Kurdistan, la guerra di Erdogan all’autonomia possibile

Kurdistan, la guerra di Erdogan all’autonomia possibile

E’ il movimento per l’autonomia del Kurdistan turco che Erdogan sta cercando di sopprimere violentemente come parte della sua guerra contro il Pkk

Donne curde manifestano nelle strade di Cizre
Donne curde manifestano nelle strade di Cizre

Nel corso dell’anno appena passato, la copertura dei media internazionali sugli avvenimenti in Turchia si sono concentrati esclusivamente su quelli più spettacolari: le elezioni, gli attacchi terroristici, l’abbattimento dell’aereo russo ed altre operazioni geopolitiche. Tuttavia durante lo stesso periodo, nel sud-est curdo del paese, ha avuto luogo una rivoluzione silenziosa sotto forma di movimento per l’autonomia che lo Stato turco sta cercando di sopprimere violentemente come parte della sua guerra contro il Pkk. Di seguito l’estratto di un intervento di Haydar Darici e la sua visione sul processo di autonomia nel Kurdistan turco. Haydar Darici è dottorando nel programma congiunto di antropologia e storia dell’Università del Michigan Ann Arbor. Il suo lavoro si centra soprattutto sul movimento giovanile curdo nel Kurdistan turco.

di Haydar Darici

Prima di parlare di quanto sta avvenendo attualmente nel Kurdistan turco vorrei affrontare due questioni sulla trasformazione storica della politica curda.
In primo luogo il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), attore principale nel movimento di liberazione curdo che fin dagli anni ’80 ha iniziato la sua guerriglia contro lo Stato turco e da allora ha ricevuto sempre più appoggio da parte del popolo curdo. La lotta armata della guerriglia non ha permesso solo di creare zone liberate sulle montagne che circondano il Kurdistan ma di fatto anche di politicizzare e mobilitare la popolazione curda delle città.

Il movimento ha definito la lotta armata della guerriglia nelle montagne e la cultura politica delle proteste nelle città come un processo di ribellione. Ovviamente per raggiungere la libertà piena le città dovrebbero essere liberate nello stesso mondo delle montagne. Ciò implica che la guerra in corso dovrebbe ora raggiungere le città e non limitarsi alle montagne. Il movimento definisce questo processo, iniziato circa cinque anni fa, processo di costruzione.

In secondo luogo, alla nascita del Pkk e negli anni successivi, il suo proposito era definito come liberazione nazionale, che all’epoca significava la creazione di uno Stato nazione socialista curdo. Tuttavia alla fine degli anni ’90 gli attori de movimento curdo iniziarono a criticare il concetto di Stato nazione, così come la stessa idea di nazione, una critica fondata nelle sperienze della resistenza anticolonialista a livello globale e del conseguente fallimento degli Stati nazioni emergenti. Una critica che, in ultima istanza, ha portato ad un cambio di paradigma e obbligato il movimento curdo ad abbandonare l’idea di creare uno Stato nazione curdo. Era possibile che un movimento di liberazione nazionale andasse oltre l’idea di nazione e Stato nazione (le idee su cui il movimento si era fondato in prima istanza) e creare un modello rivoluzionario che permettesse l’emancipazione non solo dei curdi ma del resto del Medio Oriente? Tale modello poteva essere solo quello dell’autonomia democratica formulata principalmente da Abdullah Ocalan durante la sua prigionia.

Sono pochi anni che il movimento curdo ha iniziato a sperimentare l’autonomia democratica in alcuni contesti locali del Kurdistan turco. Questo paradigma esige la creazione di spazi senza Stato al posto della creazione di uno Stato curdo. E’ necessario dire che sono stati i giovani e i giovanissimi curdi che, attraverso politiche territoriali, hanno spianato il cammino su cui andrebbe costruita l’autonomia democratica. A partire dalla fine degli anni ’90 i giovani curdi hanno portato a termine forme di politiche di piazza radicali, scontrandosi quasi quotidianamente con la polizia, utilizzando pietre e bottiglie Molotov. Con queste azioni radicali hanno trasformato le piazze e le strade in spazi per la politica e hanno reso i propri quartieri e popolazioni inaccessibili alla polizia turca.

