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New York, i lavoratori piegano Amazon: il sindacato entra nel magazzino

Vittoria storica contro la più ricca, potente e feroce corporazione anti-sindacale d’America: Amazon

Venerdì scorso, Amazon – la più ricca, potente e feroce corporazione anti-sindacale d’America, con la seconda più grande forza lavoro della nazione (Walmart, che odia anch’essa i sindacati, è la più grande), ha perso contro un gruppo di magazzinieri di New York che hanno votato per formare un sindacato. Una vittoria storica, ottenuta dopo una dura battaglia. I dipendenti di un magazzino Amazon a New York City hanno votato in modo schiacciante a favore della formazione di un sindacato, una prima volta negli Stati Uniti per la multinazionale.
Secondo un conteggio online, 2.654 dipendenti hanno votato “sì” per essere rappresentati dall’Amazon Labor Union (ALU), che è stato formato quasi un anno fa, mentre 2.131 hanno votato “no”.


Quando i risultati sono stati annunciati, gli applausi sono risuonati nella piccola folla radunata per l’occasione al piano di sotto dell’edificio dove il voto veniva contato. “Il popolo ha parlato oggi, vuole un sindacato”, ha detto Christian Smalls, presidente dell’ALU, subito dopo il risultato.
Aaron Novik, che lavora in un magazzino Amazon nel Connecticut e sostiene il movimento creando regolarmente nuovi manifesti, è stato colto da un’allegra incredulità. “Come hanno fatto? Non lo so. Ma ora la gente vede che è possibile”, ha detto, tenendo un cartello “Non siamo macchine, siamo esseri umani”.
Un totale di 8.325 lavoratori del magazzino JFK8 a Staten Island, in una grande area industriale, erano sul registro elettorale, anche se alcuni di loro non lavorano più in Amazon. Sono stati chiamati a votare di persona in una tenda allestita davanti all’edificio dal 25 al 30 marzo. 4.852 persone hanno depositato la scheda nell’urna.
Il conteggio, condotto dall’U.S. National Labor Relations Board (NLRB), è iniziato giovedì pomeriggio.


Amazon, uno dei più grandi datori di lavoro degli Stati Uniti, era riuscito finora a respingere il desiderio dei dipendenti di organizzarsi sindacalmente. L’esito di un altro referendum sul sindacato nell’impianto a Bessemer, in Alabama, sarà invece deciso da un giudice per via di oltre 400 voti contesi. La battaglia per creare il primo sindacato del secondo datore di lavoro privato negli Stati Uniti è stata lanciata da Chris Smalls, un ex impiegato di Amazon licenziato in tronco a marzo del 2020 per aver organizzato una protesta contro l’assenza di misure anti-Covid nel magazzino di Staten Island. In pochi credevano che il 32enne afroamericano sarebbe riuscito nella sua lotta, iniziata con pochi dollari raccolti sul sito GoFundMe ad aprile dell’anno scorso. Ma dopo la pandemia sono sempre di più negli Stati Uniti i lavoratori che si stanno muovendo in direzione di un sindacato. Uno per tutti il caso clamoroso degli impiegati di un caffè Starbucks a Buffalo che, a dicembre, hanno dato vita alla prima confederazione in 50 anni di storia dell’azienda.

Mentre anche in Italia prosegue il confronto tra sindacati nazionali e Amazon per garantire tutele e condizioni di lavoro umane agli impiegati, negli Stati Uniti gli occhi sono ora puntati sull’Alabama. I risultati preliminari del voto mostrano una vittoria del no con 993 voti a fronte degli 875 dei favorevoli al sindacato. Ci sono però 416 voti contesi. L’ipotesi di un sindacato era stata già bocciata nel 2021 dai dipendenti, ma il Retail, Wholesale and Department Store Union aveva fatto ricorso sull’esito del voto influenzato dalle pressioni di Amazon sui dipendenti per dire no. Anche a New York il gigante delle spedizioni è stato accusato di aver utilizzato minacce e tattiche di sorveglianza per fermare il tentativo dei suoi dipendenti di organizzarsi in un sindacato. Molti di quei mezzi sono illegali, proprio come lo erano in Alabama, secondo il National Labor Relations Act, ma ad Amazon non potrebbe importare di meno. È abbastanza ricca da pagare qualsiasi multa o sopportare qualsiasi colpo di pubbliche relazioni. Però, con l’impennata della domanda dei consumatori, i datori di lavoro sono alla disperata ricerca di assunzioni.

Questo ha dato ai lavoratori americani più potere contrattuale di quanto abbiano avuto in decenni. I salari sono saliti del 5,6% nell’ultimo anno anche se l’inflazione se li sta divorando. Di conseguenza, la Fed è sulla strada di alzare ripetutamente i tassi d’interesse per rallentare l’economia e ridurre la leva contrattuale dei lavoratori americani sebbene il dipartimento del commercio abbia riferito mercoledì scorso che i profitti aziendali sono ai massimi da 70 anni. È dal 1952 che le aziende non hanno fatto così tanti profitti come ora. Eppure negli States i padroni stanno alzando il tiro provando a far passare il messaggio secondo cui sarebbe colpa dei lavoratori se i prezzi stanno impennandosi. In realtà, «le aziende sono malsanamente grasse. I lavoratori non hanno troppo potere; le corporazioni sì – scrive sul Guardian, Robert Reich – la straordinaria vittoria dei lavoratori del magazzino di Amazon a Staten Island è motivo di festa. Speriamo che segni l’inizio di un rinnovamento del potere dei lavoratori in America.

Ma la realtà è che l’America corporativa non vuole cedere nessuno dei suoi profitti record ai suoi lavoratori. Se non può combattere i sindacati direttamente, lo farà indirettamente incolpando l’inflazione per gli aumenti salariali, e poi farà il tifo per la Fed mentre rallenta l’economia quanto basta per eliminare il nuovo potere contrattuale dei lavoratori americani».

La lotta ha rafforzato il coraggio dei lavoratori di chiedere migliori salari e condizioni di lavoro anche alle società più virulentemente antisindacali d’America, come Amazon e Starbucks.

Il grande capo Jeff Bezos per ora tace. Qualche mese fa, in una lettera agli azionisti, aveva parlato della necessità di creare un ambiente adatto «al successo dei lavoratori» bollando come «inaccurate» le accuse di condizioni inadeguate e non sicure in molti degli stabilimenti dell’azienda e tuttavia promettendo soluzioni per ridurre gli incidenti sul lavoro che, per il 40%, riguardano disturbi muscoloscheletrici. Chissà se dopo il voto storico di New York gli è arrivato il messaggio.

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