domenica 23 settembre 2018

Fuori dai grandi eventi #NoExpoMayday2015

Fuori dai grandi eventi #NoExpoMayday2015

Expo non è un evento ma un modello che genera dinamiche perverse di lunga durata. Occorre unificare le lotte.

da Milano Checchino Antonini

Cemento, precarietà, lavoro gratuito, multinazionali, sponsor pervasivi, greenwashing (l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte delle aziende), infiltrazioni mafiose, esproprio di democrazia, specismo e pinkwashing (l’ammiccamento formale alla parità di genere): le implicazioni dell’Expo sui rapporti di forza tra le classi, sugli stili di vita e sui territori sono ormai dispiegate sotto gli occhi di tutti. Così come sono evidenti le connessioni tra l’Expo milanese e le due “riforme” del governo Renzi – sblocca Italia e jobs act – per cui la kermesse milanese si configura come la prefigurazione degli effetti delle nuove leggi e, nello stesso tempo, come lo spazio in cui quelle norme vengono messe a punto dentro una gigantesca operazione di decostruzione e ricostruzione dell’immaginario collettivo. Perfino la soap opera nazional-popolare, “Un posto al sole”, ha modificato nelle ultime settimane, in funzione dell’Expo, la propria sceneggiatura. Giornali, pubblicità, testimonial d’eccezione e, specularmente, le solite paranoie sulla calata dei black bloc per bruciare il terreno della possibile saldatura tra reti di attivisti e ampi settori di opinione pubblica. Il refrain è quello consueto: non lasciatevi sfuggire questa occasione, servirà a rilanciare l’economia, a far volare il turismo.

Fin dalla sua incubazione, Expo ha preso a generare dinamiche sociali, politiche e finanziarie che vanno ben oltre l’evento. Secondo Greg Clark, consulente per lo sviluppo del sindaco di Londra e per le strategie del governo inglese, «la presentazione della candidatura per un evento globale incoraggia l’adozione di nuovi punti di riferimento per lo sviluppo urbano, dettando nuove regole di ingaggio». In poche parole «presentare una candidatura significa accelerare la pianificazione dello sviluppo e i progetti di trasformazione urbana», è motore di sviluppo e occasione di governance, incentivazione del mercato immobiliare e dell’infrastruttura delle regione, cemento verticale e orizzontale. Altre costruzioni e altre autostrade. In definitiva significa riscrivere i rapporti di forza, partecipare alla gigantesca operazione di trasferimento della ricchezza che va sotto il nome di neoliberismo.

Così come sono evidenti i nessi tra la tornata contrattuale innescata dal jobs act (e dagli accordi del 31 luglio e del 10 gennaio) e l’accordo milanese del 2013 che per la prima volta ha visto la firma della Cgil in calce a un’ipotesi di lavoro gratuito di massa. L’Expo aveva promesso 70mila posti di lavoro ma si accontenterà di 20mila, pare, di cui 18500 a titolo gratuito. La corsa ai grandi eventi è questo e altri grandi eventi si affastellano nell’agenda italiana: nel 2019, Matera sarà Capitale europea della Cultura e ricorrerà il Cinquecentenario della morte di Leonardo; nel 2021 saranno i 700 anni dalla morte di Dante e Firenze e Ravenna potrebbero essere oggetto delle stesse perniciose attenzioni che sta subendo Milano. Per non dire di Roma che s’è candidata alle Olimpiadi del 2024.

Nulla di più errato nel percepire l’Expo come un evento. E’ un pezzo di un processo permanente, un modello di sviluppo. Dunque il No Expo, specularmente, dovrà sfuggire al rischio di rappresentarsi come un evento e provare a costruirsi come movimento. Con radici e ali, istituzioni di movimento e un’agenda condivisa che provi a ribaltare i rapporti di forza. Non solo vie di fuga parziali – e dunque minoritarie – ma reti permanenti a partire dal mutuo soccorso tra tutti i comitati contro le grandi opere e tra le esperienze di conflitto contro la precarietà nei luoghi di lavoro.

Alla vigilia della May day sembra chiaro a vasti settori delle reti promotrici che otto anni di lavoro No Expo non possono esaurirsi in una sola giornata, in un evento, appunto. Ci sono alcuni segnali in questa direzione – come la campagna #IoNonLavoroGratisPerExpo e la diserzione di massa dei giovani selezionati dalle scandalose proposte di contratti di apprendistato e di stage a 500 euro al mese, dalle prove generali di sciopero sociale all’evocazione di una coalizione sociale fino alla campagna europea di solidarietà, ancora in gran parte da costruire, con il governo di Syriza in Grecia – ma il contesto rimane quello di un panorama politico frastagliato e di un paesaggio sociale atomizzato. Che sia davvero un’occasione questa Expo, ma per rilanciare il conflitto e generalizzarlo.

 

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