giovedì 29 Ottobre 2020

Nicoletta Dosio: grazia no grazie. Meglio un’amnistia sociale

Nicoletta Dosio: grazia no grazie. Meglio un’amnistia sociale

Nicoletta Dosio: «No a provvedimenti di clemenza che riguardino soltanto la mia persona». L’11 gennaio corteo nazionale a Torino

Dove erano tutti i campioni di coerenza, a iniziare da Di Maio, quando un governo 5 stelle ha dato il via libera a Tap, Tav e Terzo Valico? E’ questa domanda che dovrebbe campeggiare nelle cronache politiche compiaciute, o disperate, per lo sgretolamento del gruppo parlamentare appartenente al partito proprietario di Casaleggio e Grillo. E’ questa domanda che dovrebbe aleggiare in tutti quei settori della sinistra sociale, politica e sindacale, raggrumata o sparpagliata, dura o morbida, ma attirati a vario titolo dalle sirene del nuovo che avanza e/o del voto utile, al punto da riversarsi in massa nel voto a cinque stelle, o rifugiarsi nel sogno di un Pd capace di discontinuità. Zingaretti, a poche ore dalla conquista del Nazareno, era il 4 marzo scorso, fece il debutto in società fianco a fianco delle madamin Yes Tav, Cgil compresa. La premessa è utile perché l’arresto di Nicoletta Dosio mette movimenti sociali, troppo spesso disarticolati e autoreferenziali, di fronte all’ennesimo salto di qualità delle strategie della repressione. E, mentre le “sardine” – versione fine decennio del nuovo che avanza – sono mute come i pesci, appunto, e si preparano a tirare la volata a un Pd emiliano mai sazio di asfalto e cemento, da Torino arriva la convocazione di un corteo per l’11 gennaio per la libertà della 73enne incarcerata che, intanto, dalle Vallette fa arrivare il suo «No a richieste di grazia o a provvedimenti di clemenza che riguardino soltanto la mia persona». Piuttosto si parli di «amnistia sociale», fa sapere la militante comunista e No Tav, che riguardi i reati connessi ai comportamenti (come le occupazioni abusive di alloggi) dettati dall’aggravamento della povertà prodotto dalla crisi economica negli ultimi anni. Tra chi aveva parlato dell’ipotesi di una grazia per la Dosio ci sono stati, nei giorni scorsi, i Giuristi Democratici e Paolo Cento (Sinistra Democratica-Leu). Una petizione era stata lanciata anche sulla piattaforma change.org. «Chi invoca la “grazia” per Nicoletta sappiamo che lo fa spinto dalle migliori ragioni – aveva detto da subito il movimento No Tav – dalla speranza che il potere possa finalmente riconoscere un errore, grande come queste montagne, e da qui partire per chiudere una vicenda che pare senza tempo. Chi scrive pensa che però non sia questa la strada giusta, la grazia non la vuole Nicoletta, e non la chiederà per se stessa, perché non il punto non è risolvere la sua situazione attuale, ma quella di riconoscere come in tutti questi anni procura, questura e tribunali abbiano giocato una partita politica, delegati dallo stato. Noi vogliamo che si dica che il Tav è un’opera inutile, devastante e che tutti vengano liberati e la valle venga smilitarizzata. Non è pretendere troppo, ma il giusto. Libertà per tutti e tutte, siamo solo all’inizio di questa lotta».

Nicoletta Dosio è in carcere per una condanna a un anno, passata in giudicato, per violenza privata e interruzione di pubblico servizio in concorso con altri perché aveva retto uno striscione, al bordo dell’autostrada, nel corso di una manifestazione No Tav. La Procura aveva chiesto tre anni. Dosio ha ritenuto di non doversi trasformare in carceriere di se stessa, di non avere nulla di cui pentirsi e, per questo, di non doversi rialbilitare. Dunque non ha chiesto misure alternative alla galera per trasformare il suo «corpo detenuto», parole di uno dei suoi legali, Gianluca Vitale, in un’« un’arma non violenta» che denuncia a sua volta l’abuso di repressione di quella Procura – decine di processi, centinaia di indagati e condannati, misure di prevenzione, fogli di via – contro il più duraturo conflitto ambientale e sociale di questo paese.

La risposta è stata immediata, fin dalle fasi dell’arresto di Nicoletta, e ancora con migliaia di persone che hanno preso parte a una fiaccolata in Valle la sera del primo gennaio, «bambini, giovani, anziani tutti insieme, uniti più che mai», si legge sul sito del movimento NoTav – è questo che fa la differenza e l’ha sempre fatta da queste parti, una comunità consapevole che, di fronte alle infamità e alla violenza dello stato, ha deciso di non abbassare la testa. Nicoletta, Giorgio, Luca e Mattia sono espressione del coraggio di questo popolo.


Avremmo voluto iniziare il 2020 in maniera diversa, dopo un’analisi costi benefici arrivata dopo decenni di lotta e ragioni (noi l‘avevamo fatta da molto tempo e presentata in tutti tavoli possibili ed immaginabili) e la serie infinita di inchieste che dimostra come questa grande opera (come molte altre) sia conveniente ed interessante solo per il malaffare e i soliti noti, sarebbe stato giusto ricevere le scuse da chi di dovere e lavorare per il ripristino del territorio che finora hanno distrutto. Le nostre meravigliose montagne chiedono già da tempo cura e giustizia. Eppure così non è andata, i governi si alternano ma il Tav resta sempre un feticcio insormontabile e il nostro, un popolo testardo da sconfiggere. Ecco che allora arriva la vendetta di uno stato che non ammette voci contrarie, che perpetua meccanismi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.
Nicoletta ha scelto di denunciare tutto questo, mettendo in gioco la cosa più importante, la sua libertà, consapevole che il suo gesto ci avrebbe dato la possibilità, ancora una volta, di raccontare le nostre ragioni. La nostra Resistenza, irriducibile, parla un linguaggio semplice e non prevede passi indietro, ora più che mai, poiché sappiamo che solo continuando a lottare potremo liberare un giorno tutti e tutte. Non è uno slogan, è l’unica strada da noi percorribile».

E’ questo passaggio una delle cartine di tornasole per quei settori che s’erano compiaciuti del governo giallorosa al punto da impegnarsi in prima persona nell’esecutivo in carica in nome di una discontinuità tanto enfatizzata quanto impossibile. E’ la prova del nove che la mobilitazione cosiddetta delle sardine è in gran parte estranea alle mobilitazioni sociali e ai conflitti ambientali e indifferente alla questione della criminalizzazione del conflitto. Infine è il primo banco di prova per quella sinistra di opposizione che, con una nutrita assemblea nazionale il 7 dicembre scorso, ha iniziato a cercare strade che le rendano efficacia e visibilità. Sarà capace di mettersi a disposizione dei movimenti sociali?
 

 

 

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