giovedì 26 Novembre 2020

Omicidio Vannini, processo da rifare a tutta la famiglia dell’ex militare

Omicidio Vannini, processo da rifare a tutta la famiglia dell’ex militare

La Cassazione annulla la sentenza d’appello che aveva derubricato l’omicidio e ridotto le condanne ai Ciontoli

Ci sarà un appello bis per l’omicidio di Marco Vannini, il giovane ucciso da un colpo di pistola a maggio 2015 mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli, sul litorale romano. Lo ha deciso la Cassazione disponendo un nuovo processo d’appello per tutta la famiglia di Antonio Ciontoli, principale imputato dell’omicidio, un ex militare in servizio ai servizi segreti poi sospeso, dettaglio che le agenzie di oggi omettono ma che configurano questa inquietante vicenda come una variante dei casi di malapolizia. «Non in mio nome. Giustizia per Marco» era la frase stampata su uno striscione, su cui campeggia anche la foto di Vannini, e che è stato esposto in piazza Cavour davanti al palazzo della corte di Cassazione, dagli amici e parenti della famiglia Vannini. La gente, dopo la decisione della corte di far rifare il processo d’appello per i quattro imputati della famiglia Ciontoli, ha intonato in coro il nome della mamma di Marco. «Marina, Marina», ha sillabato la folla mentre la donna, emozionata e con le lacrime agli occhi, stava rispondendo alle domande dei giornalisti. Un applauso ha accolto anche la lettura del verdetto della Cassazione che ha disposto un appello bis per l’omicidio di Marco Vannini. L’aula era talmente piena che tanta gente era rimasta fuori, nell’androne, e appena saputo l’esito ha iniziato ad applaudire. Intanto in aula la mamma di Marco Vannini per l’emozione è stata colta da un leggero malore: è stata soccorsa dai familiari e dalle forze dell’ordine che l’hanno portata fuori in una stanza riservata.

La Prima sezione penale della Corte di cassazione ha così accolto i ricorsi del procuratore generale e delle parti civili, che avevano contestato la ricostruzione del fatto in termini di omicidio colposo, anziché doloso. La sentenza della Corte di assise di appello di Roma sulla morte di Vannini è stata annullata ed è stato disposto il rinvio per un nuovo giudizio nei confronti di Antonio Ciontoli, Federico Ciontoli, Martina Ciontoli e Maria Pezzillo ad altra sezione della stessa Corte d’assise d’appello. La Cassazione, si legge in una nota, «ha ritenuto allo stato assorbite le censure mosse alla sentenza dagli imputati Federico e Martina Ciontoli e Maria Pezzillo, mentre ha rigettato il ricorso di Antonio Ciontoli, che censurava il riconoscimento dell’aggravante della previsione dell’evento morte e l’eccessività della pena irrogata».

Nella sua requisitoria, la pg di Cassazione Elisabetta Ceniccola, ha definito «gravissima e quasi disumana» la vicenda. Per il Pg erano da annullare anche le condanne a tre anni di reclusione per i familiari di Ciontoli. In Appello l’omicidio volontario era stato derubricato in omicidio colposo e la condanna di Ciontoli era passata da 14 a 5 anni di reclusione. «Marco Vannini non è morto per un colpo di arma da fuoco, ma è morto per un ritardo di 110 minuti nei soccorsi». Il ritardo nel chiamare i soccorsi «costituisce l’assunzione di una posizione di garanzia verso Vannini, presa da parte di Antonio Ciontoli e dai suoi familiari», ha sottolineato. «Antonio Ciondoli ha ottenuto l’adesione di tutta la sua famiglia per evitare effetti dannosi sul suo lavoro dopo aver sparato un colpo di pistola a Marco Vannini, il fidanzato di sua figlia, nella abitazione di Ladispoli il 18 maggio 2015». «Ciottoli e tutti i suoi familiari, la moglie e i due figli, erano in grado di capire che un proiettile lasciato in un corpo umano lo avrebbe portato alla morte», ha aggiunto Ceniccola chiedendo di riaprire il processo e rivalutare con più severità la responsabilità degli imputati. «Per ben 110 minuti hanno mantenuto una condotta reticente e omissiva parlando al telefono con gli operatori del soccorso». «Ciontoli ha seguito passo per passo l’agonia di Marco Vannini, pensando solo a salvare il suo posto di lavoro. La morte del ragazzo avrebbe portato via l’unico testimone di quello che è successo nell’abitazione di Ladispoli».

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