inceppa il teorema del terrorismo

La Corte di Torino ha respinto la richiesta della Procura di riaprire l’istruttoria per terrorismo contro Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò, per l’attacco del 14 maggio 2013 dei No Tav al cantiere di Chiomonte

di Ercole Olmi

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La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha respinto la richiesta della Procura Generale di riaprire l’istruttoria del processo contro Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò, per l’attacco del 14 maggio 2013 dei No Tav al cantiere di Chiomonte. L’accusa puntava all’acquisizione di altri documenti e testimoni per provare che l’azione dei quattro militanti anarchici contro il cantiere di Chiomonte fu eseguita con finalità di terrorismo.

La causa riprenderà con la requisitoria del pg, il 14 dicembre nell’aula bunker delle Vallette a Torino, venerdì 18 toccherà alle difese e il 21 dicembre dovrebbe esserci la sentenza.

Ma l’idea di trasformare in atto di terrorismo un banale danneggiamento a una ruspa che nemmeno ha rischiato di far danni  esseri umani, è difficile da sradicare in chi sta dedicando tempo e soldi dei contribuenti per dimostrare un teorema. Infatti, per il pg Maddalena, l’attacco al cantiere di Chiomonte del 14 maggio 2013, per il quale la procura di Torino insiste a contestare reati di terrorismo dopo il flop del primo grado, si inserirebbe in «una lunga catena di episodi precedenti e successivi che non è ancora terminata». In primo grado gli imputati erano stati condannati a 3 anni e 6 mesi, una pena spropositata, ma non per terrorismo.

Ma è evidente che questo è un processo politico contro il più longevo e popolare movimento ambientalista di questo paese. «C’è una interferenza dell’Esecutivo», ha detto infatti uno dei difensori, l’avvocato Giuseppe Pelazza, nel chiedere che la causa non venga più celebrata nell’aula bunker delle Vallette, fuori dall’abitato di Torino, ma a Palazzo di giustizia. Il riferimento è a una nota trasmessa lo scorso 9 settembre dal comando Legione dei carabinieri alla procura generale in cui si facevano presenti delle possibili esigenze di ordine pubblico. Il pg Marcello Maddalena ha replicato spiegando che «in base a un decreto del 1993 il procuratore generale è responsabile dell’ordine pubblico» nell’organizzazione dei processi e l’avvocato Mauro Prinzivalli, parte civile per la Presidenza del Consiglio, ha giurato che «l’esecutivo non interferisce».

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La marcia di pochi giorni prima, l’8 dicembre, da Susa a Venaus, come dieci anni fa, ha confermato la vitalità di un movimento nato per ribadire il no ad un’opera «che era e resta inutile». Il popolo No Tav è tornato a sfilare per le strade della Val Susa, in occasione della cosiddetta presa di Venaus, la riconquista di un presidio popolare che due sere prima era stato sgomberato dalle forze dell’ordine. Quel gesto determinò di fatto la bocciatura del progetto originario della Torino-Lione. Le ragioni di una protesta che «restano immutate» spiegano anche la ferocia dei capi d’accusa e la degenerazione della politica: proprio il più noto tifoso della Tav, un senatore del Pd, Stefano Esposito, ha presentato un progetto di legge per equiparare il blocco stradale al sequestro di persona.

«Noi siamo gli anticorpi di questa società, gente che anche quando lotta sa ridere, divertirsi ed essere se stessa – ha detto l’altroieri Perino, uno dei volti più noti della protesta -. E adesso gli facciamo girare ancora di più le scatole…».

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