Vitaliano Della Sala, dopo 17, anni può tornare alla sua parrocchia

Vitaliano Della Sala, dopo 17, anni può tornare alla sua parrocchia

Sospeso a divinis nel 2002, ora don Vitaliano può tornare a S.Angelo a Scala. Merito di Bergoglio, ritengono sia lui che Agnoletto. Cosa fanno ora i leader del 2001

Vitaliano Della Sala, era un po’ che non se ne sentiva parlare. Nel 2002 la sua sospensione a divinis da parte di monsignor Tarcisio Nazzaro, abate-vescovo di Montevergine che lo cacciò dalla parrocchia di Sant’Angelo a Scala. suonò come una scomunica. Vitaliano, classe 1963, era (ed è) un prete. Ma un prete che s’era schierato, senza se e senza ma, dalla parte delle insorgenze che diedero vita alla stagione dei social forum, a cavallo del secolo. Contro quella decisione si scagliò l’intera comunità con anziani e bambini a bloccare l’ingresso della chiesa per impedire l’arrivo del nuovo prete. Il pretesto erano i suoi «contatti con movimenti che non sono in armonia con il Tuo stato sacerdotale»; la partecipazione «ad ogni manifestazione di dissenso, l’accusa di disobbedire al vescovo», così si leggeva nella nota di interdizione. In realtà probabilmente pesavano soprattutto pressioni vaticane su monsignor Nazzaro, legate all’esigenza di punire don Vitaliano soprattutto per la partecipazione al «World Gay Pride» del 2000, durante il quale aveva accusato dal palco l’allora Segretario di Stato cardinale Angelo Sodano per il ruolo svolto in Cile durante gli anni della dittatura di Pinochet, un dittatore a cui lo stesso Wojtyla dedicò una messa privata in un viaggio a Santiago. Don Vitaliano fu poi successivamente «perdonato» da monsignor Francesco Marino, allora vescovo di Avellino.

Don Vitaliano però non fu pienamente reintegrato nelle sue funzioni, non gli venne restituita la parrocchia da cui era stato rimosso, quella di San Giacomo apostolo a Sant’Angelo a Scala. Nel 2009 divenne amministratore parrocchiale (che nel diritto canonico è una figura facente funzioni di parroco, senza la titolarità della parrocchia) della chiesa di S.Pietro e Paolo a Mercogliano, dove don Vitaliano era era stato seguito dai vecchi parrocchiani santangiolesi che, invece, disertavano la chiesa del loro paese dopo la sua rimozione. Nel corso degli anni, finalmente, è caduto anche l’«interdetto» a celebrare a Sant’Angelo a Scala che non il vescovo, ma uno dei parroci che era succeduto a don Vitaliano aveva stabilito e che gli impediva di fatto di celebrare nel paese dove era stato prete per oltre dieci anni. Ora con l’arrivo del nuovo vescovo di Avellino, Monsignor Arturo Aiello, don Vitaliano diventa anche vice direttore della Caritas di Avellino: «Se esiste la Caritas – dice Vitaliano – se esistono le associazioni di solidarietà e volontariato, significa che quelli che dovrebbero farlo per dovere non rispondono adeguatamente. Il mio sogno è che non ci sia più bisogno della Caritas. Ma siamo lontani».

«In realtà io non sono mai cambiato. Ho continuano a fare ciò che ho sempre fatto, cioè stare accanto agli ultimi e aiutare la gente. La verità è che la Chiesa, oggi, con i suoi vertici, è cambiata e quindi muta anche il modo di pensare. Senza alcuna presunzione, ma io, già 15 anni fa condividevo il pensiero che sta diffondendo ora Papa Francesco», dice Vitaliano della Sala, «sono cambiate le persone ai vertici e sono cambiati i modi di pensare. La mia posizione non è cambiata da un momento all’altro. Ma nel corso degli anni. Già quando la giurisdizione della mia chiesa passò con Avellino ci furono dei piccoli passi in avanti: mi affidarono la chiesa dell’Annunziata, quella centrale di Mercogliano, poi ho celebrato messa anche in altre parrocchie dei comuni vicini. Insomma, Dal 2002 ad oggi non sono stato mai fermo». Certo, ammette, «mi ha fatto soffrire il fatto di non essere stato compreso, perché non ho mai pensato che stessi facendo una cosa sbagliata. Io non sono mai stato contro la Chiesa. Quindi essermi sentito messo da parte per un po’ mi ha fatto soffrire». L’abate di Montevergine, Tarcisio Nazaro, non ha mai avuto ripensamenti nei suoi confronti? «Credo mai. Però prima di morire, mi ha convocato al suo capezzale. Mi ha stretto la mano ed io l’ho letto come un perdono».

«Tutto merito di Francesco»

Anche Vittorio Agnoletto, all’epoca portavoce del Gsf, è convinto che la riabilitazione sia una delle conseguenze del pontificato di Papa Francesco, sebbene siano già cinque anni che il gesuita argentino è saldamente sul seggio di Pietro. «La notizia è estremamente positiva e credo metta fine anche ad una sofferenza interiore di don Vitaliano, che ha sempre rivendicato lo spirito assolutamente evangelico della sua predicazione e dei suoi atti». Ancora: «Il vento di novità portato da Papa Francesco, la sua apertura ai movimenti sociali, la piena legittimazione e l’aver posto questi movimenti come il sale della democrazia, ci ha messo un pò di anni ma è arrivato e ha portato anche al reintegro di don Vitaliano. Una questione che non va vissuta solo come un fatto individuale ma va colto il senso e il significato più ampio di questo gesto: lui non torna sotto atto di pentimento ma c’è piena accoglienza e legittimazione del suo percorso».

