mercoledì 30 Settembre 2020

Le congratulazioni dell’Arma a chi pestò Stefano Cucchi

Le congratulazioni dell’Arma a chi pestò Stefano Cucchi

Lettere di plauso agli autori del violentissimo arresto di Cucchi. Così settori dei carabinieri di Roma prepararono il depistaggio. Il punto sul processo

Le congratulazioni dell’Arma ai picchiatori di Stefano Cucchi: è l’ultima, in ordine di tempo, scoperta del processo sui depistaggi nel caso Cucchi. «Terribile sentire che nei giorni in cui Stefano era ancora vivo già venivano messi in atto depistaggi per mettere il processo in cassaforte». Ancora una volta, l’impatto di quello che viene fuori dal processo per i depistaggi, è fortissimo su Ilaria Cucchi, la sorella del giovane ucciso dalle conseguenze di un violentissimo arresto. Tutti, negli ambienti dell’Arma, sapevano delle sue condizioni fisiche gravissime ma, pochi giorni dopo la morte, il 26 ottobre 2009, i vertici romani dell’Arma inviarono tre note di «plauso» e «apprezzamento» alla compagnia dei carabinieri che aveva operato l’arresto del geometra, deceduto 4 giorni prima, una settimana dopo essere stato arrestato per droga. Il pubblico ministero Giovanni Musarò, al processo sui presunti depistaggi in corso a Roma, ha chiesto al luogotenente Giancarlo Silvia, del Nucleo comando della compagnia Casilina se sia «usuale una nota del genere per un arresto di spaccio di droga, per una così modica quantità?» «No, certamente», ha risposto Silvia, aggiungendo che nell’Arma quando c’è un militare coinvolto si redige un ‘Rapporto sul fatto’ e che per Cucchi questo non è avvenuto. Ad avanzare la proposta, poi accolta, è stato due giorni dopo l’arresto il comandante della stazione carabinieri Appio, maresciallo Roberto Mandolini, condannato in primo grado a tre anni e 6 mesi nel processo in Corte d’assise per l’omicidio e il comandante della Compagnia Roma Casilina che nella richiesta scrive «per legittima soddisfazione del personale e mio personale plauso». L’attestato è stato autorizzato e notificato, appunto, quattro giorni dopo la morte di Cucchi però nonostante l’importanza del fatto, il comando Legione non venne informato di quanto accaduto in merito alla morte del 31enne tanto che fu lo stesso Ufficio Oaio a chiedere con un fax, delucidazioni in merito ad un articolo di agenzia di stampa nella quale i genitori di Cucchi sostenevano che il figlio era in buone condizioni la sera dell’arresto, e malconcio dopo averlo visto in seguito all’udienza di convalida.

«Un militare del Nucleo operativo, di ritorno dall’udienza di convalida di Stefano Cucchi, disse che il giovane era conciato male, tanto che aveva difficoltà a camminare», ha detto ancora Silvia, in servizio dal 2003 con il ruolo di «caposcrivano», ha spiegato che «quella confidenza» su Cucchi non fu riferita a lui direttamente, non «approfondì e non l’ha rappresentata successivamente ai suoi superiori».  «Tutti sapevano – conferma anche Fabio Anselmo, legale di questo e altri casi di malapolizia – siamo basiti, stanchi per questa maratona giudiziaria, ci piacerebbe vedere le parti civili più combattive, quelle che rappresentano lo Stato, perché c’è una totale inerzia e non si capisce se si comportino più da parti civili o da responsabili civili…».

«Temo che ancora una volta – prosegue Ilaria – si vogliano mettere le mani sul processo». La sorella di Cucchi si riferisce a un comunicato stampa del comando generale dell’Arma emesso il 10 giugno quando era in corso la deposizione di Riccardo Casamassima, testimone chiave della vicenda, che ha raccontato le pressioni e le ritorsioni subite per aver raccontato aspetti inediti grazi ai quali si è arrivati alla condanna per l’omicidio e a istituire questo processo per i depistaggi. Un comunicato con il quale i vertici dell’Arma hanno contestato le dichiarazioni di Casamassima e del coinvolgimento del generale Nistri. La richiesta dell’Arma di acquisirlo è stata rigettata.

