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Il ddl concorrenza è la prosecuzione della guerra, con altri mezzi

L’urgenza di mobilitarsi per bloccare l’iter del ddl concorrenza contro le privatizzazioni dei servizi e dei beni comuni

Entro fine anno dovrà essere approvato il “Ddl concorrenza”. Presentato dal governo per garantire l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, dà il via libera a una nuova stagione di privatizzazioni. Un appello alla mobilitazione è stato lanciato proprio in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, il 22 marzo. E’ stato firmato, in poche ore da centinaia di soggetti sociali, politici e sindacali perché è una lotta decisiva, a nostro parere, per la qualità della vita e dell’ambiente, per la democrazia e per i diritti dei lavoratori. Una mobilitazione che si intreccia a quella contro la guerra perché anche la guerra è attacco al diritto alla vita, accaparramento di beni comuni per, in prospettiva, l’apertura di mercati. Per questo non sembri una boutade il titolo di questo articolo.

Scrive Duccio Facchini, direttore di Altrəconomia, che «Il 2022 è un anno chiave per chi ha ancora cuore i beni comuni e i servizi pubblici locali, per chi non ha rinnegato la stagione referendaria del 2011, le battaglie per l’acqua e la sua ripubblicizzazione. Per chi, a due anni dallo scoppio della pandemia da Covid-19, non ha scordato l’impegno a “non tornare indietro” e continua a pensare che le soluzioni siano nella Costituzione e non nelle logiche del mercato. Soffia però un vento gelido rispetto al giugno di undici anni fa».

Entro il 31 dicembre 2022 il governo ha previsto infatti di approvare la “Legge annuale per il mercato e la concorrenza”, licenziata dal Consiglio dei ministri il 4 novembre 2021 e trasmessa sotto forma di Disegno di legge al Senato poco prima di Natale, a firma del presidente del Consiglio, Mario Draghi, e del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Si tratta di una delle “riforme abilitanti” previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), cioè quelle “funzionali a garantire la piena attuazione del Piano e a rimuovere gli ostacoli amministrativi, regolatori e procedurali”.

Draghi procede a tappe forzate: il Parlamento dovrebbe esaminare il testo non oltre il primo semestre 2022, adottandolo entro il secondo, “ivi inclusi gli strumenti attuativi e di diritto derivato (se necessari) da esso previsti”. Tra gli “strumenti attuativi” c’è anche un decreto legislativo che il governo dovrebbe varare, su delega del Parlamento, per “riordinare” la materia dei servizi pubblici locali. Princìpi e criteri direttivi sono indicati all’Articolo 6 del “Ddl concorrenza”. Si propone di separare a livello locale le “funzioni regolatorie e le funzioni di diretta gestione dei servizi”. Si vogliono introdurre “incentivi e meccanismi di premialità” per favorire “l’aggregazione delle attività e delle gestioni dei servizi a livello locale”, altra cosa gradita alle multiutility quotate in Borsa.

Si chiede all’ente locale un percorso ad ostacoli qualora dovesse scegliere di tenere per sé la gestione del servizio (in house), ossia una “motivazione anticipata e qualificata”, “giustificando il mancato ricorso al mercato”. Si obbligano gli stessi a “trasmettere tempestivamente” la loro decisione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato. E’ un attacco frontale alla gestione pubblica. Anche i “regimi di proprietà” di reti e impianti potranno essere oggetto di “revisione”, con impegni per una “adeguata valorizzazione della proprietà pubblica”. E per chi non volesse adeguarsi c’è l’intervento “sostitutivo” imposto dall’alto ai sensi dell’Articolo 120 della Costituzione.

Dice Marco Bersani che «L’intero disegno di legge è un inno al mercato, oggi ancor più stonato di fronte a una pandemia che del mercato ha rilevato i limiti (e i crimini). E l’art. 6 ne costituisce l’apoteosi, laddove tenta di rendere irreversibile la privatizzazione dei servizi pubblici locali e di stravolgere la funzione pubblica e sociale dei Comuni, obbligati a considerare la messa sul mercato come gestione ordinaria dei beni comuni e delle politiche sociali per la propria comunità di riferimento. Per chiunque non abbia deciso di nascondere la testa sotto la sabbia, il testo del provvedimento è di una chiarezza senza smagliature: si tratta di consegnare all’accumulazione finanziaria beni e servizi primari per la vita e la dignità delle persone, e lo si fa inneggiando alla concorrenza, quando è evidente si tratti di monopoli con profitti garantiti.

Stiamo parlando di acqua, energia, trasporti, rifiuti e welfare: tutte materie sulle quali una riappropriazione sociale diventa ancor più necessaria, se si vogliono affrontare, subito e con la determinazione necessaria, le due drammatiche sfide della crisi climatica e della diseguaglianza sociale. Possono sindaci e amministratori locali non prendere parola di fronte a un tale svilimento del proprio ruolo e della loro autonomia? Possono i sindacati non insorgere davanti ad una tale visione della società? Possono gli abitanti delle comunità locali rassegnarsi ad una vita scandita dalla solitudine competitiva?».

