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Ma che fine ha fatto il Don’t Pay italiano?

La Campagna Noi Non Paghiamo continua e sarà ancora più interna ai percorsi di convergenza insorgenza

La Campagna Noi Non Paghiamo è giunta alla fine della prima fase, decollata alla fine dell’agosto scorso sulla scia di Don’t Pay Uk, un’iniziativa analoga in Gran Bretagna.

«L’obiettivo di raggiungere il milione di adesioni entro novembre, molto ambizioso visto il breve lasso di tempo a disposizione, non è stato raggiunto», ammettono i promotori avvertendo che «non sono venuti meno i bisogni di una classe che paga i costi della crisi: la crescita dell’inflazione, l’aumento dei beni di prima necessità e delle bollette, ne sono solo alcuni degli aspetti più evidenti».

“Noi Non Paghiamo”, tuttavia, ha raggiunto alcuni obiettivi significativi. Il primo è senz’altro quello di essere riuscita a caratterizzarsi con una chiara impostazione e prospettiva anticapitalista. Questo ha permesso che in nessun modo la campagna potesse cedere alle sirene populiste, sovraniste, reazionarie. E ha lasciato poco spazio alla pletora di comitati “gentisti” pronti a enfatizzare le voglie di evasione fiscale del cosiddetto popolo tartassato. A rubarle la scena, prevedibilmente, sono state la campagna elettorale e l’insediamento del governo Meloni, inoltre le grandi associazioni hanno preferito praticare la strada di fare appello alle istituzioni per mitigare il peso delle bollette piuttosto che organizzarsi per denunciare i meccanismi speculativi della formazione dei prezzi.

In poche settimane, però, la campagna è riuscita ad allargare invece il proprio perimetro, dai primi nuclei di attivisti della rete ecosocialista fino a coinvolgere settori di sindacalismo conflittuale, organizzazioni e militantə della sinistra sociale e politica, i movimenti ecologisti, i disoccupati organizzati napoletani, con cui ha attraversato i momenti più significativi dei percorsi di convergenza-insorgenza, a partire dai cortei nazionali del 22 ottobre a Bologna, del 5 novembre a Napoli e del 3 dicembre a Roma seguita da un’assemblea nazionale del movimento.

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Un’assemblea nazionale online, lo scorso 4 dicembre ha riunito tutti i gruppi territoriali della campagna, interagendo ancora una volta con il tragitto dell’”insorgiamo” della GKN, i disoccupati e le disoccupate di Napoli, il sindacalismo conflittuale, movimenti ecologisti e per il diritto all’abitare, organizzazioni politiche che hanno ribadito la volontà di proseguire la campagna stessa, al di là della scadenza iniziale del 30 novembre e in connessione con i movimenti sociali europei con piattaforme analoghe. Anche nel Regno Unito, d’altronde, il percorso del Don’t Pay s’è saldato con la campagna Enough is Enough, quando è troppo è troppo e le vertenze nelle ferrovie, nelle poste, nei porti, nella sanità e nell’istruzione dopo alcuni decenni di atteggiamenti difensivi del sindacato. Una solidarietà intersindacale che non si vedeva dagli anni Settanta e che venne vietata per legge all’inizio dell’era Thatcher. Una novità è anche l’ampio sostegno che questi scioperi hanno suscitato nell’opinione pubblica britannica nonostante le norme antisindacali, le minacce del governo e i ripetuti tentativi dei media e dell’establishment di demonizzare queste lotte.

Cinque le richieste della campagna britannica: Un vero aumento di stipendio; Riduzione delle bollette energetiche; Fine della povertà alimentare; Case dignitose per tutti; Tassare i ricchi. Questo perché i tassi marginali di profitto sono aumentati, non solo nelle grandi aziende di trasporto, energia e farmaceutiche. Nel 2021 i profitti sono stati storici. Con una mossa senza precedenti, le cinque maggiori banche francesi hanno generato più di 31 miliardi di euro di profitti nel 2021. La spagnola Santander ha registrato 8,1 miliardi di euro di utile netto, l’italiana Intesa San Paolo 4,2 miliardi di euro e la tedesca Deutsche Bank 3,4 miliardi di euro. Il margine operativo di Volkswagen è quasi raddoppiato, raggiungendo i 20 miliardi di euro. Nella prima metà del 2022, Shell (Paesi Bassi) è in testa con utili per 20,6 miliardi di dollari, seguita da BP (Regno Unito) con 21,5 miliardi di dollari e TotalEnergies (Francia) con 14,7 miliardi di dollari.

Su parole d’ordine come “facciamola pagare ai ricchi”, dentro e fuori l’Unione Europea si stanno sviluppando movimenti di sciopero e mobilitazioni popolari per resistere all’esplosione del costo della vita e continua anche in Italia la costruzione dei Gruppi territoriali e delle interazioni con il percorso della Convergenza rappresentando e immaginando “Noi Non Paghiamo” come UN luogo PER la convergenza a disposizione di tutti e tutte.

