sabato 19 Settembre 2020

#TasaCovid più movimento, la vera ricetta contro la crisi

#TasaCovid più movimento, la vera ricetta contro la crisi

Tassare le grandi ricchezze e collegare riflessioni, appelli, campagne, per affrontare la crisi del covid

Tassare le grandi ricchezze per affrontare la crisi del covid: una trentina di intellettuali, leader sociali e politici di tutta Europa hanno lanciato, una settimana fa, la loro proposta di una tassa di emergenza sulle grandi fortune per far fronte alla crisi del coronavirus. Un piano, aperto a tutti i paesi dell’Unione Europea (UE) che vogliono unirsi nella creazione di un fondo di solidarietà, per affrontare le devastazioni della pandemia.

E’ anche stato aperto un sito Web per ottenere il massimo supporto possibile, un’iniziativa molto ambiziosa che è stata già avanzata al quotidiano dello stato spagnolo, Público, il mese scorso, dall’eurodeputato Miguel Urbán membro del Gue per conto di Anticapitalistas, la sinistra che ha lasciato Podemos dopo la partenza del governo di centrosinistra spagnolo. L’attivista anticapitalista ritiene che, con le tasse e i rapporti proposti, “potremmo aumentare due volte ciò che la Commissione europea propone nel suo piano di salvataggio”. In questo caso, l’imposta Covid potrebbe incassare un miliardo e mezzo di euro, senza indebitare gli Stati.

Urbán insiste sul fatto che si tratta solo di stime e che l’importanza del piano risiede nel promuovere il dibattito e nel parlare apertamente della necessità di redistribuire ricchezza. “Per settimane, i media hanno discusso su come pagare il debito, quando la cosa interessante è sapere chi lo pagherà. È urgente inserire la distribuzione della ricchezza nell’agenda politica, l’idea che alti redditi e grandi risorse siano tassati a beneficio di interessi collettivi”, ha affermato.

L’iniziativa propone quattro imposte straordinarie: un’imposta del 3% sugli utili aziendali superiori a 5 milioni di euro, un’imposta del 3% sulla ricchezza delle persone fisiche con attività per un valore superiore a un milione di euro, del 5% da 10 milioni di euro – un’imposta del 3% sul patrimonio dei fondi di investimento e delle società patrimoniali e, in quarto luogo, un’aliquota del 3% sui trasferimenti patrimoniali – del 2% se le attività hanno un valore inferiore a un milione di euro.

Questo piano include anche la lotta all’evasione fiscale, la fine dei paradisi fiscali, il divieto di aiuti pubblici a società che utilizzano filiali in questi paesi e un controllo del debito, nonché la compensazione di tutte le spese relative alla pandemia.

Come verrebbe implementato questo tasso? La questione fiscale non è una questione delegata alle istituzioni europee e ha la competenza esclusiva degli Stati. Pertanto dovrebbe essere approvato paese per paese e l’organizzazione della raccolta sarebbe responsabilità dei ministeri del tesoro statali.

Tuttavia, i sostenitori della proposta chiedono che sia amministrata “in modo coordinato tra gli Stati che sostengono l’iniziativa”. Quindi, come indicato nel testo pubblicato da vari quotidiani e siti di mezza Europa, “i fondi saranno utilizzati in base alle esigenze e all’impatto della pandemia in ciascun paese”.

Per quali articoli verrà utilizzato questo fondo? Questo fondo è stato immaginato per soddisfare le esigenze sociali più urgenti generate dalla crisi, con l’obiettivo di garantire condizioni di vita dignitose per l’intera popolazione. E anche per invertire i tagli alla salute pubblica che sono stati effettuati attraverso politiche neoliberiste.

Infine, questo piano mira a sostenere un cambiamento nel modello di produzione, che risponde agli obiettivi sociali e ambientali. Secondo il testo, “la pandemia di Covid-19 dimostra la profonda incompatibilità tra il funzionamento del capitalismo e la difesa della vita”. I firmatari propongono “un nuovo modello produttivo, economico e sociale che sia giusto, democratico e sostenibile, che metta fine alla disuguaglianza, alla povertà e all’aggressione contro la natura”.