Il mobbing al supertestimone

E’ stata una lunga testimonianza quella di Casamassima, durata ore, per raccontare e ribadire quanto a sua conoscenza sul pestaggio nella vicenda di Stefano Cucchi e descrivere il “mobbing” subito dopo le sue parole che hanno, di fatto, riaperto le indagini anche sui depistaggi. Casamassima ha raccontato di avere subito, dopo le sue ammissioni, «diversi trasferimenti e 11 procedimenti disciplinari. Mi hanno cambiato la mansione, messo in ufficio a fare nulla, era imbarazzante stare davanti ai colleghi. Su questo feci un post su fb e l’allora ministro Trenta mi contattò e la incontrai». Una strategia vessatoria, a suo dire che gli “ha cambiato la vita”. Casamassima ha tirato in ballo anche il generale Giovanni Nistri, comandante generale dell’Arma. «Un superiore in una conversazione mi evidenziò la volontà del generale di fare pressioni su di me», ha detto, rispondendo alle domande del pm. Contro Nistri ha presentato due denunce: una per diffamazione, l’altra per rivelazione del segreto d’ufficio. Nel corso della lunga testimonianza, Casamassima ha raccontato un episodio legato a Fabiola Moretti, donna legata alla banda della Magliana e arrestata alcuni anni fa dal carabiniere per una vicenda di droga. «I miei superiori sono andati a casa della Moretti perché mi volevano rovinare – ha sostenuto- lei, che era diventata mia informatrice, mi ha raccontato che mi stavano preparando un biscotto per rovinarmi». Il Comando generale dell’Arma ha definito “gravissime” le affermazioni, respingendole “con assoluta fermezza”. Il comunicato ricorda che sulle stesse accuse aveva svolto un approfondimento l’Anac riconoscendo, dopo “una accurata istruttoria”, la “piena legittimità dei provvedimenti adottati nei confronti” di Casamassima ed escludendo “sia qualsiasi carattere ritorsivo o discriminatorio o persecutorio e sia qualsiasi demansionamento”.

Attesa per la deposizione Maria Rosati, compagna di Casamassima, anche lei carabiniere e anche lei testimone chiave nella vicenda Cucchi. La militare era assente giustificata e la sua deposizione è stata rinviata ad una prossima udienza.  

Le operazioni salvavita degli imputati

Anche in una udienza della fine di gennaio sono emerse le paure di alcuni carabinieri che potessero sparie pezzi importanti di documentazione. I rischi di infangare l’Arma, le richieste arrivate dai superiori e la paura di essere incastrati di alcuni imputati sono emersi dalle intercettazioni contenute in un’informativa della Squadra Mobile per le indagini del 2018 sulla presunta catena di falsi.

In aula, il 29 gennaio, il capo della Squadra Mobile di Roma, Luigi Silipo, ha ripercorso come testimone dell’accusa una serie di elementi emersi da quelle intercettazioni. Tra questi, le conversazioni registrate dopo l’uscita del film su Stefano Cucchi, nel settembre 2018, in cui l’appuntato Gianluca Colicchio (oggi tra gli imputati e all’epoca piantone di turno alla stazione di Tor Sapienza, dove fu portato Cucchi dopo l’arresto e il pestaggio – ndr) diceva alla moglie di sapere come erano andate le cose e che le responsabilità erano dei carabinieri. Parole riferite anche ad un’amica della moglie. Le indagini, che riguardano nello specifico le doppie annotazioni sullo stato di salute di Cucchi attraverso i verbali della stazione di Tor Sapienza, rivelano anche un’altra serie di elementi. Il 22 settembre, giorno della notifica degli avvisi di garanzia ai tre carabinieri della stazione di Tor Sapienza all’epoca indagati e oggi imputati (Colombo Labriola, Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano), uno di loro, il luogotenente Colombo Labriola, parla all’appuntato scelto Gianluca Colicchio dell’avviso di garanzia e dell’esistenza delle doppie annotazioni, “modificate da Cavallo” (il tenente colonnello allora vice comandante del Gruppo Roma). Labriola avrebbe trasmesso annotazioni per riceverle modificate. E mentre Di Sano avrebbe firmato l’annotazione modificata, Colicchio si sarebbe opposto.

