giovedì 22 Ottobre 2020

Francia, un reporter diventa poliziotto per svelare il razzismo in divisa

Francia, un reporter diventa poliziotto per svelare il razzismo in divisa

Un giornalista francese infiltrato in polizia  ha descritto la cultura del razzismo e della violenza che pervade il mondo in divisa

Valentin Gendrot sostiene che la violenza è stata così frequente da diventare quasi banale e descrive un incidente in cui è stato costretto a contribuire a falsificare le prove contro un adolescente che era stato picchiato da un agente.

Un giovane ragazzo migrante, picchiato da un agente di polizia, lontano dagli sguardi, all’interno di un furgone, prima di essere abbandonato in un quartiere lontano dal luogo del suo violento arresto. “Quelli come lui meritano di morire”, dice uno dei sei membri dell’equipaggio. E’ il marzo 2019. Dopo la formazione come assistente alla sicurezza (ADS) e un anno di permanenza in prefettura, il giornalista Valentin Gendrot è stato appena assegnato alla stazione di polizia del 19° arrondissement di Parigi. Qui, in qualità di agente numero 299145, gli fu consegnata la sua uniforme e la pistola. La stazione copre uno dei quartieri più duri di Parigi, con 190.000 abitanti e un particolare problema di delinquenza minorile, droga e prostituzione. Fin dai primi giorni, vestito con la sua uniforme, è stato “complice del pestaggio di un giovane migrante”.

Complice, testimone silenzioso, Valentin Gendrot ha trascorso sei mesi immerso nelle forze di polizia in cui ha voluto infiltrarsi “per essere il primo a tentare il colpo, per sfida personale”, e per conoscere la vita quotidiana di una stazione di polizia, la violenza impunita, ma anche quanto siano mal addestrate e pagate le reclute della polizia e come il costante stress e l’ostilità e la violenza quotidiana che affrontano spingano gli agenti alla depressione e al suicidio. Nel 2019, 59 agenti di polizia si sono uccisi, con un aumento del 60% rispetto all’anno precedente. Un dato che trasforma in merda le dichiarazioni d’amore e le retoriche dei partiti di destra e di governo nei confronti delle forze di polizia dove drenano voti e militanti.

Scritta in prima persona, questa storia è prima di tutto quella di un giornalista specializzato più in immersioni (questa è la settima) che nelle tematiche di polizia. Per prepararsi a questa infiltrazione, si è naturalmente ispirato alla giornalista Florence Aubenas (vittima di un rapimento in Iraq nel 2005) che, in “Quai de Ouistreham”, racconta di come abbia passato sei mesi a fare lavori occasionali, tra cui le pulizie sui traghetti.

Di Gendrot si parla in articoli usciti, uno dopo l’altro sul sito francese Mediapart, su Le Monde e sul quotidiano inglese The Guardian, le uniche testate che hanno potuto leggere in anteprima il libro, Flic, pubblicato da Editions Goutte d’Or, editore di nicchia che produce tre libri all’anno. Pubblicato in estrema segretezza, stampato in Slovenia e le librerie in Francia lo hanno ordinato senza conoscerne i dettagli. I tre giornalisti hanno potuto leggere il manoscritto negli uffici dell’avvocato dell’editore dove hanno intervistato l’autore, che ha raccontato di essersi arruolato sotto il suo vero nome. Una ricerca su Google rivela che Gendrot non ha una grande impronta su internet o sui social media, ma in ogni caso, così dice, i reclutatori della polizia non hanno scavato nel suo passato. Ha cambiato i suoi occhiali rotondi per sembrare meno “bookish”, meno intellettuale.

“Se non vuoi bruciarti, devi essere te stesso. Non puoi inventarti tutto su quello che saresti stato”, ha riferito a Mediapart. E questo è un bene perché “quei poliziotti mi ricordano da dove vengo”, si legge nel suo libro. «Spesso si tratta di provinciali come me. Spesso sono di classe media come me. (…) Questa vicinanza solletica un punto dolente… La sensazione di non appartenere a nessuna comunità. Mi sento troppo istruito per le mie origini e troppo rozzo per il mondo giornalistico parigino». 

Per immergersi più rapidamente nell’istituzione, Gendrot ha scelto di diventare un assistente alla sicurezza, “una forza di polizia a basso costo”, secondo un istruttore, il cui tempo di formazione è quattro volte più breve (tre mesi invece di dodici) di quello dei già sbrigativi operatori di pace. In soli tre mesi sei già per strada, di pattuglia, con la pistola. “Sono orgoglioso delle loro uniformi, un senso di appartenenza a un’unità”, ha detto il giornalista infiltrato.  All’accademia di polizia di Saint-Malo, il vicino di letto di Valentin è un cattolico integralista che da tempo frequenta “collezionisti di militaria, souvenir del Terzo Reich, come il busto di Hitler”, ed è accanto a Mick, che soprannominava gli “arabi”, “briciole”, “grigi” [e che] “deporterebbe i migranti con voli charter”. Dopo il corso, con uno stipendio di 1.340 euro al mese, Valentin è stato assegnato all’infermeria psichiatrica della centrale di polizia di Parigi (I3P). In questo servizio, unico in Francia, situato in un annesso dell’ospedale di Sainte-Anne, la prefettura rinchiude, per un massimo di 48 ore, le persone con disturbi comportamentali che rappresentano un “pericolo imminente per la sicurezza personale” secondo il codice della sanità pubblica.