Il concetto di autonomia democratica si riferisce alla trasformazione di diversi settori della vita sociale come il diritto, l’economia, la salute, l’educazione, l’autodifesa e simili, attraverso comunità stabilite nei quartieri. Per fare un esempio, gli attori politici locali hanno creato un proprio sistema legislativo per dare soluzioni a problemi che si verifichino all’interno della comunità, senza necessità di appellari ai tribunali statali. Sono state create è proprie scuole elementari per offrire una educazione alternativa. In questo periodo è in corso la creazione di cooperative per, ancora, creare una economia alternativa. I giovani addestrati e armati dal Ydg-H (Movimento della gioventù patriottica rivoluzionaria) si sono assunti la responsabilità dell’autodifesa dei quartieri e delle popolazioni. Le donne sono ugualmente attive in tale processo tramite proprie distinte organizzazioni. In tutte le popolazioni curde si applica un sistema di co-presidenza che significa che in tutte e formazioni un uomo e una donna condividono la presidenza. Invece di cercare di convincere gli uomini tramite l’educazione, in termini di uguaglianza di genere il movimento da forza alle donne riconoscendo loro gli stessi diritti e le stesse responsabilità, di creare proprie organizzazioni ad ogni livello in cui gli uomini non hanno autorità di intervenire.

Su qual è stato il background ideologico del movimento per l’autonomia, quali i testi di riferimento (…) c’è da precisare che sono stati diversi i testi circolati nelle prigioni e negli accampamenti della guerriglia… come classici del marxismo, studi post-marxisti, anarchici, post-coloniali, teorie femministe, testi di pensiero ecologista e il grande lavoro scritto da Ocalan soprattutto in prigione. Comunque più nello specifico, direi che Impero e Moltitudine di Negri e Hardt, e i libri su ecologia e autonomia di Murray Bookchin possono essere considerati tra i testi costitutivi del nuovo paradigma del movimento.

Ho potuto osservare questi processi vivendo un anno e mezzo a Cizre, tra il 2013 e il 2015, dove ho concluso uno studio etnografico sulla politica dei giovani curdi. Cizre è uno dei luoghi in cui l’autonomia si sta costruendo in forma più concreta, ed è questo il motivo per cui ho voluto realizzare lì il mio studio. Durante le mie ricerche ho avuto la opportunità di interagire con gli intervistati, soprattutto con i giovani e giovanissimi attori di tale processo.

Mi è stato chiesto se c’è e quale sia l’interazione tra questo movimento e l’autonomia del Kurdistan occidentale (Rojava) alla froniera con la Siria. In base ai miei studi l’autonomia del Rojava è stata ispirata e costruita nel paradigma formulato da Abdullah Ocalan che, prima dell’arresto, aveva vissuto a lungo in Rojava e per questo ha molta influenza in questa regione. E comunque, nonostante il Ypg (Forze di Difesa del Popolo) e il Pkk siano organizzazioni separate, condividono la stessa ideologia. Sappiamo che molti guerriglieri del Pkk sono andati in Rojava per unirsi alla lotta.

Mentre realizzavo le mie ricerche a Cizre anche molti giovani di questa città si sono uniti al Ypg e, attualmente, molte persone che hanno lottato in Rojava sono arrivate a Cizre e in altri villaggi per unirsi nella lotta dei giovani contro lo Stato turco. Inoltre il processo di costruzione dell’autonomia in Rojava era iniziato già prima di quello nel Kurdistan turco. Gli attori politici del Kurdistan turco hanno di frequente attraversato la frontiera col Rojava ed hanno imparato molto da quella esperienza. Queste due regioni sono strettamente connesse tra loro.

