mercoledì 12 Agosto 2020

Una manifestante black al posto del mercante di schiavi

Una manifestante black al posto del mercante di schiavi

Bristol, una nuova statua al posto di Colston buttato al fiume dai manifestanti di Black Lives Matter. Raffigura una manifestante afrodiscendente

C’è una nuova donna al potere, un trionfante richiamo all’azione… Jen Reid in piedi sul piedistallo del Colston a Bristol, subito dopo il rovesciamento della statua. Si chiama Jen Reid, la donna afrodiscedente raffigurata da una statua che stamattina alle 5 è spuntata a Bristol, al posto di quella che raffigurava Edward Colston, mercante di schiavi, gettata nel fiume nel corso della manifestazione di Black Lives Matter del 7 giugno.

Reid era stata fotografata in piedi sul piedistallo vuoto dopo che l’abbattimento della statua raccontato anche su Popoff. L’immagine che ha circolato su Instagram mostra la sagoma di Reid contro il cielo grigio di Bristol, con i cartelli di cartone sparsi intorno al plinto, che è stato ricoperto di graffiti. Un cartello recita: “Chi accetta il male senza protestare, collabora con esso”. Ricorda una citazione di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore”.

 

Quinn

 

L’artista è Marc Quinn che ha spiegato che la statua in resina nera – A Surge of Power – è  una “installazione pubblica temporanea”. A ispirare il lavoro un’immagine di Jen Reid fotografata quel giorni, in piedi sul piedistallo ormai vuoto, con il pugno alzato durante le proteste contro la police brutality sull’onda di sdegno e dolore per l’omicidio negli Usa di George Floyd da parte di un poliziotto bianco spalleggiato da tre colleghi. Quinn ha poi contattato Reid attraverso i social media e hanno lavorato insieme. Prima stampando in 3D a sezioni, poi fondendo in resina, infine assemblando con un team di artigiani. «La posa per la scultura – dice Reid – ha riportato alla mente tutti i ricordi, i sentimenti e le emozioni di quando sono salita. Mi sentivo potente».

«Il razzismo – dice Quinn – è un problema enorme, un virus che deve essere affrontato. Spero che questa scultura continui questo dialogo, che la tenga in primo piano nella mente delle persone, che sia un conduttore di energia. L’immagine creata da Jen quel giorno – quando si trovava sul piedistallo con tutta la speranza del futuro del mondo che le scorreva dentro – faceva sentire più reale di prima la possibilità di un cambiamento più grande».

L’attivista, da parte sua, ha detto che la scultura è importante perché serve a «mantenere il percorso verso la giustizia razziale e l’equità. Tornando a casa dopo le proteste del 7 giugno, ho sentito un impulso travolgente a salire su quel piedistallo», si legge in una dichiarazione sul sito web di Quinn.

«Quando ero lì in piedi sul piedistallo, e ho alzato il pugno in un saluto di Black Power, è stato del tutto spontaneo, non ci ho nemmeno pensato. Era come se una carica di energia elettrica mi attraversasse in memoria di George Floyd, e per ogni nero ucciso dalla polizia per essere nero, e per coloro che affrontano ogni giorno l’ingiustizia in base al colore della loro pelle”.. Questa scultura serve a costruire un futuro per mia madre, per mia figlia, per le persone di colore come me».

La statua di Colston – che si trovava nel centro di Bristol dal 1895 – è stata trascinata al porto per essere gettata nel Pero’s Bridge – chiamato così in onore dell’uomo schiavo Pero Jones che visse e morì in città. Il Comune di Bristol l’ha recuperato qualche giorno dopo e sarà esposta in un museo insieme ai cartelli della protesta di Black Lives Matter. La questione della sua rimozione non era nuova. Ci sono state, negli anni, petizioni firmate e riunioni. L’artista Hew Locke, nella sua serie Restoration del 2006, ha presentato la sua risposta. In un’opera fotografica intitolata Colston, Locke ha ricoperto la statua di gingilli, perline e conchiglie che venivano usate come moneta per il commercio degli schiavi.

Anche in Italia, dopo le belle manifestazioni in Piazza del Popolo del 7 giugno e alla Stazione centrale di Milano, le reti delle seconde generazioni e l’associazionismo antirazzista la questione della decolonizzazione del discorso pubblico ha fatto irruzione anche sulla stampa mainstream – come alcune testate della famiglia padrona della Fiat – e si prova a costruire il percorso per stabilizzare un BLM all’altezza della situazione, capace di schivare gli appetiti di vecchie volpi della politica, non solo bianche, foglie di fico per partiti che vogliono apparire antirazzisti ma non sono capaci né di smantellare i lager per migranti da loro stessi inventati, né di abolire i decreti del razzista Salvini, né di scrivere una legge dignitosa sulla cittadinanza.

 

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