Anche se queste persone hanno diritto ad un avvocato, Valentin non ne vedrà uno durante i suoi quindici mesi di presenza. I pazienti che ho visto venire qui erano tutti isolati”, scrive. “Sono dimenticati dagli dei e dagli uomini”, mi disse una volta un’infermiera. Persone in crisi, tossicodipendenti, senzatetto, migranti». Il 9 marzo 2019, Valentin viene finalmente trasferito alla stazione di polizia del 19° arrondissement. Questo incarico è fondamentale per la sua infiltrazione: “Questo è quello che volevo ottenere e mi ero prefissato sei mesi di immersione in questo luogo”, spiega a Mediapart.

Lì ha scoperto gli arresti dei venditori ambulanti, “operazioni scadenti”, che permettono di gonfiare “artificialmente le statistiche” e il razzismo quasi quotidiano di alcuni poliziotti contro quelli che chiamano “bastardi”, cioè un giovane ragazzo piuttosto nero o arabo. A volte è anche un migrante”.   “Nella mia stazione di polizia, ogni giorno vengono pronunciate parole razziste, omofobe e maschiliste. Provengono da alcuni colleghi e sono tollerati o ignorati da altri”. Vede poliziotti “picchiare un immigrato nero contro una pensilina dell’autobus e poi nel furgone della polizia; picchiare un altro immigrato marocchino […] schiaffeggiare le facce di diverse persone in custodia della polizia, sempre arabe o nere”».  

“Non vedono un giovane, ma un delinquente… una volta stabilita questa disumanizzazione tutto diventa giustificabile, come picchiare un adolescente o un migrante”, scrive, aggiungendo: “Quello che mi stupisce… è a che punto si sentono intoccabili, come se non ci fosse un superiore, non ci fosse sorveglianza da parte della gerarchia, come se un poliziotto potesse scegliere – secondo il suo libero arbitrio o come si sente in quel particolare momento – di essere violento o meno. “Andiamo a caccia! Il sangue chiama sangue”, sente dai suoi colleghi che “vanno a caccia di bastardi”. Fino al giorno in cui aiuta a scrivere un rapporto falso per coprire uno dei suoi colleghi che ha preso a pugni un giovane. Come ha detto a Mediapart, “dal punto di vista giornalistico, ho in mano l’oro. Ma come cittadino, ovviamente non posso accettarlo. Ma so che scrivendo questo libro posso denunciare i fatti e può anche convincere gli altri a farlo. La falsificazione di un atto pubblico è quindici anni di carcere, è peggio che colpire un minorenne. Da parte mia, ovviamente tornerò indietro sulla mia dichiarazione riguardo a questo minore”.

Questa immersione è una nuova prova del razzismo sistemico e della violenza impunita della polizia. Per questo giornalista non è stata priva di conseguenze. “Mi rendo conto che nell’arco di sei mesi il mio livello di umanità e di empatia si è abbassato. È come se questo lavoro mi avesse vaccinato contro la sensibilità”, conclude.

Va ricordato che il sito Mediapart (che Popoff consulta molto spesso) ha messo in piedi un osservatorio – impensabile in Italia dove i giornali “perbene” dipendono dalle veline di polizia e carabinieri – per documentare le pratiche della polizia dentro e fuori i contesti di piazza ed esplorare i temi centrali che attraversano i più influenti account Twitter della polizia e dei suoi osservatori. Allô Place Beauvau denuncia la violenza della polizia, Allô IGPN guarda come viene trattata dalla polizia stessa, e Radio Police, come tutti ne parlano. Nelle stesse ore in cui i due quotidiani più autorevoli d’Europa rivelavano questo agghiacciante spaccato di ordinaria quotidianità di polizia, tanto per tornare in Italia, il servizio pubblico Radio 3 Rai ha trasmesso un filo diretto sull’omicidio di Colleferro, un giovane che voleva difendere un compagno di scuola trucidato da un branco di fanatici delle arti marziali, trovando spazio per intervistare in quel contesto un’associazione di “amici della polizia stradale” sul presunto fenomeno delle aggressioni crescenti alle forze dell’ordine!

Gendrot, 32 anni, bretone, ha lavorato su giornali e radio locali dopo la laurea in giornalismo e ha svolto diverse indagini sotto copertura – tra cui il lavoro su una linea di produzione Toyota e in un supermercato Lidl – prima di entrare in polizia.

“Volevo andare sotto copertura in un commissariato di polizia per poter mostrare quello che non vediamo mai. In Francia ci sono due grandi tabù: gli abusi e i suicidi della polizia. In Francia la gente o ama la polizia o la detesta. Pensavo che dovesse essere più sfumato”, ha detto al Guardian. “Questo libro non è contro la polizia. È un resoconto fattuale della vita quotidiana di un agente di polizia in un quartiere difficile di Parigi”.

Flic arriva nelle librerie francesi mentre le forze di polizia affrontano le critiche su più fronti. L’uso spropositato di gas lacrimogeni e proiettili di gomma durante più di un anno di manifestazioni di gilet jaunes è stato ampiamente documentato. La morte di George Floyd negli Stati Uniti ha fatto rivivere la rabbia in Francia per la morte di Adama Traoré in custodia della polizia nel 2016. Nel gennaio di quest’anno, Cédric Chouviat, 42 anni, è morto per un attacco di cuore che si presume sia stato causato da asfissia, mentre veniva arrestato dalla polizia di Parigi. Ma la lista dei crimini in divisa documentati negli ultimi mesi è davvero impressionante (nel 2019, 22 indagini contro agenti di polizia per commenti razzisti sono state deferite ai tribunali, secondo il ministro dell’Interno) e correlata all’urgenza di trasformare il conflitto sociale, vivacissimo dall’altra parte delle Alpi, in un problema di ordine pubblico.

 

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