Per quanto riguarda il Partito democratico del Popolo (Hdp), anch’esso si è formato alla luce di questo nuovo paradigma, ma il suo obiettivo ufficiale era quello di organizzarsi in forma più amplia nella zona occidentale della Turchia, anche se non solo nella zona occidentale. Insieme alla sinistra, agli anarchici, alle femministe ed altri gruppi di opposizione, l’Hdp fissò il suo obiettivo nel diffondere questo paradigma e trasportare la lotta dal Kurdistan alla Turchia occidentale. Io direi che anche se l’Hdp ha avuto successo nelle elezioni, ha fallito al momento di proporre politiche rivoluzionarie. Sono molti i motivi che possono spiegare questo fallimento: l’Hdp ha tradotto la politica rivoluzionaria nel discorso enomermente problematico del multiculturalismo e non è riuscito ad andare oltre i discorsi liberali della pace e dei diritti umani. Un quadro che non gli ha permesso di trattare la questione della violenza. Con ciò voglio dire che mentre i giovani del Kurdistan stavano portando avanti una lotta armata radicale contro lo stato turco, l’Hdp ha agito come se tale resistenza non esistesse, come se si stesse producendo semplicemente una violazione dei diritti umani da parte dello Stato. Invece di affrontare di petto il problema e trovare vie per organizzarsi nella zona occidentale, l’Hdp ha scelto il cammino più facile abbracciando il discorso del multiculturalismo. […]

Col tempo il movimento curdo è diventato un potere egemonico in Kurdistan, così come nei quartieri popolati da curdi nella Turchia occidentale. Per tanto potrebbe arrivare ad ospitare e rendere partecipe della sua politica tanto i religiosi che i laici. In tal senso è risultato essere l’unico agente in Turchia che può trascendere la dicotomia religioso/laico. Il movimento ha attratto tanto a classe media che quella lavoratrice ed aperto molteplici spazi politici per i distinti gruppi. Ha ricevuto anche l’appoggio delle tribù curde di tutto il Kurdistan, comprese le famiglie dei paramilitari “vigilanti dei popoli” che negli anni ’90 lottavano contro il Pkk. Ciò che c’è in gioco è il fatto che la lotta curda sta adottando nuove forme ed alcuni dei protagonisti hanno difficoltà ad adattarsi al nuovo processo. Per esempio, lo spazio per le politiche civili si sono ridotte notevolmente a causa della violenza statale quale risposta alla costruzione dell’autonomia. In grandi città come Diyarbakir o Van, la classe media impegnata da molto tempo in politiche civile e relazioni con Ong, sembrano vacillare al momento di partecipare alle politiche attuali, mentre nei quartieri più poveri di queste stesse città la popolazione è andata sempre più mobilitandosi. Inoltre, gli abitanti di alcuni villaggi in cui il movimento curdo è forte ma non è forza egemone, sono rimasti in silenzio nella misura in cui non potevano dichiarare la propria autonomia e, pertanto, non hanno potuto aiutare a resistenza in altri villaggi. E’ in villaggi come Cizre, Silopi, Gever, Lice, Silvan e Nusaybin, dove il movimento è stato sempre potenza egemonica che si sono prodotte politiche radicali in appoggio al nuovo processo. Per tanto è importante rilevare che mentre in grandi città come Diyarbakir, a cui spesso ci si riferisce come capitale non ufficiale del Kurdistan, si stanno “provincializzando, le città relativamente più piccole si stanno trasformando in principali postazioni della resistenza. E bisogna anche evidenziare che i giovani sono diventati i principali attori del movimento curdo, sono loro a definire il politico in questo nuovo processo e che resistono allo Stato in forma più effettiva.