Modifiche e ordini di superiori che avrebbero suscitato anche molte diffidenze, alla luce di quanto stava emergendo durante il processo Cucchi bis sul pestaggio. “Io per fortuna, Fabio, la mail l’ho stampata. L’hanno vista in tanti. Ho fatto già un primo filmino, ma non viene bene. Lo devo rifare perché ho paura che mi cancellino la mail. E quella è il mio salvavita”, diceva al telefono, il 26 settembre 2018, il maresciallo Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza, parlando con il fratello Fabio. La conversazione si riferisce all’ordine impartito dalla scala gerarchica del Gruppo Roma di falsificare le annotazioni sullo stato di salute del 31enne geometra quando la sera dell’arresto venne portato in caserma e pestato. Colombo Labriola, ha sottolineato il capo della Mobile in aula, era preoccupato perche’ temeva di essere incastrato dai vertici dell’Arma e con quel filmato sulla mail si sentiva al sicuro, come fosse un’assicurazione da ogni rischio.

Non solo. Per i carabinieri c’era il rischio di infangare ancora l’Arma con la notizia della morte di Stefano Cucchi, dopo il caso mediatico per la vicenda del governatore Marrazzo di pochi mesi prima. Riferendosi al contenuto di una intercettazione telefonica del 2018 tra l’imputato Francesco Di Sano e suo cugino, l’avvocato Gabriele Di Sano, Silipo ha spiegato in aula che “l’immagine dell’Arma, già sporcata dalla storia della tentata estorsione ai danni dell’allora governatore del Lazio, sarebbe stata danneggiata ulteriormente se si fosse saputo del coinvolgimento di militari nel caso Cucchi. Il ragazzo morì il 22 ottobre del 2009 e il giorno dopo quattro carabinieri della Compagnia Roma Trionfale vennero arrestati per la vicenda Marrazzo”.

Per compilare una sorta di riepilogo di quello che è avvenuto prima del lockdown c’è da ricordare che nell’udienza del 26 febbraio, già a porte chiuse per il virus, sono stati ascoltati i carabinieri Pietro Schirone e Stefano Mollica, che si occuparono di portare Cucchi in tribunale dalla stazione di Tor Sapienza per l’udienza di direttissima dopo il fermo. In particolare, Schirone, all’epoca dei fatti in servizio presso la compagnia Casilina, aveva affermato nel corso del processo a carico di cinque colleghi accusati del pestaggio che Cucchi era stato malmenato e di avere raccontato delle sue impressioni anche ai diretti superiori.

«Il generale Alessandro Casarsa, allora Colonnello, dopo aver chiesto a Schirone se si rendeva conto di che peso avrebbero avuto per l’Arma dei carabinieri le sue dichiarazioni sullo stato di salute di Stefano la mattina dopo l’arresto, gli chiese anche se avrebbe avuto piacere a tornare in Puglia, nella sua città», aggiunse Ilaria Cucchi in un post sui social. Mollica era l’autista della pattuglia che fu chiamata a prelevare Cucchi per portarlo in tribunale. «Quando entrammo nella cella, lui si alzò a fatica dal letto; tant’e’ che camminava con difficoltà. Notai subito che aveva il viso gonfio, e arrossamenti intorno agli occhi. Gli dissi se aveva bisogno di un medico, ma lui rifiutò». Cucchi avrebbe dato al militare anche una duplice spiegazione di quei segni sul viso. “Inizialmente mi disse che erano stati i suoi amici, ma poi, invece, mi disse che era caduto dalle scale”.