Tra le misure specifiche, propongono la creazione di un ente pubblico che coordini efficacemente le azioni sanitarie e di ricerca dei paesi partecipanti.

Chi c’è dietro questa iniziativa? Il piano viene presentato contemporaneamente in sei stati: Spagna, Italia, Portogallo, Belgio, Francia e Svizzera. Queste sono le nazionalità dei firmatari che, insieme a un parlamentare tedesco, hanno dato forma a questa iniziativa, che cerca di raccogliere fondi sufficienti per far fronte all’attrazione economica che il virus sta lasciando mentre attraversa l’Europa. Tra le personalità famose che sostengono l’iniziativa ci sono la scrittrice Susan George, l’ex deputata italiana Eleonora Forenza ed Eric Toussaint, portavoce della rete internazionale per l’abolizione del debito illegittimo, il Cadtm il cui nodo italiano vede tra i fondatori altri firmatari della proposta: Marco Bersani di Attac, Cristina Quintavalla e il “nostro” Checchino Antonini. A completare il quadro dei primi firmatari italiani, lo storico Antonio Moscato, la studiosa Giovanna Vertova, ricercatrice in Economia politica all’Università di Bergamo; Franco Turigliatto (Sinistra anticapitalista), ex senatore, e Eliana Como, direttivo CGIL e portavoce di Riconquistiamo tutto, l’area di opposizione interna.

C’è una data pianificata per lanciare la campagna? L’eurodeputato Miguel Urbán riconosce che è troppo presto per parlare delle date. Tuttavia, si parla del 30 giugno 2020, per utilizzare la data in cui le tesorerie statali raccolgono informazioni dal pubblico. Ma la tabella di marcia dei promotori del piano si concentra sulla costruzione del movimento, in modo che i settori sociali sostengano questa iniziativa e siano in grado di esercitare la pressione necessaria sui paesi affinché approvino queste tasse.

Quali sono le richieste sui paradisi fiscali? Secondo la Commissione europea, l’UE smette di guadagnare circa un trilione di euro all’anno a causa dell’evasione e dell’elusione fiscale. Questa è la stessa cifra che il professor Richard Murphy calcola nel suo rapporto European Tax Gap. Di questi trilioni di euro, 825 miliardi corrisponderebbero alle tasse statali e 190 miliardi alle tasse eluse. Secondo l’esperto, lo stato spagnolo subisce una perdita nelle casse pubbliche di 60 miliardi all’anno a causa dell’evasione fiscale. Queste cifre sono abbastanza grandi da richiedere una riforma, perché questa evasione priva i diversi paesi di finanziamenti adeguati per elementi quali istruzione, sanità, servizi pubblici, abitazioni, infrastrutture o ricerca. In questi mesi la pandemia ha mostrato la vulnerabilità di alcune di queste strutture e le conseguenze mortali del non prendersi cura di loro in modo adeguato.

Per tutto ciò i firmatari del testo insistono sull’eliminazione dei paradisi fiscali, l’imposizione di sanzioni nei confronti dei paesi che operano in quanto tali, all’interno e all’esterno dell’UE e la negazione di aiuti di Stato a multinazionali, società madre o controllata in un paradiso fiscale.

Miguel Urbán si rammarica, ad esempio, che la proposta del governo spagnolo di non fornire aiuti tramite a nessuna società con sede in paradisi fiscali sia venuta meno. L’eurodeputato denuncia i diversi regimi fiscali esistenti in Europa, nonché il lassismo di Bruxelles con paesi che agiscono come paradisi fiscali all’interno dell’UE stessa, in riferimento a Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi. “L’80% delle tasse evase in Spagna finisce in Lussemburgo, che non è un’isola paradisiaca”, sottolinea. Insiste sull’importanza di imporre sanzioni finanziarie per questi casi.