Per quanto riguarda le prospettive di espansione del movimento per l’autonomia al di là delle zone tradizionalmente curde della Turchia, c’è da dire che questo modello di autonomia costituisce una sfida enorme per lo Stato turco dato che in una regione in cui reclama la sua autorità si sta costruendo una forma di vita anticapitalista. A lungo termine questa forma di vita ha molte possibilità di espandersi in altre regioni della Turchia. Per lottare contro di essa l’anno scorso lo Stato turco ha cercato di entrare nei quartieri utilizzando la forza e producendo molteplici arresti. Comunque le profonde trincee scavate dai giovani curdi armati e le barricate erette impedirono l’accesso delle forze di sicurezza turche. Dopo le elezioni generali dello scorso giugno, il governo turco che aveva dichiarato la fine dei negoziati ha attaccato le popolazioni curde con maggior brutalità. In molti villaggi del Kurdistan è stato dichiarato il coprifuoco durato per settimane. Lo Stato ha posizionato cecchini nei villaggi che sparavano contro chiunque non rispettasse il coprifuoco, ha circondato i villaggi coi carri armati e bombardato i diversi quartieri. Incapace di reinstaurare la propria autorità, lo Stato turco ha dichiarato i villaggi curdi come inabitabili, non ha permesso di portare i feriti in ospedale né di seppellire i morti in combattimento. Ciò nonostante lo Stato non è riuscito ad entrare nei quartieri dove i giovani avevano scavato trincee ancora più profonde e rafforzato il proprio arsenale. Per esempio, per proteggersi dai colpi dei cecchini hanno steso enormi tende sulle vie per impedirne a visione. E’ un metodo appreso in Rojava. Hanno anche fatto crollare le pareti delle case per poter passare da una all’altra senza uscire in strada, condividere il cibo e aiutare i feriti. Stanno per certi versi ricomponendo l’architettura dei villaggi per facilitarne la difesa.

Attualmente molti villaggi curdi, compreso Cizre, Silopi e Nusaybin, sono di nuovo sotto coprifuoco, circondati di cecchini e carri armati. Il primo ministro turco Davutoglu di recente ha dichiarato che vuole ripulire i villaggi casa per casa. Lo Stato cerca di distruggere l’autonomia che si sta costruendo in Kurdistan a costo di abbattere città intere e uccidere numerosi civili. E il popolo del Kurdistan, in particolari i e le giovani, stanno resistendo fino alla morte.

Ma è sostenibile l’autonomia in Kurdistan data la violenza estrema dello Stato turco? Io credo di sì. Lo è perché lo Stato non può vincere una guerra di queste caratteristiche, indipendentemente dalla brutalità dei suoi mezzi. Agli inizi degli anni ’90 solo i militanti del Pkk erano coinvolti nei conflitti armati dei villaggi, attualmente però la differenza tra le guerriglie e i civili è sempre più diffusa. Ora anche i civili sono armati e si stanno difendendo. La popolazione di Cizre, per esempio, sa che lo Stato tornerà ad attaccare dichiarando un coprifuoco di un mese, ma gli abitanti non hanno abbandonato la città anche se hanno messo al sicuro gli anziani e i bambini. Per tanto non credo che lo Stato possa bruciare una tale resistenza.

Alla fine questa lotta non porterà trasformazioni solo in Turchia ma in tutto il Medio Oriente. Con questo voglio dire che l’esperienza di autonomia democratica, la difesa stessa del Kurdistan turco e con maggior forza nel Kurdistan siriano, possono essere modello per la regione intera.

La domanda fondamentale è come si può estendere questo modello ad altri posti. Come già detto l’Hdp non ha potuto trasmettere questo nuovo modo di fare politica alla Turchia occidentale, e in Siria si limita ancora a una regione de Rojava. Tuttavia, nel cantone di Rojava Cizir, ci sono vari gruppi etnici e religiosi che hanno partecipato al processo di costruzione di autonomia con la creazione di proprie istituzioni. Ciò mostra che questo modalità di politica non attrae solo i curdi, ma se pensoalla Turchia e al resto del Medio Oriente, non so rispondere alla domanda se l’autonomia democratica possa essere un modello alternativo in tutta la regione. […]

In questo momento la cosa più urgente è che i media internazionali denuncino gli attuali attacchi dello Stato turco contro le popolazioni curde.

Fonte: Lefteast – A cura di Marina Zenobio

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