Per Facchini è uno «scenario alla Gordon Gekko (lo squalo della finanza del film “Wall Street” di Oliver Stone, 1987)»: gli “affidatari”, cioè i gestori, si occuperanno della pubblicazione dei “dati relativi alla qualità del servizio, al livello annuale degli investimenti effettuati e alla loro programmazione fino al termine dell’affidamento”.  Confindustria, audita l’8 febbraio presso la decima Commissione permanente Industria, commercio, turismo del Senato è felice: “Condividiamo le finalità di fondo del Ddl di apertura dei mercati e di contrasto all’eccessivo ricorso all’affidamento in house”. “Apertura dei mercati” significa nuova stagione di privatizzazioni, come denuncia il Forum italiano dei movimenti per l’acqua che chiede lo stralcio dell’Art. 6 e la ripubblicizzazione del servizio idrico.

«Nello specifico l’art.6 – scrive il Forum – punta a rilanciare fortemente le privatizzazioni di tutti i servizi pubblici locali, oltre a limitare fortemente la libera scelta delle forme di gestione dei servizi da parte degli Enti Locali. Abbiamo denunciato la continuità tra il DDL Concorrenza e il PNRR visto che questo provvedimento rientra tra le condizionalità imposte dalla Commissione europea per l’erogazione dei fondi e prevede anche incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa. Alla luce di queste riflessioni abbiamo avviato una mobilitazione sin da novembre scorso chiedendo lo stralcio dell’articolo 6 dal disegno di legge anche mediante la presentazione di ordini del giorno presso comuni ed Enti Locali».

Qui un primo elenco di comuni che ad oggi hanno approvato odg contro il Ddl Concorrenza. «Il numero è ancora insufficiente – commenta Marco Bersani di Attac – ma è senz’altro rilevante che, insieme a 26 fra piccoli e medi Comuni, fra loro vi siano 2 Consigli Regionali (Friuli Venezia Giulia e Marche), 6 capoluoghi di regione (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste), 1 Consiglio di Città Metropolitana (Torino) e 4 capoluoghi di provincia (Reggio Emilia, Parma, Lecco, Carrara)». E’ urgente che in questa fase prenda vita un dibattito pubblico onesto e una grande mobilitazione su questi temi anche alla luce del fatto. Il governo e le forze politiche sono reticenti sui contenuti e gli effetti di questo provvedimento. Infatti, sia il Forum, sia il costituzionalista Alberto Lucarelli, indicati dal senatore Girotto, sono stati esclusi dalle audizioni (potranno solo presentare un parere per iscritto) ma anche l’iter della legge potrebbe trasformarsi in una gimkana difficile da gestire per il fronte neoliberista.

Dalla discussione in Commissione sta emergendo la volontà di procedere il più rapidamente possibile all’esame del provvedimento pur nella consapevolezza che permangono punti di disaccordo, soprattutto nella maggioranza, sulle concessioni balneari, su quelle idroelettriche e sulle licenze dei taxi. Al momento continua a restare in secondo piano il tema relativo alla riforma della disciplina sui servizi pubblici locali.

Un articolista del Sole 24 ore, house organ di Confindustria, s’è parecchi rammaricato il 18 marzo: «La giostra degli emendamenti al disegno di legge per la concorrenza è partita e al governo è già arrivato più di un segnale molto chiaro. La maggioranza in Parlamento si ritrova unita come poche volte negli ultimi mesi per provare a ridimensionare la riforma dei servizi pubblici locali, forse il cuore del Ddl».

I padroni, editori di riferimento di quel giornale, sono preoccupati che si possa depotenziare l’impianto dei servizi pubblici locali che Draghi vorrebbe istituire con il Dl Concorrenza per subordinare definitivamente al mercato ogni bene comune, ogni servizio pubblico. Un assalto che parte da lontano: “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala”. Così si leggeva, il 5 agosto 2011, nella famigerata lettera al governo che l’allora Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e l’allora Presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet solo due mesi dopo la prima bocciatura di massa del neoliberismo in questo paese: 27 milioni di Sì al referendum per la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni e contro la loro privatizzazione.

Giustamente il Forum per la convergenza dei movimenti, che si è tenuto a Roma nell’ultimo weekend di febbraio, ha indicato nella campagna contro il ddl concorrenza una delle parole d’ordine unificanti e ha rilanciato l’obiettivo da intrecciarsi con la durissima battaglia contro la guerra e nella solidarietà attiva con la popolazione ucraina in cui sono immerse tutte le soggettività politiche, sindacali e sociali che provano a costruire la convergenza.

I temi delle privatizzazioni e del DDL Concorrenza saranno uno dei contributi alle iniziative in programma nelle prossime settimane a partire dallo Sciopero Globale per il Clima del 25/3 e dalla manifestazione nazionale a Firenze 26 marzo promossa da GKN. Dopo sarà necessaria una giornata di mobilitazione nazionale diffusa sui territori nei confronti degli Enti Locali e contemporaneamente una mobilitazione in presenza a Roma di fronte al Parlamento. Continueremo a batterci, anche noi per la difesa dell’acqua, dei beni comuni e dei diritti ad essi associati e della volontà popolare. Per questo aderiamo all’appello alla mobilitazione generale, insieme alle tante realtà e organizzazioni sociali che in questi anni hanno saputo coltivare e arricchire un dibattito e una mobilitazione sui servizi pubblici locali e sui beni comuni «per ribadire insieme – usiamo le parole dell’appello – che essi sono un valore fondante delle comunità e della società senza i quali ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale».

 

 

 

 

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