Cosa viene chiesto alla Banca centrale europea? Nella situazione attuale, i paesi dell’UE hanno mobilitato miliardi di euro per affrontare la pandemia. Lo hanno fatto prendendo prestiti con un peso che è difficile da sopportare. Ecco perché i promotori del testo propongono alla Banca centrale europea (BCE) di “cancellare tutti i debiti dei paesi destinati a combattere la pandemia o la sua trasformazione in debito permanente staccato dai bilanci annuali”. Per non cadere negli errori del passato, Miguel Urbán insiste sull’importanza di svolgere “un controllo delle spese da parte dei cittadini”. L’eurodeputato ricorda che nella crisi dell’euro del 2008 “abbiamo visto come la maggior parte del denaro è stato speso per salvare le banche private lasciando che le famiglie crollassero”.

Cosa accadrà in questa crisi? L’attivista anticapitalista avverte che molti miliardi vengono spesi per il salvataggio di società – in particolare la Germania – e sollecita pertanto le autorità che “oltre all’audit richiesto dalla BCE, il controllo dei cittadini venga effettuato per assicurare una maggiore trasparenza”.

Sulla stessa scia, quella della costruzione di movimento collegando riflessioni, appelli, campagne, si muove una lettera spedita da Attac, l’associazione nata nella stagione dei social forum: “La situazione inedita in cui ci troviamo pone ciascuno di noi di fronte alla necessità di profonde riflessioni, nuove analisi e un diverso dialogo, per poterla collettivamente affrontare e provare a determinare ciò che accadrà”.

Qui il testo integrale della Lettera aperta di Attac

Anche per Attac la crisi «ha evidenziato con forza l’insostenibilità del modello capitalistico sotto tutti i punti di vista e che rende urgente la costruzione teorica e pratica di un altro modello di società, basato sul diritto alla vita, alla salute, al reddito per tutt*, sulla fine della precarietà, sulla giustizia climatica e sociale, sull’uscita dal patriarcato, sulla democrazia reale». L’alternativa di società deve partire «dalla cura di sé, degli altri e dell’ambiente per porre beni comuni e diritti sociali a fondamento di un altro modo di vivere, lavorare e relazionarsi».

«Molte reti, organizzazioni e movimenti sociali sono impegnati in discussioni nazionali, regionali, continentali e globali sulle sfide che abbiamo di fronte. Da ciascuna di esse sono stati prodotti documenti, appelli, piattaforme e proposte che danno la misura della ricchezza delle analisi e delle pratiche messe in campo. Potremmo dire che tutt* sappiamo e, in grandissima parte, concordiamo sul cosa e sul perché».

Il problema è che l’enorme sforzo prodotto «rischia di incepparsi di fronte all’incalzare dei grandi interessi delle imprese, delle lobby bancarie e finanziarie e delle élite politiche liberiste, che ancora una volta sono già in campo per drenare ricchezza collettiva dalla società, deregolamentando i diritti, mercificando i beni comuni, la natura e l’intera vita delle persone.

Stanno scommettendo sulla possibilità di un’accettazione disciplinata di una nuova fase di impoverimento di massa, dentro un telaio che, questa volta, utilizzerà autoritarismo e controllo sociale come basi della governamentalità».

Da qui, per Attac, nasce la necessità di porre il tema del come. «Come facciamo a non rendere inefficaci le proposte che ciascuna soggettività ha prodotto? Come facciamo a coinvolgere concretamente l’enorme platea di persone, alle quali la pandemia ha reso evidenti le contraddizioni del sistema, ma che rischiano di essere nuovamente disciplinate dalla pedagogia della paura? Come facciamo a costruire percorsi di lotta collettivi che permettano di farci uscire dallo schema “decidono loro, ma avevamo ragione noi”? Non abbiamo ovviamente le risposte, ma siamo convinti che siano le stesse domande che ogni realtà, rete e movimento si sta ponendo in un momento come questo». Va colmato un gap tra la ricchezza di proposte e pratiche e l’efficacia nella capacità di produrre, intorno alle stesse, conflitto, partecipazione e mobilitazione sociale. “Perché non provare a costruire un luogo e un momento nei quali confrontarci esattamente su questo?”.

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