«Ricordo un fatto di cui i media hanno parlato poco – racconta ancora l’ex portavoce del Genoa Social Forum – Papa Francesco nel novembre del 2016 organizzò un incontro, il Terzo Forum Mondiale dei movimenti popolari. Io fui uno dei pochissimi italiani chiamati a partecipare». Tra i convocati circa 180 figure significative e leader delle organizzazioni sociali di tutto il mondo.«Ricevetti – riprende il portavoce del Gsf – una lettera e praticamente trovai tra i convocati i protagonisti del Forum Sociale di Porto Alegre, i responsabili a livello mondiale. Fu un confronto di 4 giorni, con la cerchia dei più stretti collaboratori del Papa, che si concluse con un’udienza generale alla presenza di Bergoglio e che vide seduto in prima fila Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, che a suo tempo fu un guerrigliero per la lotta di liberazione del suo popolo».

«Nel suo discorso, nell’ultima parte – prosegue Agnoletto – il pontefice spronò i movimenti sociali ad andare avanti e prese posizioni chiarissime, parlando di terrore e muri, di chi governa con la frusta della paura e delle diseguaglianze, esortando alla partecipazione da protagonisti per il bene comune. Francesco non ha messo all’indice ma portato a casa sua questi gruppi».

Oggi il Genoa Social Forum del 2001 non esiste più, sopravvivono molte delle sigle che lo componevano e le singole istanze. I temi della piazza di Genova, dalla globalizzazione, alle migrazioni, al cambiamento climatico e alle disuguaglianze, sono ancora più che attuali. «Oggi i dati diffusi da Credit Swiss – conclude Agnoletto – ci dicono che l’8,6% della popolazione mondiale controlla l’85% ricchezza mondiale. La crisi del 2008 fu conseguenza di quel modello che avevamo tentato di cambiare. Il centrosinistra mondiale chiuse le porte e si schierò col neoliberismo, il cui trionfo ha reso i ricchi sempre più ricchi e aumentato in modo indiscriminato il numero dei poveri. Oggi si pagano le conseguenze dell’aver isolato e sconfitto il movimento».

vitaliano e don gallo

Che fanno ora i leader di allora?

Strade diverse ma quella dei protagonisti dell’universo no global italiano è la storia di un attivismo che, per molti, non si è mai spento. A 17 anni e mezzo di distanza dai giorni di Genova, dalla tragedia di Carlo Giuliani, dai fatti della Diaz e di Bolzaneto, di quel controvertice che portò in piazza 300mila persone restano le anime e le istanze che lo hanno composto. Dalla sua pagina facebook, seguita da oltre 7mila persone, Vitaliano non smette però di mobilitarsi. L’ultima provocazione sotto Natale quando aveva esposto una statua del bambinello in frantumi, a simboleggiare un’umanità divisa da conflitti e disuguaglianze. Lotta alle disuguaglianze, globalizzazione e diritti restano centrali anche per Vittorio Agnoletto medico e storico portavoce del Genoa Social Forum, che di questi temi si occupa ora in radio e all’Università.

Una lunga storia di militanza nei movimenti sociali e come leader, Agnoletto nel 2002 è stato membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Nel 2004 l’avventura da europarlamentare eletto per il Prc. Poi il ritorno a Milano. «Io sto continuando con le battaglie di allora – spiega – faccio il medico del lavoro, mi occupo di invalidità civile a Milano. E poi tengo come volontario una trasmissione settimanale per Radio Popolare. Si intitola “37,2”, come l’inizio della febbre, e si occupa di diritto alla salute. Come professore a contratto insegno Globalizzazione e politiche della salute alla Statale di Milano». Non si è fermata a Genova nemmeno la storia di Raffaella Bolini, dell’Arci per conto della quale ha coordinato le relazioni internazionali, occupandosi di Primavere arabe, forum sociali e del tema immigrazione.

L’ex deputato Francesco Caruso, tra i più giovani leader dei no-global al G8 2001 è oggi docente di Sociologia all’Università di Catanzaro. Fondatore nei primi duemila della Rete meridionale del sud ribelle, Caruso solo pochi giorni fa è finito di nuovo nella bufera per alcune frasi pronunciate sull’arresto dell’ex brigatista Cesare Battisti. Sul caso è stata presentata un’interrogazione in Senato al Ministro dell’Istruzione e dell’Università ma a favore di Caruso è stato diffuso un appello da parte di colleghi e docenti. Luca Casarini, probabilmente il volto più conosciuto dell’epoca, dopo gli anni delle contestazioni, tra cui quelle contro la Tav e la nuova base Usa di Vicenza, nel 2014 era stato candidato alle Europee per L’Altra Europa con Tsipras, fra i fondatori di Sinistra Italiana, di cui dal 2017 è segretario in Sicilia, ora Casarini si occupa di migranti. A fine gennaio, ha raggiunto Siracusa dove per conto della piattaforma Mediterranea Rescue ha seguito la situazione della nave Sea-Watch3.

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