L’assemblea del 4 dicembre ha espresso la volontà di rilanciarsi proponendo a tutte e tutti di costruire iniziative durante il periodo natalizio che denuncino il carovita, feste per tutti/e o per nessuno/a, senza smettere di continuare a denunciare il caro bollette.

Sarà poi il tempo di incontrarci in una assemblea nazionale in presenza da farsi a gennaio a Roma, un luogo uno spazio comune da mettere a disposizione della convergenza.

Questo ed altro ancora, provandosi anche a dare una connotazione internazionalista alla campagna contro il carovita, a partire dall’esperienza inglese per passare a quella francese e belga, per ricomporre il fronte unico degli sfruttati e delle sfruttate da opporre alla classe sfruttatrice.

La campagna rappresenta una possibile e necessaria risposta politica all’aggressione in atto contro le condizioni materiali di vita di milioni di persone: indica la possibilità e la necessità di organizzarsi collettivamente, di trovare nuove forme di lotta che prevedano anche di non pagare, disobbedire, scioperare!

«Dobbiamo moltiplicare i gruppi territoriali – è l’appello dei promotori – con l’esperienza delle assemblee popolari nei territori e nei luoghi di lavoro e non una competizione tra gruppi autorganizzati, dobbiamo uscire dall’autoreferenzialità».

La situazione per milioni di persone, tra crisi economica, recessione, venti di guerra impetuosi, peggiorerà sempre di più. Il governo Meloni, in totale continuità con i governi precedenti, continua a colpire chi già oggi vive in difficoltà: condono fiscale, flat tax, ritorno dei voucher, il rilancio dell’energia derivante da fonti fossile con nuove trivellazioni nell’adriatico, innalzamento alla soglia del contante, l’attacco violento al reddito di cittadinanza sono alcuni dei provvedimenti di un esecutivo che toglie ai poveri quel poco che è rimasto per darlo ai ricchi sempre più ricchi, e per aumentare il livello di sfruttamento già enorme.

«E’ necessario che la campagna – spiegano a Popoff – con le sue parole d’ordine unificanti, divenga parte di una battaglia e di una nuova riflessione generalizzata contro il carovita e per la difesa di tutti quei settori che ne sono maggiormente colpiti. Un nuovo inizio da costruire collettivamente. Non più solo bollette ma anche: casa, spesa alimentare e sanitaria, scuola e istruzione, trasporti. Per riconquistare la scala mobile, per una riforma fiscale e patrimoniale che prenda la ricchezza accumulata in questi anni dai padroni e la ritrasferisca».

Lo spazio della campagna si propone come «contenitore orizzontale ed inclusivo, capace di sviluppare e saldare tutte le lotte che si oppongono al carovita e capace di proporre soluzioni concrete da adottare immediatamente in ogni settore per proteggere e migliorare le condizioni di vita per la parte più povera e più precaria della popolazione.

Uno spazio dove possano interagire anche obiettivi e visioni nuove quanto assolutamente necessarie, accomunate da una critica radicale e cosciente degli attuali assetti produttivi e di rapporti di produzione che producono contestualmente povertà precarietà, devastazione ambientale ed ecologica epocale che mette a repentaglio la stessa vita sul nostro pianeta e che non può essere affrontata in modo disgiunto e separato dal resto. La campagna Noi Non Paghiamo, infatti, oltre ad esprimere costantemente la sua incompatibilità con l’attuale sistema economico, produttivo e sociale, ha il suo asse fondante nella richiesta di uscita dal fossile e di una produzione/consumo di energia commisurata ai bisogni sociali e non ai profitti ed al business, nella relazione con i soggetti sociali in lotta contro i cambiamenti climatici».

“Noi Non Paghiamo”, insomma, è un mezzo e non un fine. Uno strumento a disposizione della convergenza, basato su Assemblee Popolari, uno strumento intersezionale, perché più o meno consapevolmente sempre più ampi settori radicali della sinistra, dell’ecologia, del transfemminismo e dell’anti-specismo, stanno comprendendo vicendevolmente che non può esserci giustizia ambientale senza giustizia sociale.

“Per questo, per altro per tutto” (come dicono alla Gkn), l’Assemblea ha indicato la costruzione di una campagna aperta contro il carovita da realizzare sui territori: un percorso da costruire collettivamente e che sia in grado di dialogare, e perché no affiancarsi, ai percorsi che si oppongono al peggioramento delle condizioni in ambito lavorativo, o a quei percorsi che intervengono contro i continui attacchi alle fasce più deboli della popolazione oramai sempre più larghe ed in difficoltà.

«Occorre preparare il movimento per una nuova stagione di lotte popolari che riescano a contribuire anche a ribaltare gli attuali rapporti di forme e a chiudere i conti con questo abominio chiamato capitalismo», concludono i promotori annunciando per i prossimi giorni e le prossime settimane le date dei nuovi appuntamenti discussi nella assemblea nazionale del 4 dicembre.

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