lunedì 17 Febbraio 2020

Un carabiniere dietro la citofonata di Salvini. Indagine interna dell’Arma

Un carabiniere dietro la citofonata di Salvini. Indagine interna dell’Arma

Bologna, indagini interne sul ruolo di un carabiniere nel più famoso presunto caso d’istigazione all’odio razziale commesso da Salvini

Ci sarebbe lo zampino di un carabiniere dietro l’inquietante scenetta di Salvini, a Bologna, che ha suonato il citofono dell’abitazione di una famiglia tunisina, chiedendo se lì si spacciasse, durante una campagna elettorale tra le più agghiaccianti della storia repubblicana. Si tinge di malapolizia un episodio già di per sé preoccupante. Sarebbe stato un maresciallo – indagato a sua volta per stalking e depistaggio ai danni di un avvocato e sospeso dal servizio in attesa della decisione definitiva della Cassazione – a mettere in contatto la donna che accompagnava il leader della Lega nella “passeggiata” al quartiere del Pilastro dove s’è solto il truce show della citofonata. I carabinieri di Bologna stanno verificando, con accertamenti interni, cosa sia successo il pomeriggio del 21 gennaio ma, al momento non sarebbe comunque aperto in merito un procedimento disciplinare, né risultano esserci fascicoli penali.

Intanto, il video di Salvini al citofono non è più su Facebook da 48 ore. Dopo la segnalazione di alcuni utenti, il social network ha infatti deciso di rimuovere il video pubblicato nel pomeriggio del 21 gennaio sulla pagina del leader della Lega. La rimozione è stata decisa, a una settimana di distanza e due giorni dopo il voto delle Regionali in Emilia-Romagna, perché il contenuto ha violato le policy sulla privacy di Facebook, come ha confermato nel pomeriggio un portavoce del social. La prima a dare la notizia è stata Cathy La Torre, avvocato-attivista che ha lanciato la campagna “odiare ti costa” e che ha preso la difesa del ragazzo, 17enne, residente nella casa finita nel mirino di Salvini e che, nei giorni scorsi, ha affermato di non essere un pusher. Ma il video era stato segnalato anche per «incitamento all’odio razziale». «Prima mi chiamavano Yaya la “cartola” (espressione bolognese che significa personaggio simpatico e brillante, ndr), adesso mi chiamano Yaya lo spacciatore, è stata una brutta botta», ha detto il 17enne finito al centro della cronaca dopo che l’ex ministro dell’Interno ha citofonato a casa sua chiedendo se «ci fosse uno spacciatore».

La gente del Pilastro scesa in piazza contro la piazzata di Salvini

«E’ la prima di una lunga serie di vittorie per cui ci batteremo fino allo stremo, ve lo prometto, su questa meschina pagina della nostra vita democratica», ha detto l’avvocata, annunciando un’azione «in tutte le sedi competenti perché riteniamo che il nostro assistito abbia subito una grave violazione della sua privacy, della reputazione, della dignità e della vita privata». L’azione dovrebbe essere di natura civile e non penale, perché «non è nostra intenzione far passare chi non è vittima come vittima, perché l’unica vittima in questa circostanza è un ragazzo ingiustamente accusato e ingiustamente molestato presso la propria abitazione», ha spiegato l’avvocata. Nessuna querela, dunque, e al momento nessun fascicolo aperto d’ufficio dagli inquirenti sulla vicenda, su cui in diversi continuano a chiedere chiarimenti.

Sui tempi della rimozione del video è invece intervenuto Facebook, con una nota: «Alcune delle decisioni che dobbiamo prendere su cosa rimuovere e cosa no, sono incredibilmente complesse e sfaccettate, e richiedono un’attenta considerazione di molteplici fattori. Vogliamo assicurarci di prendere queste decisioni nel modo più corretto impiegando tutto il tempo necessario».

Nel rione del Pilastro si è fatto sentire, nelle urne, l’”effetto citofono”. Dopo il blitz da parte della controversa figura di statista, i Pilastrini hanno votato, in maggioranza il Pd (dal 40% al 42-43%) e Stefano Bonaccini al 54% e tolto alla Lega (dal 27% al 24%) preferenze rispetto alle Europee, nonostante l’affluenza sia stata maggiore. «Il Pilastro è stato il secondo Papeete di Salvini», ha detto il sindaco di Bologna Virginio Merola il quale tre giorni dopo la citofonata, era tra le oltre 300 persone che hanno partecipato a un presidio organizzato spontaneamente dai cittadini e dalle associazioni del Pilastro «per reagire all’odio che si è scatenato», davanti al cippo che ricorda i tre carabinieri uccisi nel 1991 dalla banda della Uno Bianca.

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