Le motivazioni della sentenza per l’omicidio

Una vicenda viziata fin dai primi istanti come rilevano i giudici della corte d’Assise nella sentenza con cui hanno condannato per falso due carabinieri: «Il verbale di arresto di Stefano Cucchi appare già, ad una prima lettura, un concentrato di anomalie, errori ed inesattezze. Il soggetto sottoposto alla misura precautelare viene indicato nell’incipit con luogo e data di nascita a lui non pertinenti (…) Questa sagra degli errori rafforza la sensazione che l’attestazione dell’identificazione di Cucchi sia stata una (macroscopica, madornale) svista. L’omissione dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro tra gli autori dell’arrestato è stata casuale? La corte ritiene di dovere dare risposta negativa alla domanda. L’assenza dei due è funzionale alla cancellazione di qualsiasi traccia della drammatica vicenda avvenuta all’interno della caserma”.

«Stefano Cucchi viveva sino alla sera del 15 ottobre del 2009, in una condizione di sostanziale benessere, se non avesse subito un evento traumatico», scrivono ancora i magistrati nella sentenza di primo grado. Per evento traumatico la corte indica una “azione lesiva inferta da taluno”, un’azione che ha generato “molteplici e gravi lesioni, con l’instaurarsi di accertate patologie che hanno portato al suo ricovero e da lì a quel progressivo aggravarsi delle sue condizioni che lo hanno condotto alla morte”. “Una catena causale – afferma la corte – che parte, dunque, da un’azione palesemente dolosa illecita che ha costituito la causa prima di un’evoluzione patologica alla fine letale”. Per i giudici si tratta di “uno schema che, così, corrisponde perfettamente alla previsione normativa in tema di nesso di casualità tra condotta illecita ed evento e che, d’altra parte, rende chiara la differenza tra la mera causalità biologica, secondo la quale nessuna delle singole lesioni subite da Cucchi sarebbe stata idonea a cagionare la morte, e la causalità giuridico penale, nel rispetto della quale il nesso di causalità sussiste se quelle lesioni, conseguenza di condotta delittuosa, siano state tali da innescare una serie di eventi terminati con la morte, così come si è verificato nel caso in esame”.

Nelle motivazioni i giudici sgombrano qualsiasi dubbio sull’ipotesi che il decesso sia stato legato ad una forma di epilessia. La morte fu “originata dalla lesione in S4 tale da determinare un’aritmia letale” ed è, invece, ‘”inconsistente la tesi della morte per Sudep (morte improvvisa per epilessia da pazienti in buono stato di salute ndr), mera ipotesi non suffragata, anzi smentita, da alcuna evidenza clinica”.

Per quanto riguarda le condotte dei condannati, i giudici scrivono che è “indiscutibile che la reazione tenuta da D’Alessandro e Di Bernardo sia stata illecita e ingiustificabile. Una azione violenta nel corso dello svolgimento del servizio d’istituto, per un verso facendo un uso distorto dei poteri di coercizione inerenti il loro servizio, per altro aspetto violando il dovere di tutelare l’incolumità fisica della persona sottoposta al loro controllo”. In questo ambito è giudicato “credibile” il racconto di Tedesco, il carabiniere che per primo ha raccontato del pestaggio. “La narrazione del militare dell’Arma” sulle fasi dell’azione violenta avvenuta in caserma è stata riscontrata da diversi elementi probatori. Tedesco è intervenuto non soltanto per fare “cessare l’azione violenta” ma “ha spiegato in modo comprensibile e ragionevole il suo pregresso silenzio, sottolineando il ‘muro’ che aveva avuto la certezza gli si fosse parato dinnanzi costituito dalle iniziative dei suoi superiori, dirette a non far emergere l’azione perpetrata ai danni di Cucchi, e a non perseguire la volontà di verificare che cosa fosse realmente accaduto”, la sera in cui il geometra venne arrestato.

Sull’accusa di falso la corte d’Assise spiega che già “il verbale di arresto di Cucchi appare, ad una prima lettura, un concentrato di anomalie, errori ed inesattezze. Il soggetto sottoposto alla misura precautelare viene indicato nell’incipit con luogo e data di nascita a lui non pertinenti”. E ancora: “L’omissione dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro tra gli autori dell’arresto e’ stata casuale? La corte ritiene di dovere dare risposta negativa alla domanda. L’assenza dei due è funzionale alla cancellazione di qualsiasi traccia della drammatica vicenda avvenuta all’interno della caserma”.

Il pm: in appello via quelle attenuanti a Mandolini e ai picchiatori

Intanto, lo scorso 21 marzo, la procura di Roma ha impugnato la sentenza dello scorso novembre, con la quale la Corte d’Assise ha condannato i due carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale in merito al pestaggio subito da Stefano Cucchi la sera tra il 15 e il 16 ottobre del 2009, quando venne arrestato per detenzione di stupefacenti e portato in caserma. A seguito di quel pestaggio Stefano morì sei giorni dopo nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma.Il pm Giovanni Musarò che nella sua requisitoria aveva chiesto 18 anni per le violenze dei due militari contesta la concessione delle attenuanti generiche per gli imputati, che hanno portato a condanne più basse. La Corte d’Assise aveva concesso le attenuanti anche al maresciallo Roberto Mandolini – comandante della stazione Appia e superiore di D’Alessandro e Di Bernardo – condannato a tre anni e otto mesi per falso per aver manomesso le relazioni di servizio che nascosero il pestaggio. Per la Procura va anche aggiunta la condanna per la commissione del pestaggio per futili motivi. Quest’ultimo provvedimento era stato escluso nella sentenza della Corte con la motivazione della resistenza di Cucchi al fotosegnalamento, da considerarsi una “condotta oltraggiosa”, e per gli insulti rivolti agli stessi carabinieri. Ma la Procura, citando la testimonianza chiave di Francesco Tedesco – il terzo carabiniere e imputato che assistette al pestaggio -, sottolinea che ci fu “uno scambio reciproco di insulti” solo con Di Bernardo. Per i pm l’aggressione a Stefano da parte dei due carabinieri “fu una reazione gratuita”, in pratica “un pretesto”.

Sulle attenuanti generiche, che la Corte ha riconosciuto per l'”occasionalità dell’evento”, una serie di “concause alla morte” e lo stesso “comportamento tenuto da Stefano verso i militari”, il pm Musarò ha ricordato che D’Alessandro “si era vantato della sua condotta violenta”. Inoltre, citando le dichiarazioni di alcuni testimoni, D’Alessandro “aveva raccontato il pestaggio con spavalderia, ridendo della fine che aveva fatto Cucchi e che lo definiva drogato di merda”. Inoltre i due carabinieri si sarebbero “divertiti”. Non mancano le contestazioni anche sulle attenuanti attribuite al maresciallo Mandolini, che redasse il falso verbale di arresto di Stefano Cucchi: “il primo atto – secondo Musaro’ – di un gravissimo depistaggio”. Stessa condanna per falso ma due posizioni diverse per Mandolini e Tedesco, imputato-testimone chiave che con le sue dichiarazioni ha accusato D’Alessandro e Di Bernardo del pestaggio. Secondo la Procura di Roma, le attenuanti generiche attribuite dalla Corte a Tedesco non possono essere assimilate a quelle di Mandolini, il quale ebbe “un ruolo preponderante rispetto a Tedesco, che invece si limitò a firmare il verbale eseguendo un ordine perentorio”. Mandolini “ha inquinato le prove per dieci anni”, mentre Tedesco ha fornito “un apporto collaborativo” e manifestato anche una “resipiscenza”.

 

 

 

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